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ebbri di giovinezza
Era stato il Re a ordinarlo. O almeno questo fu ciò che mi venne detto quando divenni grande per capire certe cose. Filippo, il Re di Macedonia avrebbe educato suo figlio, Alessandro, mentre Clito, l’uomo che gli stava sempre accanto e che ben presto scoprii essere il suo favorito, si sarebbe preso cura di me. Fu stabilito fin dalla nostra nascita. E soltanto più tardi io e Alessandro, che era mio coetaneo, scoprimmo il perché di questa scelta. Lo scoprimmo insieme… Lo scoprimmo da soli, senza che nessuno ce lo avesse mai detto prima. E questa scoperta fu la più bella e la più dolce di tutta la mia vita.
Nacqui a Pella nell’anno 356, e ben presto ai
volti delle nutrici e delle donne che si affaccendavano attorno a me, si
sostituì quello di Clito, l’uomo che sarebbe diventato il mio mentore. La prima
volta che lo vidi, chino sulla mia culla, piansi, o almeno fu questo ciò che mi
raccontarono. Dovevo essere spaventato dai tratti scuri e marcati del suo volto,
da quegli occhi neri che sembravano bruciare come carboni ardenti, da quelle
mani grandi e ruvide che non sapevano come tenermi in braccio. Ben presto però
scoprii che tutto questo era solo apparenza, scoprii la dolcezza, una dolcezza
infinita nei suoi occhi e compresi che quelle mani, tanto rassomiglianti a
quelle di un orco agli occhi di un bambino, erano capaci delle più dolci e
attente carezze. “Lo conoscerai presto questo mondo, Efestione…” mi ripeteva sempre “Ti affascinerà, farai parte di esso, ma non te ne innamorare mai del tutto e ricorda sempre dove si trova la tua casa.” “Sarà mio questo mondo, maestro?” Lui non rispondeva subito, scuoteva le testa e ben presto capii che quella doveva essere una domanda inopportuna. “Non dovresti avere certi pensieri, ragazzo… il mondo appartiene agli Dei, o in alcuni casi… a pochi eletti.” Chi fossero questi pochi eletti, per molto tempo, rimase per me un mistero. Quando raggiunsi il decimo anno di età e dunque quando iniziai a diventare un ragazzo, fui istruito all’arte del combattimento e della guerra. Iniziai a trascorrere sempre più tempo con i miei compagni, con i miei pari e fu allora, durante un’esercitazione di lotta corpo a corpo, che conobbi veramente Alessandro, il figlio del Re. Fino a quel momento l’avevo soltanto intravisto. Clito me ne aveva parlato molte volte, ma non avevo mai avuto modo di conoscerlo di persona, di parlare o di giocare con lui. Dal modo in cui il mio mentore me ne parlava compresi che quel ragazzo era in qualche maniera diverso da noi, doveva essere bello, di un’intelligenza acuta e fuori dal comune, in poche parole… perfetto. Istintive furono la mia gelosia e al tempo stesso la curiosità di conoscerlo, così quando il maestro di lotta decise che Efestione avrebbe dovuto combattere con Alessandro fui immensamente felice. Non gliene risparmiai una, usai tutta la forza che avevo in corpo per sottometterlo, non lo lasciai vincere, fui crudele e testardo come solo un bambino di dieci anni sa essere. Fu faticoso congratularci una volta terminato il combattimento, ma quando afferrai la sua mano, compresi che avrei voluto rivederlo di nuovo, che soltanto con lui avrei voluto lottare. Era un mio pari. Eravamo uguali. Quando raccontai questo a Clito lo vidi andare su tutte le furie. Mi disse che avevo esagerato, che avevo preteso troppo, che Alessandro ed io non eravamo affatto uguali, non avremmo potuto esserlo mai. Ma non mi dette una risposta, non mi dette un perché di questa affermazione, perciò la voglia di sfidarlo, la voglia di dimostrare le mie doti e la nostra uguaglianza crebbe ancora di più. Che fosse il figlio del Re non m’importava più di tanto. Passata la soglia dei dieci anni, le mie giornate e la mia vita iniziarono a scorrere velocemente. La maggior parte del tempo restavo nelle stanze di Clito, dove egli m’istruiva sulle arti e sulle lettere, sulla storia del nostro popolo, il resto lo passavo assieme ai miei coetanei nella palestra o alle lezioni tenute dal grande filosofo Aristotele, che Filippo aveva fatto venire direttamente dalla Grecia per istruirci. In quelle occasioni ebbi modo di stare assieme ad Alessandro più a lungo, anche se Clito non mi consentiva di trascorrere con lui il tempo libero, né di accedere mai alle stanze di Filippo, dove lui si trovava. Era come se volesse ritardare il più possibile un momento che presto o tardi sarebbe comunque giunto. Io non ne comprendevo il motivo. Le mie domande su Alessandro divennero sempre più frequenti, incalzanti, quasi ossessive. Clito spesso non rispondeva o usciva velocemente e nervosamente dalla stanza. Più tardi scoprii che raggiungeva l’abitazione di Filippo e si tratteneva a parlare con lui a lungo di questa questione. Sembrava che io e Alessandro dovevamo essere tenuti il più possibili lontani dall’uno e dall’altro. Avevo compiuto quindici anni quando gli feci quella domanda: “Maestro hai forse paura che io e Alessandro possiamo diventare come te e suo padre?” I suoi occhi si spalancarono e smise di leggere il libro che aveva in mano. “Cosa intendi dire?” “Tu e Filippo vi amate, non è vero?” “Chi te l’ha detto?” “Nessuno… immagino però che sia così, vi ho visti molto spesso passeggiare insieme e se, come mi ha insegnato Aristotele, l’amore che lega due uomini, se sincero, può portare alla costruzione di un mondo, allora potrebbe esserci questo sentimento anche tra voi…” rimase in silenzio a fissarmi. Proseguii “Mi hai raccontato di Achille e Patroclo, mi hai narrato di quanto Socrate tenesse a Platone, il suo discepolo… e io vedo che il re chiama sempre te, vuole sempre te nelle decisioni importanti… tu sei il suo discepolo, Clito?” La mia innocenza era disarmante. “Io sono… un suo caro amico, Efestione, ma non nego di… essergli molto affezionato!” “Allora è la stessa cosa che accade a me nei confronti di Alessandro!” Non avrei mai dovuto pronunciare quelle parole. Clito si alzò in piedi, facendo cadere la sedia rumorosamente a terra. Si diresse verso di me e mi dette uno schiaffo. Poi mi prese il volto tra le mani guardandomi profondamente negli occhi. “No. Non è la stessa cosa che accade tra te e Alessandro. Lui è il figlio del re e diventerà egli stesso re, tu sei solo un ragazzo che può aspirare soltanto a diventare un membro del suo esercito!” “Come tu con suo padre. Lui è re, tu sei il comandante della sua cavalleria, ma questo non vi evita di essere amanti!” Un altro schiaffo. “Ragazzino impertinente!” Sentii il sapore del sangue nella mia bocca. Clito non mi aveva mai picchiato, ma ora che stavo diventando uomo non avrebbe esitato a farlo. La dolcezza genera soltanto uomini deboli. “Non sai niente di ciò che lega me a Filippo. Vedi soltanto l’esteriorità, come vedi soltanto la superficie della tua amicizia con Alessandro e senza sapere fai paragoni, trinci giudizi!” Mi lasciò, seduto a terra. Se ne andò, come di consueto dalla stanza, abbandonandomi tra mille dubbi e domande. Vedi soltanto la superficie della tua amicizia con Alessandro…Non era vero. Per gli Dei non lo era! Con Alessandro combattevo, giocavo, studiavo, apprendevo, crescevo. No, quella non poteva essere mera apparenza. Io… mi sentivo realmente legato a lui, al mio amico-nemico, al mio… compagno di strada. Che fosse il figlio del re, ancora una volta, non me ne importava.
Allora iniziò ad istruirmi anche nella musica e nel canto, affinché a volte mi fosse concesso di allietare le serate del re, serate che terminavano molto presto, perché dopo la mia esibizione venivo riportato immediatamente nelle mie stanze, e da lì ascoltavo provenire dall’abitazione di Filippo una musica ben diversa: tamburi, grida, risate, rumori di coppe che si scontravano. Vedevo ombre danzanti, ombre che strisciavano furtive nei giardini dinanzi al palazzo e a volte udivo le grida di una donna, il suo ruggito nella notte. Più tardi mi fu detto che quelle grida appartenevano ad Olimpiade, la madre di Alessandro, considerata da molti, una strega dedita al culto del dio dei sensi, Dioniso. “Sei stato bravo questa sera!” mi disse una notte, Clito, riconducendomi nei nostri appartamenti. “Torneremo domani, maestro?” rispondevo con ansia. “Se il Re lo vorrà…” Speravo che lo volesse. Il mio cuore si riempiva di gioia quando sapevo che dovevo suonare per lui. Ma in realtà… io suonavo per Alessandro. E lui udiva quella musica per me. Ogni volta… non smetteva di guardarmi neppure per un istante. Molti dicevano che io fossi di una bellezza rara e forse esotica. Forse non avevano ancora visto bene la bellezza di Alessandro. “Efestione…” La voce di Clito mi riportò alla realtà. Mi voltai e vidi che era disteso sul mio letto, nudo e ricoperto semplicemente dalle lenzuola. “Questa notte dormiremo insieme…” Non compresi appieno quelle parole, ma una strana sensazione che percorse il mio corpo mi disse che quella notte avrei appreso qualcosa nuovo, qualcosa di cui, in un primo momento, ci si vergogna. “Vieni, Efestione…” mormorò dolcemente. Mi avvicinai a lui titubante e curioso al tempo stesso. Rividi quegli occhi scuri che da bambino mi avevano sempre spaventato, ma questa volta, non ne ebbi paura. Lessi in essi una dolcezza che mi era sconosciuta, che non avevo mai visto nello sguardo del mio maestro, neppure quando facevo qualcosa che lo soddisfaceva, quando mi dimostravo bravo nell’arte del combattimento, nella musica o nelle lettere. M’infilai nel letto con lui. Sentii il suo abbraccio avvolgermi il corpo, sentii il suo calore, come un bambino che percepisce la protezione materna. Ma non ero più un bambino. Avevo sedici anni e potevo essere ritenuto a tutti gli effetti un uomo. Era necessario però un ulteriore, piccolo passo affinché questo avvenisse del tutto. Clito mi baciò dolcemente la nuca. “Sai cosa stiamo per fare, Efestione?” Annuii, ma in realtà non lo sapevo. Sentivo solo il cuore battermi veloce, il respiro divenire affannoso, quasi doloroso, il mio corpo che veniva attraversato da brividi sempre più insistenti. E senza sapere il perché… pensai ad Alessandro. Clito mi carezzò il volto con il dorso della mano, guardandomi con occhi carichi di qualcosa a cui io non riuscivo a dare un nome. Presto identificai quella luce con il desiderio, con la voglia degli uomini di unirsi l’uno all’altro. Clito mi desiderava? O forse mi stava aiutando a compiere l’ennesimo passo importante della mia educazione? Percepii il suo respiro sulle mie labbra e senza accorgermene, le dischiusi. Chi mi avesse visto in quel momento avrebbe potuto dire di aver conosciuto la pura innocenza inconsapevole e pronta a immolarsi al piacere. Il mio mentore si succhiò uno delle sue dita e lo passò dolcemente sulle mie labbra. “Un primo dono…” sussurrò, avvicinandomi a sé. Così accostò la sua bocca alla mia e ci baciammo. Quella notte baciai un uomo per la prima volta. Fu piacevole quel contatto, le sue labbra mature contro le mie ancora acerbe, ma non per questo restie alle pulsioni del piacere. Lo stupii, risposi a quel bacio senza tirarmi indietro. Mi spaventai un poco soltanto quando sentii la sua lingua cercare la mia, allora mi scostai, interrompendo quella magia. “Non aver paura…” mormorò Clito, dolcemente, riprendendo possesso di ciò che gli avevo tolto. La lotta che avvenne nelle nostre bocche fu dolce, ed io, inesperto com’ero, non potei far altro che soggiacere dopo i primi attacchi. Iniziai a cercarlo, a non ritrarmi più quando sentivo la sua lingua raggiungermi. Iniziai a muovere la mia contro la sua lentamente, carezzandola, assaporandola, seguendo un indolente ritmo che faceva tremare i nostri corpi. Dopo alcuni istanti le sue mani mi spinsero contro il materasso, ma non ci lasciammo, continuammo a baciarci sempre più bisognosi di quel calore. Percepii distintamente qualcosa di duro contro la mia coscia, e mi resi conto che il mio maestro non era riuscito a tenere a freno la sua eccitazione. Ebbi ancora una volta paura, perché sapevo che egli, con quello strumento, che molti chiamano di piacere, mi avrebbe fatto male, ma anziché allontanarlo, mi aggrappai con forza a lui. Avevo fiducia in Clito, una fiducia cieca. Gli appartenevo fin dalla nascita, non avrei potuto negargli nulla e per un istante ebbi la certezza che lui avesse in mano la mia stessa vita. Compresi che colui che mi aveva allevato e istruito avesse il potere di decidere sulla mia vita e sulla mia morte, se avesse voluto. In quel momento stava dirigendo i sussulti del mio primo piacere. E ancora una volta, senza conoscerne il motivo, pensai ad Alessandro. Si staccò da me, potei vedere sulle sue labbra l’alone bagnato della mia saliva. Quella luce nei suoi occhi non si era spenta, al contrario era diventata ancora più viva e profonda, simile all’espressione di un uomo vinto dall’ebbrezza del vino. Gli passai un dito sulle labbra, come lui aveva fatto pochi istanti prima con me, e anch’io succhiai il mio stesso sapore. “Questo me lo riprendo…” sussurrai, senza smettere di guardarlo negli occhi. Scosse lentamente la testa, come se non riuscisse a trovare le parole per ciò che stava provando in quel momento. “Efestione… sei… bellissimo… prego Afrodite affinché ci tenga nascosti allo sguardo degli Dei… in questo istante potrebbero innamorarsi di te e avere invidia di me…” mormorò, visibilmente in preda ad un’emozione profonda. “Tu… sei innamorato di me, Clito…?” domandai ingenuamente. Sospirò. Non mi rispose. Non conobbi mai la sua risposta. Si gettò nuovamente sul mio corpo, sfilandomi questa volta la tunica e coprendomi il petto di baci. Non mi stava più ascoltando, in quell’istante esisteva soltanto lui e la sua voglia di possedere il mio corpo. Avrei voluto allontanarlo, ma tanto era il piacere che le sue labbra mi provocavano, che cedetti ancora una volta. Potevo tenergli testa con le parole, ma in quel campo a me ancora del tutto ignoto, non avevo potere. Le sue abili carezze mi strapparono i primi gemiti, le sue labbra ghermirono i miei sospiri affannosi, per poi scendere nuovamente verso il basso, sempre più in basso, oltrepassando il confine segreto della mia intimità. Allora gridai, terrorizzato ed eccitato dalla meravigliosa sensazione di essere accolto nella gola di un altro uomo per la prima volta. Dei sussulti sconosciuti iniziarono a sconvolgere il mio corpo, mi aggrappai alle lenzuola, spaventato di non riuscire più a controllare me stesso, di perdere la testa, di essere soverchiato dai miei sensi, di cadere e morire. Si, avevo paura di morire in quell’istante. Perché quella sensazione era dolce come qualcosa di inumano, qualcosa lontano da tutti i sentimenti che avevo provato fino ad allora. Però era bello. E non volevo che Clito smettesse. Istintivamente aprii ancora di più le gambe e spinsi il bacino verso l’alto, come se la conoscenza dei gesti del piacere fosse qualcosa di innato in me. Il mio mentore non mi abbandonò, neppure in quel momento. Mi condusse fino alla fine di quell’estasi, fino all’ultimo grido, fino alla follia totale. “Il cuore mi esplode! Maestro sto morendo!” gridai in preda al panico e al piacere, quando raggiunsi il mio primo orgasmo nella sua bocca. Fu allora che lentamente mi lasciò andare. Scivolai via da lui con la grazia e il silenzio di un serpente, e trascorsero diversi momenti prima che riacquistassi il senso concreto della realtà. Quando riaprii gli occhi lui era sempre accanto a me e mi stava carezzando i capelli. “Il mio secondo dono…” sussurrò. Poteva essere amore quello che leggevo nei suoi occhi? Non lo seppi mai. E mi chiesi se anche con Filippo, quando trascorreva ore nelle sue stanze, vivesse momenti come questi, di pura magia. “E’ stato… bello…” mormorai. Sorrise. “Voltati Efestione…” disse immediatamente dopo. Feci come mi aveva ordinato, anche se non c’era tono di comando nella sua voce. Non aveva mai usato dominio con me. Eppure sembrava che non volesse perdere tempo, che ciò che stava facendo facesse parte di un piano ben delineato nella sua mente. Sentii la morbidezza delle lenzuola sotto la mia pancia e dopo un istante sentii il calore del suo petto poggiarsi sulla mia schiena. Sussultai. Per quanto cercasse di non opprimermi con il suo corpo, la pressione era pesante. Mi sentii improvvisamente fuori luogo. E mi chiesi perché non potevo vivere quell’istante con Alessandro, dato che eravamo pari nella dimensione e nel peso dei corpi, oltre che nella conoscenza di quella nuova arte. Ma non dissi nulla. Temevo che se avessi nominato Alessandro, avrei suscitato l’ira del mio maestro o qualche incomprensibile comportamento da parte sua. Forse era geloso? O forse c’era qualcosa che io non sapevo, di cui ero allo scuro? Le sue labbra si posarono dolcemente sulla mia schiena, iniziando a tracciare con la lingua scie umide sulla pelle. Chiusi gli occhi, mi aggrappai al cuscino. Avevo brividi dappertutto. La sua barba graffiava la mia pelle di ragazzo, tuttavia trovai piacevole quel lieve dolore, anche perché la sua bocca riparava all’istante quelle piccole ferite. Sentii un ginocchio introdursi tra le mie gambe, facendo in modo che le aprissi, e seppi che il momento era arrivato. Non sapevo con precisione di quale momento si trattasse, ma sapevo che era giunto… che dopo di allora non sarei stato più lo stesso, che avrei lasciato lì i miei sedici anni, sul bianco e l’innocenza di quelle lenzuola, in una notte d’estate, nel palazzo di Pella. Quando allargai le gambe e stranamente le intrecciai tra le sue, sentii il respiro del mio mentore farsi più pesante, la sua pelle strusciò contro la carne tenera delle mie cosce, e i muscoli delle sue braccia mi strinsero in una morsa di ferro, decisa ma non dolorosa. Mi sentivo così piccolo rispetto a lui. Le sue mani raggiunsero le mie natiche, provai l’imbarazzante sensazione di essere scoperto e violato per la prima volta. Ma ancora erano soltanto carezze. Fu un istante più tardi che la voglia di fuggire si fece pungente. Iniziò a preparami, facendo scivolare un dito all’interno del mio corpo. Non potei che rifiutarlo e divincolarmi nel suo abbraccio. Non volevo. Improvvisamente mi parve tutto così assurdo, irreale. “Alessandro…” pensai, mentre Clito continuava ad esplorare le mie carni “Alessandro perché… perché non sei qui… perché non sei tu…?” E mentre la mia mente si aggrappava con tutta se stessa a qualcosa di simile a me, al volto di un ragazzo della mia età, il mio corpo aveva già iniziato a rilassarsi, ad ammorbidirsi. I muscoli si erano sciolti, il dolore era stato lieve. Il mio maestro era esperto anche in quello. Non ci parlammo in quell’istante. Ogni parola sarebbe stata superflua. Erano i nostri sensi a dover parlare, i sensi di un uomo e i sensi di un ragazzo che dovevano fondersi. Dovevo regalare al mio maestro un po’ della mia innocenza, e lui, doveva regalare a me un po’ della sua esperienza. Forse era quello, l’ultimo e decisivo passo della mia educazione. Poi sarei stato libero. Poi sarei stato autonomo e adulto. O almeno era questo ciò che credevo. Sentii la sua eccitazione sulla soglia del mio corpo. Non potei fare nulla per muovermi. Cercai di ascoltare il più possibile la dolcezza delle sue carezze, il calore dei suoi baci, le sue dita che cercavano di cancellare in ogni istante, quasi con disperazione, la paura e il primo, necessario dolore di quel momento. Clito mi tenne fermo. Non mi lasciò fuggire. E lentamente, entrò in me. Gridai. Mi divincolai. Cercai di rigettare fuori dal mio corpo quell’intrusione troppo grande e troppo matura per un ragazzo della mia età. Eppure molti altri miei coetanei avevano conosciuto quell’arte molto tempo prima di me. Io non volevo tirarmi indietro. Volevo semplicemente conoscerla… con Alessandro. Pensai a lui, pensai a lui tutto il tempo, mentre il mio corpo e la mia anima si legavano a quella del mio maestro. Non odiai Clito, non potevo farlo. Dopotutto lui era l’unica persona, la persona giusta che potesse compiere quell’atto per la prima volta. Ma la nostalgia e la voglia di Alessandro era troppo forte e pungente. Deve essere stato allora che me ne innamorai senza mai averlo sfiorato, senza mai averci parlato troppo a lungo, senza mai averlo conosciuto fino in fondo. Ma in quell’istante per me era come se lui fosse là, disteso su quello stesso letto, a tenermi stretta la mano, come a volermi infondere il coraggio necessario per vivere al meglio quell’esperienza. Presto i miei gemiti di dolore si trasformarono in sospiri di puro piacere, strinsi ancora più forte la mano in quella del mio Alessandro immaginario, e ringraziai Clito che aveva saputo muoversi con dolcezza nel mio corpo. Colpì più e più volte un punto che mi fece tremare e nuovamente provai la stessa sensazione, provata pochi istanti prima, quando mi stava possedendo con la bocca. Fui stravolto dai miei stessi sensi, il mio corpo iniziò a rispondere a quelle spinte, a seguire quel ritmo, ad assecondare quei movimenti. Sentii un debole e soddisfatto “si” uscire dalle labbra del mio maestro. La mia carne era completamente aperta e sciolta per lui. Sentii la dolce melodia del suo sesso che mi penetrava, respirai i nostri profumi, fui travolto da tutto questo e per la prima volta nella mia vita, dimenticai l’innocenza. Il bambino Efestione se ne andò. Lo vidi scomparire oltre la porta della mia stanza. Sapevo che non l’avrei più rivisto. Al suo posto si sostituì un ragazzo e infine, amplesso dopo amplesso, un uomo dalla bellezza disarmante e dall’intelligenza sopraffina. Il seme di Clito m’invase tutto, riuscì a riscaldare facilmente ogni angolo del mio corpo, lo fece fiorire con il più dolce dei nettari. Il mio maestro crollò su di me e per un istante il mio fisico ancora immaturo, ancora non provato, dovette sopportare il peso di quello ricolmo di vita del mio amante. Ma si spostò quasi subito e immediatamente mi prese tra le braccia, per placare ogni possibile paura. Non stavo tremando. Non avevo più paura ormai. Una sensazione di pace assoluta aveva cominciato a scivolare su di me, a coccolarmi dolcemente. Mi lasciai cullare dal suo abbraccio e mai come in quel momento ebbi la netta sensazione che Clito mi avrebbe protetto per tutta la vita, forse come Filippo avrebbe fatto con suo figlio. Lo guardai, lo guardai con i miei occhi grandi come il mare. Avevo bisogno di tante risposte, ma una in particolare rimbombava nella mia mente. “L’hai fatto anche con altri ragazzi…?” chiesi a bruciapelo, quasi geloso di un suo possibile “si”. Scostò una ciocca di capelli dalla mia fronte. “No Efestione… sei stato il primo…” sorrise “e non ci sarà più nessun altro dopo di te…” Quelle parole mi rincuorarono. Mi sentii importante. Ci addormentammo così, insieme, abbracciati, e quando il giorno seguente nacque l’alba, tutto mi sembrò diverso. Clito non mi prese mai più. Quella fu la prima e unica notte che passammo insieme. Una notte necessaria, una notte d’iniziazione. Da quella volta cominciò per me, la vita.
Tutto era rimasto apparentemente uguale a sempre. Le mie giornate trascorrevano tra studio, palestra, musica e danze. Le mie notti, accanto a Clito, nel nostro letto, ma semplicemente vicini, a parlare, ad attendere che il sonno ci rapisse, senza mai fare l’amore. Anche se io, in fondo, l’avrei voluto. Compresi presto quanto fosse legato a Filippo. Non era soltanto il più importante tra i suoi guerrieri, né soltanto il suo amante, era il suo compagno, parte di se stesso, l’altra metà della sua anima. Ero estasiato e invidioso di un amore così. Anch’io volevo viverne uno simile. Anch’io… Cercai sempre più spesso Alessandro e mi resi conto che anch’egli con la stessa ansia stava cercando me. Cominciammo ad essere inseparabili. Oltre alle lezioni che frequentavamo sempre insieme, avevamo iniziato a vederci anche di nascosto. Gli unici momenti che avevamo per incontrarci erano nella notte. Dormii poco quel periodo e spesso ero stanco durante le lezioni di combattimento o non riuscivo a memorizzare bene le poesie. Ma facevo di tutto per dimostrare che le cose andavano come sempre. Mi sforzavo. Fingevo. Non potevo perdere neppure instante di quella splendida avventura che era iniziata con il mio migliore amico. Quando Clito si addormentava, sgattaiolavo via dalle coperte e a grandi, silenziosi passi correvo verso un luogo nascosto nei giardini, che era divenuto il luogo dei nostri appuntamenti. “Sei in ritardo!” mi ammoniva Alessandro quasi sempre. Per me non era facile come per lui. Lui non apparteneva a nessuno, non aveva controlli, aveva una stanza tutta per sé dove poteva dormire da solo. Io avevo sempre gli occhi di Clito addosso. Non voleva che pronunciassi quel nome. Alessandro era geloso. Realmente geloso, anche se tra noi due non era ancora accaduto niente. Passeggiavamo, passeggiavamo per ore intere lungo i tanti piccoli sentieri che, labirintici, avvolgevano il nostro palazzo. Parlavamo di quello che avevamo appreso a lezione, Alessandro era innamorato dei racconti di Aristotele, quando lo guardavo aveva gli occhi pieni di quei mondi che soltanto lui riusciva a vedere. “Gli fai sempre così tante domande…” “Perché voglio sapere! Non mi basta quello che ci dice, sono convinto che non ci dica tutto, che i suoi racconti siano parziali e io voglio di più!” “Tu vuoi troppo, Alessandro!” “E con questo? Sbaglio forse? Atena non ci ha forse dato il dono dell’intelligenza? Perché non dovrei sfruttarlo?” Lo guardavo, ammirato, ma avevo anche paura quando parlava così. Paura che si sarebbe spinto troppo oltre, paura che l’avrei perduto presto. “Ricordati quale punizione il padre degli Dei ha inflitto al povero Prometeo, solo perché ha osato troppo!” “Ha osato per il bene degli uomini! Anch’io farei così!” “Alessandro!” esclamai, leggendo la follia nei suoi occhi. Ma senza preavviso lui mi tirò a sé, abbracciandomi con forza. “Ti prego, Efestione, non lasciarmi, almeno tu! Credi con me, credi con me che questa cosa sia possibile!” Come potevo contestarlo? Come non credere con lui? Come non seguirlo ovunque, contro tutto, nonostante tutto? Rimanemmo abbracciati a lungo… il primo contatto che ci regalavamo. Ancora uno scambio di corpi. La mia mente aveva ormai perduto l’innocenza e sentire Alessandro così stretto a me non poté non farmi pensare a qualcosa di più intimo. Un pensiero folle mi passò davanti agli occhi. Potevo insegnargli, insegnargli ciò che Clito aveva insegnato a me! Potevo fargli provare l’estasi e la paura che esplode in due corpi che si uniscono! Potevo farlo! Volevo farlo! Mi liberai lentamente dal suo abbraccio, quel tanto per permettermi di guardarlo negli occhi e inaspettatamente… baciarlo. “Efestione…” mormorò tra le mie labbra. Sentii le sue mani tremare e aggrapparsi con forza alle mie spalle. Era stupendo. Alessandro, il grande e perfetto Alessandro stava vacillando per qualcosa che io gli avevo donato e aveva bisogno di me per sorreggersi. Ci staccammo. Gli sorrisi. “Non l’hai mai provato… questo?” Scosse la testa. “Non… non avevo mai baciato nessuno… prima…” Era inesperto, era del tutto inesperto, non conosceva minimamente quell’arte. Suo padre non aveva certo potuto educarlo come Clito aveva educato me. Provai una tenerezza infinita nei suoi confronti. Leggevo nei suoi occhi gli stessi timori che c’erano nei miei, quando il mio maestro mi aveva chiesto di raggiungerlo nel letto. Aveva paura, ma nonostante questo non si mosse di un millimetro. Sapevo tuttavia che aveva bisogno di risposte. “Tu si…? Tu conosci…” Annuii. “E’ stato Clito ad insegnartelo?” domandò, mentre un lampo di gelosia saettò distintamente nei suoi occhi. “Non odiarlo per questo, tuo padre non te lo ha insegnato perché era tuo padre, se avessi avuto qualcun altro a prendersi cura di te, anche tu non saresti così ingenuo dinanzi a questa cosa…” Sollevò il volto e guardò la luna. Sapevo quanta fatica facesse ad accettare questa cosa, a non essere il primo, a non essere il protagonista. Ma questa volta doveva accettarlo. Io l’avevo superato e se voleva imparare, poteva farlo soltanto con me. “Ami Clito?” domandò a bruciapelo. “Alessandro…” risi dinanzi a quella domanda così ingenua “Gli sono… gli sono solo molto affezionato…” feci una pausa “Non… amo nessuno io…” Abbassai la testa. Non seppi perché ma lo feci. E sentii le mie guance in fiamme. Mi risollevò il viso con due dita, mi esplorò a lungo in silenzio, con lo sguardo. Non aveva fretta. Voleva avere la certezza che fossi davvero io il ragazzo che… “Lo faresti con me stanotte? Mi ameresti, Efestione…?” Lo guardai. Soltanto gli Dei sapevano quanto avessi atteso quelle parole. “Il tuo… erastes*…?” “Si.” Potevo vedere nei suoi occhi solo determinazione in quel momento, potevo leggervi la certezza. Non aveva dubbi su quello che mi aveva chiesto, era sicuro, e la cosa che mi colpì maggiormente fu la fiducia che vi lessi e per un momento mi chiesi se quello fosse veramente Alessandro, il ragazzo che non dava la sua fiducia a nessuno, neppure ai suoi stessi genitori, e non un dio che avesse preso il suo aspetto solo per prendersi gioco di me. Mi sorrise, e capii che quello era il mio Alessandro; nessun dio, per quanto bravo nell’arte dell’inganno avrebbe mai potuto riprodurre un simile spettacolo. La luna splendeva nel cielo quella notte, mentre allungavo la mano verso di lui, chiedendo ad Artemide perdono per ciò che stavo per fare sotto i suoi occhi. Alessandro mi seguì, nessuno dei due voleva vivere in quel luogo che ci aveva visti fanciulli l’abbandono dell’innocenza. Raggiungemmo le rive del piccolo lago che ci affascinava, quello stesso lago che più di una volta Aristotele, riprendendo le parole di Socrate aveva paragonato al mondo, e mai come in quel momento ci sentimmo piccoli come rane. Se quello era il mondo, era giusto che Alessandro diventasse uomo ai suoi piedi. Non riuscii per anni a spiegarmi questo pensiero. Lo guardai negli occhi e ancora una volta non potei fare a meno di pensare che quello era giusto, che era ciò che era stato scritto per noi. A differenza di Clito non pregai Afrodite di nasconderci agli occhi degli altri Dei, la pregai solo di vegliare su di noi quella notte, e tutte le notti che sarebbero seguite, perché seppi nel momento stesso in cui incontrai ancora le labbra di Alessandro, quando le sentii aprirsi per me e accogliere la mia lingua, accarezzandola con la propria, che mai sarei riuscito a lasciarlo andare. Ci baciammo a lungo, e non ci fu un vincitore in quella battaglia. Il suo sapore mi riportò alla mente la primavera, quando tutto è in fiore e la vita vince la morte in un susseguirsi di eventi. Serrai gli occhi, impossibilitato a fare altrimenti, tutto quello che volevo sentire era Alessandro, il suo corpo caldo che sempre di più aderiva al mio, la sua pelle che lasciavo nuda via via che gli sfilavo la tunica. Non potei evitare che la mia mente facesse un paragone con l’unico corpo che conoscevo, e non potei fare a meno di sentire tutte le differenze che esistevano tra Alessandro e Clito. Cercai di far uscire dalla mia mente ogni pensiero che riguardasse il mio mentore, non era quello il momento di pensare a lui; tutta la mia attenzione doveva andare ad Alessandro, nel momento più importante della sua vita. Il suo corpo nudo fu baciato dalla luna, i cui raggi erano riusciti a trovare la strada attraverso l’intreccio dei rami; ed allora seppi che la Dea vergine sorella di Apollo apprezzava quello che si stava compiendo e non era irata con noi. Era bello, bello come mai avevo visto niente nella mia vita, e in quel momento, privo delle vesti, era indifeso davanti a me. Era la prima volta che lo vedevo così, e seppi che probabilmente sarebbe stata l’ultima, che mai mi sarebbe stato dato ancora di poter vedere completamente la vulnerabilità del ragazzo che presto sarebbe stato uomo. Mi privai a mia volta della veste e mi sdraiai sull’erba. “Alessandro…raggiungimi…” Lo fece, forse un po’ titubante, ma mai il suo passo si fermò. Si distese accanto a me e mi sorrise leggermente. Feci altrettanto, mentre con una mano allontanavo dal suo volto una ciocca di capelli biondi. Feci scorrere le mie mani sul suo corpo, lo accarezzai con dedizione, ma sentivo che tremava, anche se leggermente. “Mi temi Alessandro?” Gli sollevai il volto, volevo che mi rispondesse guardandomi negli occhi. |