ebbri di giovinezza




 

Era stato il Re a ordinarlo.

O almeno questo fu ciò che mi venne detto quando divenni grande per capire certe cose.

Filippo, il Re di Macedonia avrebbe educato suo figlio, Alessandro, mentre Clito, l’uomo che gli stava sempre accanto e che ben presto scoprii essere il suo favorito, si sarebbe preso cura di me.

Fu stabilito fin dalla nostra nascita.

E soltanto più tardi io e Alessandro, che era mio coetaneo, scoprimmo il perché di questa scelta.

Lo scoprimmo insieme…

Lo scoprimmo da soli, senza che nessuno ce lo avesse mai detto prima.

E questa scoperta fu la più bella e la più dolce di tutta la mia vita.

Nacqui a Pella nell’anno 356, e ben presto ai volti delle nutrici e delle donne che si affaccendavano attorno a me, si sostituì quello di Clito, l’uomo che sarebbe diventato il mio mentore. La prima volta che lo vidi, chino sulla mia culla, piansi, o almeno fu questo ciò che mi raccontarono. Dovevo essere spaventato dai tratti scuri e marcati del suo volto, da quegli occhi neri che sembravano bruciare come carboni ardenti, da quelle mani grandi e ruvide che non sapevano come tenermi in braccio. Ben presto però scoprii che tutto questo era solo apparenza, scoprii la dolcezza, una dolcezza infinita nei suoi occhi e compresi che quelle mani, tanto rassomiglianti a quelle di un orco agli occhi di un bambino, erano capaci delle più dolci e attente carezze.
Crebbi con lui nelle sue stanze e in un angolo remoto del palazzo di Pella, dalle finestre vedevo il mondo e ne ero giorno dopo giorno sempre più incuriosito. Le mie domande si moltiplicavano e ad ogni mia richiesta vedevo il volto di Clito tingersi di soddisfazione. Probabilmente aveva sperato che crescessi in quel modo.

“Lo conoscerai presto questo mondo, Efestione…” mi ripeteva sempre “Ti affascinerà, farai parte di esso, ma non te ne innamorare mai del tutto e ricorda sempre dove si trova la tua casa.”

“Sarà mio questo mondo, maestro?”

Lui non rispondeva subito, scuoteva le testa e ben presto capii che quella doveva essere una domanda inopportuna.

“Non dovresti avere certi pensieri, ragazzo… il mondo appartiene agli Dei, o in alcuni casi… a pochi eletti.”

Chi fossero questi pochi eletti, per molto tempo, rimase per me un mistero.

Quando raggiunsi il decimo anno di età e dunque quando iniziai a diventare un ragazzo, fui istruito all’arte del combattimento e della guerra. Iniziai a trascorrere sempre più tempo con i miei compagni, con i miei pari e fu allora, durante un’esercitazione di lotta corpo a corpo, che conobbi veramente Alessandro, il figlio del Re.

Fino a quel momento l’avevo soltanto intravisto. Clito me ne aveva parlato molte volte, ma non avevo mai avuto modo di conoscerlo di persona, di parlare o di giocare con lui.

Dal modo in cui il mio mentore me ne parlava compresi che quel ragazzo era in qualche maniera diverso da noi, doveva essere bello, di un’intelligenza acuta e fuori dal comune, in poche parole… perfetto. Istintive furono la mia gelosia e al tempo stesso la curiosità di conoscerlo, così quando il maestro di lotta decise che Efestione avrebbe dovuto combattere con Alessandro fui immensamente felice.

Non gliene risparmiai una, usai tutta la forza che avevo in corpo per sottometterlo, non lo lasciai vincere, fui crudele e testardo come solo un bambino di dieci anni sa essere.

Fu faticoso congratularci una volta terminato il combattimento, ma quando afferrai la sua mano, compresi che avrei voluto rivederlo di nuovo, che soltanto con lui avrei voluto lottare.

Era un mio pari. Eravamo uguali.

Quando raccontai questo a Clito lo vidi andare su tutte le furie. Mi disse che avevo esagerato, che avevo preteso troppo, che Alessandro ed io non eravamo affatto uguali, non avremmo potuto esserlo mai. Ma non mi dette una risposta, non mi dette un perché di questa affermazione, perciò la voglia di sfidarlo, la voglia di dimostrare le mie doti e la nostra uguaglianza crebbe ancora di più.

Che fosse il figlio del Re non m’importava più di tanto.

Passata la soglia dei dieci anni, le mie giornate e la mia vita iniziarono a scorrere velocemente. La maggior parte del tempo restavo nelle stanze di Clito, dove egli m’istruiva sulle arti e sulle lettere, sulla storia del nostro popolo, il resto lo passavo assieme ai miei coetanei nella palestra o alle lezioni tenute dal grande filosofo Aristotele, che Filippo aveva fatto venire direttamente dalla Grecia per istruirci.

In quelle occasioni ebbi modo di stare assieme ad Alessandro più a lungo, anche se Clito non mi consentiva di trascorrere con lui il tempo libero, né di accedere mai alle stanze di Filippo, dove lui si trovava. Era come se volesse ritardare il più possibile un momento che presto o tardi sarebbe comunque giunto. Io non ne comprendevo il motivo.

Le mie domande su Alessandro divennero sempre più frequenti, incalzanti, quasi ossessive.

Clito spesso non rispondeva o usciva velocemente e nervosamente dalla stanza. Più tardi scoprii che raggiungeva l’abitazione di Filippo e si tratteneva a parlare con lui a lungo di questa questione.

Sembrava che io e Alessandro dovevamo essere tenuti il più possibili lontani dall’uno e dall’altro.

Avevo compiuto quindici anni quando gli feci quella domanda:

“Maestro hai forse paura che io e Alessandro possiamo diventare come te e suo padre?”

I suoi occhi si spalancarono e smise di leggere il libro che aveva in mano.

“Cosa intendi dire?”

“Tu e Filippo vi amate, non è vero?”

“Chi te l’ha detto?”

“Nessuno… immagino però che sia così, vi ho visti molto spesso passeggiare insieme e se, come mi ha insegnato Aristotele, l’amore che lega due uomini, se sincero, può portare alla costruzione di un mondo, allora potrebbe esserci questo sentimento anche tra voi…” rimase in silenzio a fissarmi. Proseguii “Mi hai raccontato di Achille e Patroclo, mi hai narrato di quanto Socrate tenesse a Platone, il suo discepolo… e io vedo che il re chiama sempre te, vuole sempre te nelle decisioni importanti… tu sei il suo discepolo, Clito?”

La mia innocenza era disarmante.

“Io sono… un suo caro amico, Efestione, ma non nego di… essergli molto affezionato!”

“Allora è la stessa cosa che accade a me nei confronti di Alessandro!”

Non avrei mai dovuto pronunciare quelle parole.

Clito si alzò in piedi, facendo cadere la sedia rumorosamente a terra. Si diresse verso di me e mi dette uno schiaffo. Poi mi prese il volto tra le mani guardandomi profondamente negli occhi.

“No. Non è la stessa cosa che accade tra te e Alessandro. Lui è il figlio del re e diventerà egli stesso re, tu sei solo un ragazzo che può aspirare soltanto a diventare un membro del suo esercito!”

“Come tu con suo padre. Lui è re, tu sei il comandante della sua cavalleria, ma questo non vi evita di essere amanti!”

Un altro schiaffo.

“Ragazzino impertinente!”

Sentii il sapore del sangue nella mia bocca.

Clito non mi aveva mai picchiato, ma ora che stavo diventando uomo non avrebbe esitato a farlo. La dolcezza genera soltanto uomini deboli.

“Non sai niente di ciò che lega me a Filippo. Vedi soltanto l’esteriorità, come vedi soltanto la superficie della tua amicizia con Alessandro e senza sapere fai paragoni, trinci giudizi!”

Mi lasciò, seduto a terra. Se ne andò, come di consueto dalla stanza, abbandonandomi tra mille dubbi e domande.

Vedi soltanto la superficie della tua amicizia con Alessandro…

Non era vero. Per gli Dei non lo era! Con Alessandro combattevo, giocavo, studiavo, apprendevo, crescevo. No, quella non poteva essere mera apparenza. Io… mi sentivo realmente legato a lui, al mio amico-nemico, al mio… compagno di strada.

Che fosse il figlio del re, ancora una volta, non me ne importava.


I giorni passarono, la mia vita proseguì. Divenni sempre più forte nel fisico, e a detta di molti, sempre più bello, coltivai la mia mente, l’istruii, la viziai. Adoravo le lettere, la poesia, la musica. Convinsi il mio maestro che le mie dita non erano abili soltanto nel maneggiare una spada, ma sapevano carezzare anche le corde delicata di una lira.

Allora iniziò ad istruirmi anche nella musica e nel canto, affinché a volte mi fosse concesso di allietare le serate del re, serate che terminavano molto presto, perché dopo la mia esibizione venivo riportato immediatamente nelle mie stanze, e da lì ascoltavo provenire dall’abitazione di Filippo una musica ben diversa: tamburi, grida, risate, rumori di coppe che si scontravano. Vedevo ombre danzanti, ombre che strisciavano furtive nei giardini dinanzi al palazzo e a volte udivo le grida di una donna, il suo ruggito nella notte. Più tardi mi fu detto che quelle grida appartenevano ad Olimpiade, la madre di Alessandro, considerata da molti, una strega dedita al culto del dio dei sensi, Dioniso.

“Sei stato bravo questa sera!” mi disse una notte, Clito, riconducendomi nei nostri appartamenti.

“Torneremo domani, maestro?” rispondevo con ansia.

“Se il Re lo vorrà…”

Speravo che lo volesse. Il mio cuore si riempiva di gioia quando sapevo che dovevo suonare per lui. Ma in realtà… io suonavo per Alessandro.

E lui udiva quella musica per me. Ogni volta… non smetteva di guardarmi neppure per un istante.

Molti dicevano che io fossi di una bellezza rara e forse esotica. Forse non avevano ancora visto bene la bellezza di Alessandro.

“Efestione…”

La voce di Clito mi riportò alla realtà.

Mi voltai e vidi che era disteso sul mio letto, nudo e ricoperto semplicemente dalle lenzuola.

“Questa notte dormiremo insieme…”

Non compresi appieno quelle parole, ma una strana sensazione che percorse il mio corpo mi disse che quella notte avrei appreso qualcosa nuovo, qualcosa di cui, in un primo momento, ci si vergogna.

“Vieni, Efestione…” mormorò dolcemente.

Mi avvicinai a lui titubante e curioso al tempo stesso.

Rividi quegli occhi scuri che da bambino mi avevano sempre spaventato, ma questa volta, non ne ebbi paura. Lessi in essi una dolcezza che mi era sconosciuta, che non avevo mai visto nello sguardo del mio maestro, neppure quando facevo qualcosa che lo soddisfaceva, quando mi dimostravo bravo nell’arte del combattimento, nella musica o nelle lettere.

M’infilai nel letto con lui. Sentii il suo abbraccio avvolgermi il corpo, sentii il suo calore, come un bambino che percepisce la protezione materna.

Ma non ero più un bambino. Avevo sedici anni e potevo essere ritenuto a tutti gli effetti un uomo. Era necessario però un ulteriore, piccolo passo affinché questo avvenisse del tutto.

Clito mi baciò dolcemente la nuca.

“Sai cosa stiamo per fare, Efestione?”

Annuii, ma in realtà non lo sapevo.

Sentivo solo il cuore battermi veloce, il respiro divenire affannoso, quasi doloroso, il mio corpo che veniva attraversato da brividi sempre più insistenti.

E senza sapere il perché… pensai ad Alessandro.

Clito mi carezzò il volto con il dorso della mano, guardandomi con occhi carichi di qualcosa a cui io non riuscivo a dare un nome. Presto identificai quella luce con il desiderio, con la voglia degli uomini di unirsi l’uno all’altro.

Clito mi desiderava? O forse mi stava aiutando a compiere l’ennesimo passo importante della mia educazione?

Percepii il suo respiro sulle mie labbra e senza accorgermene, le dischiusi.

Chi mi avesse visto in quel momento avrebbe potuto dire di aver conosciuto la pura innocenza inconsapevole e pronta a immolarsi al piacere.

Il mio mentore si succhiò uno delle sue dita e lo passò dolcemente sulle mie labbra.

“Un primo dono…” sussurrò, avvicinandomi a sé.

Così accostò la sua bocca alla mia e ci baciammo. Quella notte baciai un uomo per la prima volta.

Fu piacevole quel contatto, le sue labbra mature contro le mie ancora acerbe, ma non per questo restie alle pulsioni del piacere.

Lo stupii, risposi a quel bacio senza tirarmi indietro. Mi spaventai un poco soltanto quando sentii la sua lingua cercare la mia, allora mi scostai, interrompendo quella magia.

“Non aver paura…” mormorò Clito, dolcemente, riprendendo possesso di ciò che gli avevo tolto.

La lotta che avvenne nelle nostre bocche fu dolce, ed io, inesperto com’ero, non potei far altro che soggiacere dopo i primi attacchi. Iniziai a cercarlo, a non ritrarmi più quando sentivo la sua lingua raggiungermi. Iniziai a muovere la mia contro la sua lentamente, carezzandola, assaporandola, seguendo un indolente ritmo che faceva tremare i nostri corpi.

Dopo alcuni istanti le sue mani mi spinsero contro il materasso, ma non ci lasciammo, continuammo a baciarci sempre più bisognosi di quel calore. Percepii distintamente qualcosa di duro contro la mia coscia, e mi resi conto che il mio maestro non era riuscito a tenere a freno la sua eccitazione. Ebbi ancora una volta paura, perché sapevo che egli, con quello strumento, che molti chiamano di piacere, mi avrebbe fatto male, ma anziché allontanarlo, mi aggrappai con forza a lui. Avevo fiducia in Clito, una fiducia cieca. Gli appartenevo fin dalla nascita, non avrei potuto negargli nulla e per un istante ebbi la certezza che lui avesse in mano la mia stessa vita. Compresi che colui che mi aveva allevato e istruito avesse il potere di decidere sulla mia vita e sulla mia morte, se avesse voluto.

In quel momento stava dirigendo i sussulti del mio primo piacere.

E ancora una volta, senza conoscerne il motivo, pensai ad Alessandro.

Si staccò da me, potei vedere sulle sue labbra l’alone bagnato della mia saliva. Quella luce nei suoi occhi non si era spenta, al contrario era diventata ancora più viva e profonda, simile all’espressione di un uomo vinto dall’ebbrezza del vino.

Gli passai un dito sulle labbra, come lui aveva fatto pochi istanti prima con me, e anch’io succhiai il mio stesso sapore.

“Questo me lo riprendo…” sussurrai, senza smettere di guardarlo negli occhi.

Scosse lentamente la testa, come se non riuscisse a trovare le parole per ciò che stava provando in quel momento.

“Efestione… sei… bellissimo… prego Afrodite affinché ci tenga nascosti allo sguardo degli Dei… in questo istante potrebbero innamorarsi di te e avere invidia di me…” mormorò, visibilmente in preda ad un’emozione profonda.

“Tu… sei innamorato di me, Clito…?” domandai ingenuamente.

Sospirò.

Non mi rispose. Non conobbi mai la sua risposta.

Si gettò nuovamente sul mio corpo, sfilandomi questa volta la tunica e coprendomi il petto di baci. Non mi stava più ascoltando, in quell’istante esisteva soltanto lui e la sua voglia di possedere il mio corpo. Avrei voluto allontanarlo, ma tanto era il piacere che le sue labbra mi provocavano, che cedetti ancora una volta.

Potevo tenergli testa con le parole, ma in quel campo a me ancora del tutto ignoto, non avevo potere.

Le sue abili carezze mi strapparono i primi gemiti, le sue labbra ghermirono i miei sospiri affannosi, per poi scendere nuovamente verso il basso, sempre più in basso, oltrepassando il confine segreto della mia intimità.

Allora gridai, terrorizzato ed eccitato dalla meravigliosa sensazione di essere accolto nella gola di un altro uomo per la prima volta. Dei sussulti sconosciuti iniziarono a sconvolgere il mio corpo, mi aggrappai alle lenzuola, spaventato di non riuscire più a controllare me stesso, di perdere la testa, di essere soverchiato dai miei sensi, di cadere e morire.

Si, avevo paura di morire in quell’istante. Perché quella sensazione era dolce come qualcosa di inumano, qualcosa lontano da tutti i sentimenti che avevo provato fino ad allora.

Però era bello. E non volevo che Clito smettesse. Istintivamente aprii ancora di più le gambe e spinsi il bacino verso l’alto, come se la conoscenza dei gesti del piacere fosse qualcosa di innato in me. Il mio mentore non mi abbandonò, neppure in quel momento. Mi condusse fino alla fine di quell’estasi, fino all’ultimo grido, fino alla follia totale.

“Il cuore mi esplode! Maestro sto morendo!” gridai in preda al panico e al piacere, quando raggiunsi il mio primo orgasmo nella sua bocca.

Fu allora che lentamente mi lasciò andare. Scivolai via da lui con la grazia e il silenzio di un serpente, e trascorsero diversi momenti prima che riacquistassi il senso concreto della realtà.

Quando riaprii gli occhi lui era sempre accanto a me e mi stava carezzando i capelli.

“Il mio secondo dono…” sussurrò.

Poteva essere amore quello che leggevo nei suoi occhi? Non lo seppi mai. E mi chiesi se anche con Filippo, quando trascorreva ore nelle sue stanze, vivesse momenti come questi, di pura magia.

“E’ stato… bello…” mormorai.

Sorrise.

“Voltati Efestione…” disse immediatamente dopo.

Feci come mi aveva ordinato, anche se non c’era tono di comando nella sua voce. Non aveva mai usato dominio con me.

Eppure sembrava che non volesse perdere tempo, che ciò che stava facendo facesse parte di un piano ben delineato nella sua mente.

Sentii la morbidezza delle lenzuola sotto la mia pancia e dopo un istante sentii il calore del suo petto poggiarsi sulla mia schiena.

Sussultai.

Per quanto cercasse di non opprimermi con il suo corpo, la pressione era pesante.

Mi sentii improvvisamente fuori luogo. E mi chiesi perché non potevo vivere quell’istante con Alessandro, dato che eravamo pari nella dimensione e nel peso dei corpi, oltre che nella conoscenza di quella nuova arte.

Ma non dissi nulla. Temevo che se avessi nominato Alessandro, avrei suscitato l’ira del mio maestro o qualche incomprensibile comportamento da parte sua.

Forse era geloso? O forse c’era qualcosa che io non sapevo, di cui ero allo scuro?

Le sue labbra si posarono dolcemente sulla mia schiena, iniziando a tracciare con la lingua scie umide sulla pelle. Chiusi gli occhi, mi aggrappai al cuscino. Avevo brividi dappertutto. La sua barba graffiava la mia pelle di ragazzo, tuttavia trovai piacevole quel lieve dolore, anche perché la sua bocca riparava all’istante quelle piccole ferite.

Sentii un ginocchio introdursi tra le mie gambe, facendo in modo che le aprissi, e seppi che il momento era arrivato.

Non sapevo con precisione di quale momento si trattasse, ma sapevo che era giunto… che dopo di allora non sarei stato più lo stesso, che avrei lasciato lì i miei sedici anni, sul bianco e l’innocenza di quelle lenzuola, in una notte d’estate, nel palazzo di Pella.

Quando allargai le gambe e stranamente le intrecciai tra le sue, sentii il respiro del mio mentore farsi più pesante, la sua pelle strusciò contro la carne tenera delle mie cosce, e i muscoli delle sue braccia mi strinsero in una morsa di ferro, decisa ma non dolorosa.

Mi sentivo così piccolo rispetto a lui.

Le sue mani raggiunsero le mie natiche, provai l’imbarazzante sensazione di essere scoperto e violato per la prima volta. Ma ancora erano soltanto carezze.

Fu un istante più tardi che la voglia di fuggire si fece pungente.

Iniziò a preparami, facendo scivolare un dito all’interno del mio corpo.

Non potei che rifiutarlo e divincolarmi nel suo abbraccio.

Non volevo.

Improvvisamente mi parve tutto così assurdo, irreale.

Alessandro…” pensai, mentre Clito continuava ad esplorare le mie carni “Alessandro perché… perché non sei qui… perché non sei tu…?

E mentre la mia mente si aggrappava con tutta se stessa a qualcosa di simile a me, al volto di un ragazzo della mia età, il mio corpo aveva già iniziato a rilassarsi, ad ammorbidirsi. I muscoli si erano sciolti, il dolore era stato lieve. Il mio maestro era esperto anche in quello.

Non ci parlammo in quell’istante. Ogni parola sarebbe stata superflua. Erano i nostri sensi a dover parlare, i sensi di un uomo e i sensi di un ragazzo che dovevano fondersi.

Dovevo regalare al mio maestro un po’ della mia innocenza, e lui, doveva regalare a me un po’ della sua esperienza.

Forse era quello, l’ultimo e decisivo passo della mia educazione.

Poi sarei stato libero. Poi sarei stato autonomo e adulto. O almeno era questo ciò che credevo.

Sentii la sua eccitazione sulla soglia del mio corpo. Non potei fare nulla per muovermi.

Cercai di ascoltare il più possibile la dolcezza delle sue carezze, il calore dei suoi baci, le sue dita che cercavano di cancellare in ogni istante, quasi con disperazione, la paura e il primo, necessario dolore di quel momento.

Clito mi tenne fermo. Non mi lasciò fuggire.

E lentamente, entrò in me.

Gridai. Mi divincolai. Cercai di rigettare fuori dal mio corpo quell’intrusione troppo grande e troppo matura per un ragazzo della mia età. Eppure molti altri miei coetanei avevano conosciuto quell’arte molto tempo prima di me.

Io non volevo tirarmi indietro. Volevo semplicemente conoscerla… con Alessandro.

Pensai a lui, pensai a lui tutto il tempo, mentre il mio corpo e la mia anima si legavano a quella del mio maestro.

Non odiai Clito, non potevo farlo.

Dopotutto lui era l’unica persona, la persona giusta che potesse compiere quell’atto per la prima volta.

Ma la nostalgia e la voglia di Alessandro era troppo forte e pungente.

Deve essere stato allora che me ne innamorai senza mai averlo sfiorato, senza mai averci parlato troppo a lungo, senza mai averlo conosciuto fino in fondo. Ma in quell’istante per me era come se lui fosse là, disteso su quello stesso letto, a tenermi stretta la mano, come a volermi infondere il coraggio necessario per vivere al meglio quell’esperienza.

Presto i miei gemiti di dolore si trasformarono in sospiri di puro piacere, strinsi ancora più forte la mano in quella del mio Alessandro immaginario, e ringraziai Clito che aveva saputo muoversi con dolcezza nel mio corpo.

Colpì più e più volte un punto che mi fece tremare e nuovamente provai la stessa sensazione, provata pochi istanti prima, quando mi stava possedendo con la bocca. Fui stravolto dai miei stessi sensi, il mio corpo iniziò a rispondere a quelle spinte, a seguire quel ritmo, ad assecondare quei movimenti.

Sentii un debole e soddisfatto “si” uscire dalle labbra del mio maestro.

La mia carne era completamente aperta e sciolta per lui. Sentii la dolce melodia del suo sesso che mi penetrava, respirai i nostri profumi, fui travolto da tutto questo e per la prima volta nella mia vita, dimenticai l’innocenza.

Il bambino Efestione se ne andò. Lo vidi scomparire oltre la porta della mia stanza. Sapevo che non l’avrei più rivisto. Al suo posto si sostituì un ragazzo e infine, amplesso dopo amplesso, un uomo dalla bellezza disarmante e dall’intelligenza sopraffina.

Il seme di Clito m’invase tutto, riuscì a riscaldare facilmente ogni angolo del mio corpo, lo fece fiorire con il più dolce dei nettari.

Il mio maestro crollò su di me e per un istante il mio fisico ancora immaturo, ancora non provato, dovette sopportare il peso di quello ricolmo di vita del mio amante.

Ma si spostò quasi subito e immediatamente mi prese tra le braccia, per placare ogni possibile paura.

Non stavo tremando.

Non avevo più paura ormai. Una sensazione di pace assoluta aveva cominciato a scivolare su di me, a coccolarmi dolcemente.

Mi lasciai cullare dal suo abbraccio e mai come in quel momento ebbi la netta sensazione che Clito mi avrebbe protetto per tutta la vita, forse come Filippo avrebbe fatto con suo figlio.

Lo guardai, lo guardai con i miei occhi grandi come il mare.

Avevo bisogno di tante risposte, ma una in particolare rimbombava nella mia mente.

“L’hai fatto anche con altri ragazzi…?” chiesi a bruciapelo, quasi geloso di un suo possibile “si”.

Scostò una ciocca di capelli dalla mia fronte.

“No Efestione… sei stato il primo…” sorrise “e non ci sarà più nessun altro dopo di te…”

Quelle parole mi rincuorarono.

Mi sentii importante.

Ci addormentammo così, insieme, abbracciati, e quando il giorno seguente nacque l’alba, tutto mi sembrò diverso.

Clito non mi prese mai più.

Quella fu la prima e unica notte che passammo insieme. Una notte necessaria, una notte d’iniziazione.

Da quella volta cominciò per me, la vita.

 

Tutto era rimasto apparentemente uguale a sempre. Le mie giornate trascorrevano tra studio, palestra, musica e danze. Le mie notti, accanto a Clito, nel nostro letto, ma semplicemente vicini, a parlare, ad attendere che il sonno ci rapisse, senza mai fare l’amore.

Anche se io, in fondo, l’avrei voluto.

Compresi presto quanto fosse legato a Filippo. Non era soltanto il più importante tra i suoi guerrieri, né soltanto il suo amante, era il suo compagno, parte di se stesso, l’altra metà della sua anima.

Ero estasiato e invidioso di un amore così.

Anch’io volevo viverne uno simile. Anch’io…

Cercai sempre più spesso Alessandro e mi resi conto che anch’egli con la stessa ansia stava cercando me.

Cominciammo ad essere inseparabili. Oltre alle lezioni che frequentavamo sempre insieme, avevamo iniziato a vederci anche di nascosto.

Gli unici momenti che avevamo per incontrarci erano nella notte. Dormii poco quel periodo e spesso ero stanco durante le lezioni di combattimento o non riuscivo a memorizzare bene le poesie. Ma facevo di tutto per dimostrare che le cose andavano come sempre. Mi sforzavo. Fingevo. Non potevo perdere neppure instante di quella splendida avventura che era iniziata con il mio migliore amico.

Quando Clito si addormentava, sgattaiolavo via dalle coperte e a grandi, silenziosi passi correvo verso un luogo nascosto nei giardini, che era divenuto il luogo dei nostri appuntamenti.

“Sei in ritardo!” mi ammoniva Alessandro quasi sempre.

Per me non era facile come per lui. Lui non apparteneva a nessuno, non aveva controlli, aveva una stanza tutta per sé dove poteva dormire da solo. Io avevo sempre gli occhi di Clito addosso.

Non voleva che pronunciassi quel nome.

Alessandro era geloso. Realmente geloso, anche se tra noi due non era ancora accaduto niente.

Passeggiavamo, passeggiavamo per ore intere lungo i tanti piccoli sentieri che, labirintici, avvolgevano il nostro palazzo. Parlavamo di quello che avevamo appreso a lezione, Alessandro era innamorato dei racconti di Aristotele, quando lo guardavo aveva gli occhi pieni di quei mondi che soltanto lui riusciva a vedere.

“Gli fai sempre così tante domande…”

“Perché voglio sapere! Non mi basta quello che ci dice, sono convinto che non ci dica tutto, che i suoi racconti siano parziali e io voglio di più!”

“Tu vuoi troppo, Alessandro!”

“E con questo? Sbaglio forse? Atena non ci ha forse dato il dono dell’intelligenza? Perché non dovrei sfruttarlo?”

Lo guardavo, ammirato, ma avevo anche paura quando parlava così. Paura che si sarebbe spinto troppo oltre, paura che l’avrei perduto presto.

“Ricordati quale punizione il padre degli Dei ha inflitto al povero Prometeo, solo perché ha osato troppo!”

“Ha osato per il bene degli uomini! Anch’io farei così!”

“Alessandro!” esclamai, leggendo la follia nei suoi occhi.

Ma senza preavviso lui mi tirò a sé, abbracciandomi con forza.

“Ti prego, Efestione, non lasciarmi, almeno tu! Credi con me, credi con me che questa cosa sia possibile!”

Come potevo contestarlo? Come non credere con lui? Come non seguirlo ovunque, contro tutto, nonostante tutto?

Rimanemmo abbracciati a lungo… il primo contatto che ci regalavamo.

Ancora uno scambio di corpi.

La mia mente aveva ormai perduto l’innocenza e sentire Alessandro così stretto a me non poté non farmi pensare a qualcosa di più intimo.

Un pensiero folle mi passò davanti agli occhi.

Potevo insegnargli, insegnargli ciò che Clito aveva insegnato a me! Potevo fargli provare l’estasi e la paura che esplode in due corpi che si uniscono! Potevo farlo! Volevo farlo!

Mi liberai lentamente dal suo abbraccio, quel tanto per permettermi di guardarlo negli occhi e inaspettatamente… baciarlo.

“Efestione…” mormorò tra le mie labbra.

Sentii le sue mani tremare e aggrapparsi con forza alle mie spalle.

Era stupendo. Alessandro, il grande e perfetto Alessandro stava vacillando per qualcosa che io gli avevo donato e aveva bisogno di me per sorreggersi.

Ci staccammo.

Gli sorrisi.

“Non l’hai mai provato… questo?”

Scosse la testa.

“Non… non avevo mai baciato nessuno… prima…”

Era inesperto, era del tutto inesperto, non conosceva minimamente quell’arte. Suo padre non aveva certo potuto educarlo come Clito aveva educato me.

Provai una tenerezza infinita nei suoi confronti. Leggevo nei suoi occhi gli stessi timori che c’erano nei miei, quando il mio maestro mi aveva chiesto di raggiungerlo nel letto.

Aveva paura, ma nonostante questo non si mosse di un millimetro.

Sapevo tuttavia che aveva bisogno di risposte.

“Tu si…? Tu conosci…”

Annuii.

“E’ stato Clito ad insegnartelo?” domandò, mentre un lampo di gelosia saettò distintamente nei suoi occhi.

“Non odiarlo per questo, tuo padre non te lo ha insegnato perché era tuo padre, se avessi avuto qualcun altro a prendersi cura di te, anche tu non saresti così ingenuo dinanzi a questa cosa…”

Sollevò il volto e guardò la luna.

Sapevo quanta fatica facesse ad accettare questa cosa, a non essere il primo, a non essere il protagonista.

Ma questa volta doveva accettarlo. Io l’avevo superato e se voleva imparare, poteva farlo soltanto con me.

“Ami Clito?” domandò a bruciapelo.

“Alessandro…” risi dinanzi a quella domanda così ingenua “Gli sono… gli sono solo molto affezionato…” feci una pausa “Non… amo nessuno io…”

Abbassai la testa. Non seppi perché ma lo feci. E sentii le mie guance in fiamme.

Mi risollevò il viso con due dita, mi esplorò a lungo in silenzio, con lo sguardo. Non aveva fretta. Voleva avere la certezza che fossi davvero io il ragazzo che…

“Lo faresti con me stanotte? Mi ameresti, Efestione…?”

Lo guardai. Soltanto gli Dei sapevano quanto avessi atteso quelle parole.

“Il tuo… erastes*…?”

“Si.”

Potevo vedere nei suoi occhi solo determinazione in quel momento, potevo leggervi la certezza. Non aveva dubbi su quello che mi aveva chiesto, era sicuro, e la cosa che mi colpì maggiormente fu la fiducia che vi lessi e per un momento mi chiesi se quello fosse veramente Alessandro, il ragazzo che non dava la sua fiducia a nessuno, neppure ai suoi stessi genitori, e non un dio che avesse preso il suo aspetto solo per prendersi gioco di me.

Mi sorrise, e capii che quello era il mio Alessandro; nessun dio, per quanto bravo nell’arte dell’inganno avrebbe mai potuto riprodurre un simile spettacolo.

La luna splendeva nel cielo quella notte, mentre allungavo la mano verso di lui, chiedendo ad Artemide perdono per ciò che stavo per fare sotto i suoi occhi.

Alessandro mi seguì, nessuno dei due voleva vivere in quel luogo che ci aveva visti fanciulli l’abbandono dell’innocenza.

Raggiungemmo le rive del piccolo lago che ci affascinava, quello stesso lago che più di una volta Aristotele, riprendendo le parole di Socrate aveva paragonato al mondo, e mai come in quel momento ci sentimmo piccoli come rane.

Se quello era il mondo, era giusto che Alessandro diventasse uomo ai suoi piedi.

Non riuscii per anni a spiegarmi questo pensiero.

Lo guardai negli occhi e ancora una volta non potei fare a meno di pensare che quello era giusto, che era ciò che era stato scritto per noi.

A differenza di Clito non pregai Afrodite di nasconderci agli occhi degli altri Dei, la pregai solo di vegliare su di noi quella notte, e tutte le notti che sarebbero seguite, perché seppi nel momento stesso in cui incontrai ancora le labbra di Alessandro, quando le sentii aprirsi per me e accogliere la mia lingua, accarezzandola con la propria, che mai sarei riuscito a lasciarlo andare.

Ci baciammo a lungo, e non ci fu un vincitore in quella battaglia.

Il suo sapore mi riportò alla mente la primavera, quando tutto è in fiore e la vita vince la morte in un susseguirsi di eventi.

Serrai gli occhi, impossibilitato a fare altrimenti, tutto quello che volevo sentire era Alessandro, il suo corpo caldo che sempre di più aderiva al mio, la sua pelle che lasciavo nuda via via che gli sfilavo la tunica.

Non potei evitare che la mia mente facesse un paragone con l’unico corpo che conoscevo, e non potei fare a meno di sentire tutte le differenze che esistevano tra Alessandro e Clito.

Cercai di far uscire dalla mia mente ogni pensiero che riguardasse il mio mentore, non era quello il momento di pensare a lui; tutta la mia attenzione doveva andare ad Alessandro, nel momento più importante della sua vita.

Il suo corpo nudo fu baciato dalla luna, i cui raggi erano riusciti a trovare la strada attraverso l’intreccio dei rami; ed allora seppi che la Dea vergine sorella di Apollo apprezzava quello che si stava compiendo e non era irata con noi.

Era bello, bello come mai avevo visto niente nella mia vita, e in quel momento, privo delle vesti, era indifeso davanti a me.

Era la prima volta che lo vedevo così, e seppi che probabilmente sarebbe stata l’ultima, che mai mi sarebbe stato dato ancora di poter vedere completamente la vulnerabilità del ragazzo che presto sarebbe stato uomo.

Mi privai a mia volta della veste e mi sdraiai sull’erba.

“Alessandro…raggiungimi…”

Lo fece, forse un po’ titubante, ma mai il suo passo si fermò.

Si distese accanto a me e mi sorrise leggermente. Feci altrettanto, mentre con una mano allontanavo dal suo volto una ciocca di capelli biondi.

Feci scorrere le mie mani sul suo corpo, lo accarezzai con dedizione, ma sentivo che tremava, anche se leggermente.

“Mi temi Alessandro?”

Gli sollevai il volto, volevo che mi rispondesse guardandomi negli occhi.

“Temo questo momento…so che cosa sto per lasciare, ma ignoro quello che mi attende…”

Conoscevo i suoi dubbi, erano gli stessi che avevo avuto anche io.

“Ma se c’è qualcuno che non temo in questo mondo, quello sei tu…Efestione”

Come era dolce in quel momento il mio nome pronunciato dalle sue labbra.

Gli baciai il collo succhiando quella pelle che mi aveva sempre attratto, e assaporando una nuova parte di lui, scesi poi verso il petto, ricoprendolo di baci lievi, soffermandomi a giocare con i suoi capezzoli, mordendoli con delicata attenzione in modo che potesse sentire i miei denti ma non fosse ferito da essi.

Lo sentivo gemere sommessamente, e mi inebriai della consapevolezza che ero il primo a sentire quei suoni, a vederlo in quello stato, mentre il piacere si stava lentamente svegliando in lui e reclamava la sua attenzione.

Scesi fino a quello che sapevo essere il suo punto più sensibile in quel momento e lo accolsi tra le labbra, permettendo al suo calore di invadermi la bocca. Un nuovo sapore, che non avevo mai sentito si impresse nella mia mente, un sapore che avrei legato a lui per tutta la vita.

Succhiai, prima piano, lentamente, scoprendo per la prima volta qualcosa che mi era stato fatto, ma che non avevo mai fatto, e finalmente capii che anche io quella sera avrei imparato qualcosa di nuovo. Poi, quando i muscoli della mia gola si furono rilassati abbastanza aumentai la velocità della mia carezza. Alzai gli occhi allora, e quello che vidi fu lo spettacolo più bello. Alessandro aveva arcuato la schiena, gettando la testa all’indietro; gli occhi serrati per non farsi inghiottire dal baratro su cui sapevo si sentiva, e le labbra semiaperte, da cui usciva la melodia più dolce che mai avessi ascoltato.

Avrei dato tutto ciò che possedevo per coprire quelle labbra in quel momento.

Mi concentrai ancora su ciò che stavo facendo e sentii il suo corpo tremare violentemente. Era al limite, e non mi rimase altro che trasportarlo nell’estasi dei sensi.

Il suo primo orgasmo.

Gli lasciai il tempo di recuperare il controllo su un corpo che cominciava a conoscere veramente solo in quel momento, lo stesso tempo che servì a me per capire che non era stato un sogno, che quella era la verità.

Allora fui io a dubitare, anche se solo per un istante. Mancava ancora poco alla morte del bambino Alessandro, ma sapevo che sarebbe stato doloroso per lui, per il suo corpo e forse anche per il suo animo essere sottomesso da qualcuno, doversi piegare ad un altro, lui che aveva sempre voluto primeggiare, che era nato per essere il migliore.

Ebbi paura, temetti che mi avrebbe odiato se avessi fatto quello che ormai era inevitabile.

Una carezza sul volto mi riportò alla realtà, e ancora una volta nei suoi occhi lessi fiducia e qualcosa che non fui in grado di nominare se non dopo qualche tempo, e che scoprii con somma gioia del mio cuore essere amore.

Ancora non ne ero consapevole, ma già allora Alessandro mi amava.

Lo baciai, e mentre lo facevo mi distesi sul suo corpo. Al primo contatto seppi che era giusto, che sarebbe sempre dovuto essere così. Io non lo schiacciavo, non lo opprimevo con il mio peso, non era in trappola con me, sebbene io stesso non mi fossi sentito del tutto prigioniero.

La mia virilità si era risvegliata e adesso reclamava attenzione.

Portai le mie dita alle sue labbra e dovetti controllare me stesso quando sentii la sua lingua accarezzarle avidamente. Le succhiò a lungo, per poi lasciarle libere. Le portai lentamente alla sua entrata a le introdussi in lui, attento a non procurargli dolore. 

Era terribilmente stretto e caldo come il fuoco. Lo accarezzai in un luogo in cui sperai che mai altri avrebbero potuto farlo. Accarezzai i suoi muscoli e quasi gridai il mio trionfo quando li sentii rilassarsi, accettare quello che stavo facendo.

Mi presi cura di lui a lungo, perché tutto, quella sera, doveva essere perfetto, e alla fine lo lasciai libero.

Non poté trattenere un gemito di disappunto, e io sorrisi, felice di essere riuscito a stregarlo a tal punto.

Mi posizionai tra le sue gambe divaricate e mi spinsi in lui lentamente.

Gridò, gettò indietro la testa e serrò gli occhi per evitare che le lacrime scendessero libere sul suo viso.

Io rimasi immobile, aspettando che si abituasse a me, ma senza rimpiangere neppure per un secondo quello che stavo facendo. Quando sentii che si era rilassato abbastanza cominciai a muovermi aritmicamente e seppi, quando i suoi gemiti si tramutarono in suoni di puro piacere, di aver sfiorato quel punto all’interno del suo corpo.

Cominciò a rispondere ai miei movimenti, venendomi incontro, mentre i nostri occhi erano incatenati e dalle nostre labbra i respiri si fondevano. Eravamo una cosa sola in quel momento, non esistevamo più come Alessandro ed Efestione, ma come un’unità inscindibile che avrebbe perso tutto il suo valore se divisa.

Quando seppi che stavo per raggiungere il mio limite chiusi la distanza tra le nostre labbra e bevvi il suo gemito roco, lanciato nel momento in cui la sua essenza si liberava tra i nostri corpi, come lui bevve il mio quando mi liberai in lui.

Lo avevamo fatto nello stesso momento.

Scivolai fuori dal suo corpo, e mi distesi accanto a lui. Solo quando i nostri respiri furono tornati normali mi voltai a guardarlo. Uno splendido sorriso increspava le sue labbra.

Anche in quel momento sentivo che eravamo una cosa sola, e compresi che quella sensazione non derivava dall’unione dei nostri corpi, ma da quella delle anime.

Fu allora che mi venne in mente la definizione che una volta il nostro maestro Aristotele aveva dato dell’amicizia.

Una sola anima divisa in due corpi. Era ciò che io Alessandro eravamo.

“Siamo molto di più Efestione… siamo Achille e Patroclo… siamo tutto…”

Non seppi mai perché pronunciò quelle parole, ma qualcosa allora mi disse che la nostra unione era stata talmente profonda che aveva veramente saputo ciò a cui stavo pensando.

Mentre ci rivestivamo, in un silenzio rilassato Alessandro pose un bacio sulle mie labbra,  accarezzandomi i capelli con attenzione.

Eravamo compagni adesso, ma la sola cosa a cui riuscii a pensare furono i versi di un’elegia di Teognide che aveva letto tempo prima:

scetli Erws, Maniai s¢ etiqhnhsanto labousai

ek seqen wleto men Iliou akropolis,

wleto d¢ Aigeides Qhseus megas, wleto d¢ Aias esqlos Oiliades uisin atasqaliais.

(Eros crudele, le Follie ti presero con sé e ti nutrirono. Per causa tua perì l’alta rocca di Ilio, perì il gran Teseo Egeide, perì Aiace, il valente figlio d’Oileo, per le tue scelleratezze)

Li pronunciai ad alta voce, senza rendermene conto.

“Questo amore non ci porterà alla rovina Efestione…qualunque cosa accada adesso siamo insieme… e non permetterò a nessuno di mettere in dubbio questa realtà…”

Ci incamminammo lentamente verso la reggia, e il mio cuore nonostante la gioia per quello che era accaduto tra noi non poteva evitare di essere pesante per qualcosa che ancora non sapevo.

Quando aprii, il più silenziosamente possibile, la porta delle mie stanze, trovai come previsto Clito in piedi. Era immobile, ritto dinanzi alla finestra. I suoi occhi erano fissi su un punto indistinto dei giardini. Da come muoveva le mani intuii all’istante il suo nervosismo, un nervosismo e forse una rabbia che non mi sarebbe stato facile placare.

Richiusi con calma la porta alle mie spalle. Temevo quel confronto, sebbene non fosse il primo che avevo con il mio maestro, ma senza dubbio era il più intimo, temevo quel suo strano comportamento. In fondo lui aveva dovuto semplicemente educarmi e non… amarmi. Lui aveva Filippo… poteva essere geloso di Alessandro?
Io, dopotutto, non gli appartenevo.

Mi avvicinai a lui e mi fermai a pochi passi dalle sue spalle. Potevo percepire il suo respiro e non impiegai molto ad intuire che l’affanno in esso era dovuto a qualcosa che difficilmente riusciva a tenere sotto controllo. Molto presto sarebbe esploso.

“Efestione…”
Non c’era dolcezza nella sua voce. Seppure… quella voce stesse tremando.

“Dove sei stato?” proseguì senza voltarsi.

“Avevo… bisogno di prendere aria…”

Che risposta sciocca!

“Quando mi sono svegliato non eri più al mio fianco…”

Lo fissai, in silenzio. M’infastidirono quelle parole, parole rivolte più ad un amante che a un discepolo.

“Dove sei stato, Efestione?” domandò ancora, questa volta girandosi verso di me.

Tremai alla vista dei suoi occhi, due carboni ardenti, che bruciavano di una luce profonda e sconosciuta. Rividi in essi la stessa passione che avevo scorto quando mi aveva accolto nella sua bocca, durante la mia prima notte d’amore.

Indietreggiai di un passo, lui venne verso di me, senza smettere di guardarmi, come un grosso predatore che si avvicina alla sua preda, pochi istanti prima dell’attacco.

“Te l’ho detto, sono…”

“Non mentirmi!” gridò.

Non aveva mai gridato prima. Non in quel modo.

Sentii i suoi occhi indugiare a lungo su di me e maliziosamente sul mio corpo, nascosto soltanto da una leggera tunica bianca.

“La tua bellezza mi uccide, Efestione…” mormorò con voce roca e allungò una mano verso di me.

“La mia bellezza non ti appartiene, Clito!”

Questa volta fui io a gridare, scattando all’indietro, come per difendermi da quell’assalto privo di dolcezza.

Mi afferrò un braccio, mentre con l’altro mi avvinghiò a lui. La mia schiena di ragazzo sbatté contro il suo petto d’uomo, petto che avevo visto nella sua più profonda intimità, carne che avevo assaporato, lappato con desiderio e curiosità quando ancora non conoscevo nulla dell’amore.

Ma in quel momento non volevo lui. Desideravo un corpo giovane come il mio, desideravo un abbraccio dolce, la gelosia del mio ragazzo e non di un uomo che altro non doveva essere che il mio mentore.

E come un ragazzo di sedici anni sa essere, fui egoista, terribilmente egoista.

Cercai di allontanarlo da me, divincolandomi, facendogli capire con abile crudeltà quanto il suo abbraccio m’infastidisse, quanto il suo calore non mi deliziasse, e soprattutto quanto non avessi bisogno di lui.

“Lasciami, lasciami!” gridai, muovendomi come una bestia in gabbia, graffiandogli la pelle delle braccia, scalciando, cercando di colpirlo.

Ma lui mi trattenne. Ancora una volta, ebbe la meglio su di me.

“Dove credi di andare, eh ragazzino?”

“Non sono più un ragazzino! Non ho più bisogno della tua educazione!”

“Pensi di non avere più bisogno di me, Efestione?”

Gettai all’indietro la testa, sapendo quanta bellezza riuscissi a trasudare in quel momento. L’appoggiai contro la sua spalla e i miei occhi color del mare incontrarono i suoi.

“Non ne ho mai avuto bisogno, Clito…” dissi, con voce bassa e con studiata crudeltà.

Mi strinse con ancora più forza.

“Tu credi…?”

Mi mossi contro di lui.

“Oh si… ne sono convinto da quando… ho provato la differenza!”

Sentii il suo corpo tremare e compresi che mi ero spinto troppo oltre.

Mi voltò di scatto. Era fuori di sé.

“Alessandro!” disse soltanto.

Lo fissai senza far trapelare espressione alcuna. Lo fissai seriamente e in silenzio.

“Alessandro?” gridò, scuotendomi con violenza.

“Lui è… un mio pari…” mormorai, dosando più che potei le parole.

Mi sentii sollevare in aria e scaraventare sul letto.

I miei polsi furono intrappolati dalle mani di Clito.

Mi fece male.

Il mio corpo non era più abituato a sopportare il peso del suo.

Tentò di baciarmi. Voltai la faccia dall’altra parte, mostrandogli ancora una volta, inconsapevolmente, il mio disprezzo.

Mi sollevò senza grazia alcuna la tunica bianca ed immediatamente la mia carne aderì alla sua.

Mi divincolai, ma questo non fece altro che aumentare l’eccitazione in lui… dopotutto potevo capirlo… un uomo segnato da tante vicissitudini, un uomo entrato nell’età matura che ha tra le braccia l’emblema stesso della purezza virginale, rischia di perdere completamente il controllo di sé.

Pensai a questa cosa e questo mi eccitò a mia volta. Cosa mi stesse capitando in quegli attimi ora non saprei descriverlo, ma una cosa era sicura, da molto tempo avevo perso la mia purezza e la mia verginità, sebbene il mio volto da bambino potesse confondere gli occhi dei più distratti.

“Non hai diritti su di me, Clito…!” gli sussurrai, lambendogli con la lingua il lobo dell’orecchio.

Sembrò non ascoltarmi, o forse lo fece… perché le sue mani iniziarono a muoversi maniacalmente sul mio corpo, cercando con disperazione ogni frammento di pelle, ogni frammento di carne nuda e scoperta.

Gemetti e m’inarcai contro di lui.

Risi dentro di me.

Era ridicolo. Terribilmente ridicolo. Stava mandando in frantumi un compito assegnatogli dal suo Re anni e anni prima in piena fiducia. Stava riducendo a brandelli la sua dignità. E per che cosa? Per un ragazzino di sedici anni che a malapena conosceva le posizioni elementari dell’amore?

Sentii il suo sesso ancora coperto strusciare contro il mio.

Entrambi eravamo eccitati.

Entrambi ci odiavamo in quel momento.

Io, perché lui non era Alessandro. Non aveva nulla del mio amore.

Lui, perché non ero più il bambino che aveva cresciuto.        

Mentre le sue labbra percorrevano avide il mio collo, cercando di cancellare inutilmente l’impronta dei baci di Alessandro, gli afferrai il volto con le mani, stringendo i suoi capelli neri tra le dita.

“Mi ami, Clito?” dissi, con un sorriso diabolico sulle labbra.

Vidi la confusione nei suoi occhi.

“Mi vuoi, Clito?” insistetti senza pietà.

Non rispose. Mi fissava implorante e con il respiro in tumulto.

“Allora cosa aspetti? Prendimi! L’hai già fatto una volta…” allargai le gambe per lui “non credo che ti sia difficile ricordare dove sia l’accesso al mio corpo! Fammi tuo, Clito, siamo soli, non c’è nulla che può fermarti!”

Si staccò da me. Sconvolto.

Mi fissò sconvolto. Quasi terrorizzato.

Io rimasi immobile e ansimante tra le lenzuola e la tunica lacerata. Per un attimo sentii la mancanza del suo corpo.

“Perché mi fai questo, Efestione?”

Abbassai gli occhi. D’improvviso mi resi conto dove fossi arrivato, dove l’avessi portato.

“Efestione..”

Aveva la voce spezzata.

“Ti ho dato tutto… cibo, bei vestiti, istruzione, affetto, amore… non… non ti ho mai fatto mancare niente…”

Lo fissai profondamente.

“La libertà, Clito, mi hai concesso tutto tranne la libertà!”

Sospirò.

“Quella non spetta me dartela, è stato un ordine di Filippo, prima che tu nascessi. Io dovevo solo occuparmi di te!”

“E’ un ordine di Filippo anche che io resti segregato in queste stanze e che… non possa vedere suo figlio?”

Abbassò gli occhi. Avevo colpito nel segno.

“No, questo no, Efestione…”

“Allora lasciami andare! Lasciami libero, maledizione! Sono cresciuto, Clito, sono un uomo, tu mi hai reso uomo e ora pretendi che stia zitto e fermo come quando non riuscivo ancora a camminare?” gridai sollevandomi in ginocchio “Sei ingiusto con me!”

“Efestione…” sussurrò, mentre i suoi occhi mi percorrevano tutto.

“Non sono una bambola!” esclamai e come in preda ad un delirio, iniziai a strappare la stoffa dai cuscini e delle lenzuola “Non sono… una… bambola!”

Crollai nuovamente sul materasso.

Dallo sguardo di Clito compresi che forse mai aveva visto una tale bellezza selvaggia dinanzi ai suoi occhi.

Avevo il viso sconvolto, le guance rosse e fiammeggianti, le labbra dischiuse e scosse da tremori e dal calore del sangue, i capelli arruffati che mi ricadevano sulle spalle nude. Ogni muscolo del mio corpo era teso, come se da un momento all’altro dovesse affrontare una battaglia, forse quella più intima e personale.

Dai suoi occhi compresi le sue parole, parole mai pronunciate, ma il cui messaggio era estremamente chiaro. Gli appartenevo, oh se gli appartenevo e non sarebbe stato facile fargli cambiare idea.

In fondo da quella prima ed unica notte di amore si era creato tra di noi un filo invisibile, un legame tenace, alimentato dai numerosi conflitti nei quali entrambi, sempre più spesso esplodevamo.

“Io ti ho dato tutto, Efestione e se voglio… io posso toglierti tutto!” sibilò Clito, mentre i miei occhi incontravano lo scintillio della lama del suo pugnale.

“Tu non sei… mia madre!”

“Tu non hai mai avuto una madre, ed è per questo che ti ho cresciuto io!” mi rispose risolutamente, mentre si avviava verso la porta.

Aveva ripreso in mano la situazione. Non potevo permetterglielo.

“Avrei preferito morire fuori da questo palazzo, appena nato, in miseria, coperto di stracci, senza un nome, piuttosto che appartenere a te!” gridai con rabbia.

Clito sorrise, sentendosi nettamente superiore dinanzi alle mie ingiurie.

“Hai detto bene, Efestione… tu mi appartieni…”

Fece per aprire la porta.

“E come spiegherai questo a Filippo, il tuo amante…? Il tuo amore per me è un tradimento per lui!” sibilai, cercando di ferirlo.

Una luce sinistra brillò nei suoi occhi.

“Dammi la libertà, Clito…” implorai.

L’uomo sorrise, uscendo dalla stanza.

“Non rivedrai mai più quel ragazzo, Efestione!” disse, richiudendo la porta alle sue spalle.

Sentii il rumore della chiave e compresi che mi aveva segregato là dentro. Questa volta veramente. Compresi di essere divenuto una sua proprietà, uno splendido giocattolo alla sua mercé.

Gridai, rannicchiandomi sul letto.

Mi sentii vinto. Ma nonostante tutto, senza saperlo, la mia rivolta era appena cominciata.

 

I giorni che trascorsero accanto al mio mentore e in quelle stanze mi apparvero interminabili. Attimo dopo attimo, qualsiasi cosa facessi, la nostalgia di Alessandro si faceva sempre più pungente. Il mattino ero costretto a studiare, arte, musica, poesia, scienze, medicina… tutti quegli argomenti che un tempo erano la mia passione, ora non mi interessavano più. Ma dovevo fingere, fingere perché se avessi avuto un buon comportamento mi sarebbe stato concesso di uscire almeno nelle terrazze, di esplorare con gli occhi i giardini, l’alcova della prima notte d’amore con Alessandro.

La sera, invece, dovevo coricarmi presto, infilarmi sotto le coperte assieme a Clito. Dovevamo dormire assieme, sebbene egli non dimostrò mai alcun desiderio di volermi possedere e questo, forse, accrebbe la mia rabbia. Ero giovane, avevo sedici anni, ero bello e volevo essere apprezzato per tutte le mie doti. Non riuscivo a concepire di dormire con un uomo senza che questi non mostrasse alcun interesse per me. Non riuscivo a comprendere lo scopo di quella prigionia. Se Clito mi amava doveva dimostrarlo. Doveva dirmelo o se voleva, anche prendermi, violentarmi. Ma quell’indifferenza mi stava uccidendo.

Lentamente iniziai a capire che il mio maestro aveva completamente perso la ragione per me e mi adorava come se fossi una splendida statua di marmo, una statua dipinta dalle dita di Afrodite e forgiata dal pesante scalpello del dio del fuoco.

Per lui ero intoccabile.

Una notte mi svegliai in preda agli incubi, saltai su a sedere, completamente sudato. Poi, lentamente, la familiarità della stanza iniziò a placarmi.

Mi voltai e vidi Clito che stava dormendo profondamente accanto a me. Il vento che proveniva dalla finestra scuoteva appena i suoi capelli e le lenzuola, il giusto per consentirmi d’intravedere la sua pelle nuda sotto di esse.

Il mio mentore era bello, incredibilmente bello. Era la sua rudezza e la sua forza che sapevano tenermi ancora legato a lui, erano queste qualità che mi affascinavano più di ogni altra.

L’amavo e lo odiavo. Detestavo quella cattività, ma non riuscivo a liberarmene.

Non del tutto almeno.

Continuai a guardarlo, ad esplorare lentamente, con occhi languidi e attenti il suo corpo scuro e statuario sotto al candore delle lenzuola.

Lui mi aveva amato. Come poteva pretendere che fossi indifferente alla sua bellezza? Come poteva dormire accanto a me e fingere totale disinteresse nei miei confronti?

Il mio corpo era giovane, il mio corpo voleva essere scosso ripetutamente da sussulti eccitanti, dentro di me ribolliva il sangue puro di chi ancora non sa, di chi non ha saggezza, ma solo desiderio di rischiare.

Non potevo accettare la sua noncuranza. Come il giovane Narciso, amavo troppo il mio stesso aspetto perché esso venisse ignorato.

Lentamente e facendo attenzione a non svegliarlo, scivolai sotto le lenzuola. L’odore della sua pelle m’inebriò all’istante. Soffiai dolcemente sul suo ventre nudo e lo vidi tremare.

Ah, quale deliziosa soddisfazione!

Mi leccai le labbra come per pregustare quel sapore che da lì a poco avrei assaggiato.

Clito dormiva accanto a me ed era nudo.

Evidentemente voleva fare del male a me e a se stesso, costringendosi in quell’assurda castità.

Se solo avesse mostrato realmente amore e interesse nei miei confronti, avrei accettato più di buon grado quella prigionia.

Avvicinai le labbra al suo sesso… sorrisi…desideravo metterlo alla prova.

Il calore del mio respiro sembrò avere un effetto immediato su di lui. Lo vidi indurirsi e tendersi dinanzi ai miei occhi. Mentre il mio maestro, completamente rapito dal sonno, non si accorgeva di nulla.

Mi leccai ancora una volta le labbra e mi avvicinai a quel sapore che non avevo mai provato fino a quel momento. Quello di Alessandro sarebbe stato senza dubbio più dolce, ma con Clito era una questione di principio… una sfida.

Lo leccai dal basso verso l’alto e non appena raggiunsi la sua punta l’avvolsi nelle mie labbra. Sentii un primo mugolio fuoriuscire dalle labbra del mio maestro. Ma non si svegliò.

Iniziai a succhiarlo lentamente, lasciando scivolare il suo sesso nella mia gola. Lo sentii farsi ancora più duro nella mia bocca, e quella sensazione di potere mi rese completamente folle.

Guardarmi, guardami, devi guardarmi!” ordinai nella mia mente, cercando la sua più totale attenzione.

Lo inghiottii più velocemente, lasciando che lui, inconsapevolmente, si spingesse dentro di me. Sentii il suo corpo scuotersi, la sua testa muoversi da un lato all’altro, come se fosse in preda ad un incubo o a un dolcissimo sogno, sogno di cui io ero il padrone. Sentii il suo sesso pulsare e compresi che era vicino all’esplosione.

Lo lappai, lo succhiai ancora e ancora, lo condussi ripetutamente dentro di me, divertendomi con la sua punta, stuzzicandola, tormentandola con la lingua, privandolo del calore totale della mia bocca, per poi donarglielo ancora, con più intensità, sempre più bagnato.

Tremò. Spalancò gli occhi. Guardò in basso. Vide i miei capelli ramati sparsi sul suo ventre, le mie labbra che scivolavano voluttuose sul suo piacere.

“Efestione!” ansimò e con una mano cercò di allontanarmi. Ma fu troppo tardi, perché un’ultima, deliziosa lingua di piacere l’invase tutto ed egli non riuscì a fermarsi, non riuscì ad arrestare il flusso rovente che mi riempì la bocca.

Accolsi il suo seme, l’assaggiai tutto, senza perderne neppure una goccia, poi, con un’espressione diabolica e sconvolta sul volto, mi spostai verso di lui e lo baciai con dolcezza, affinché sentisse, affinché sapesse che era stato davvero dentro di me, malgrado tutto.

Non poté negarsi a quel bacio e ben presto, le spinte che usava per allontanarmi divennero dolci carezze, carezze spasmodiche che cercavano disperatamente il mio corpo.

Staccai le mie labbra dalle sue e lo guardai attentamente.

“Se mi desideri a tal punto, non trattenerti…”

Scosse la testa. Intravidi piccole lacrime agli angoli dei suoi occhi.

“Non posso, Efestione… sai bene che non posso…” mi strinse forte a sé “Anche se, credimi, lo vorrei tanto, davvero tanto!”

Era commosso, emozionato, si sentiva in colpa perché non era riuscito a fermarmi.

Era ossessionato da me e questo più che spaventarmi, nutrì piacevolmente il mio orgoglio di ragazzino.

“Non ti capisco…” sussurrai, stendendomi accanto a lui, cercando di assumere una posizione visibilmente provocatoria “Se ami più me che Filippo, perché continui a donarti a lui e… negarti il piacere del mio corpo…?”

Sollevai le gambe e le lenzuola scivolarono via, scoprendo le mie natiche lisce e sode, esposte al chiarore della luna. Il materasso aderiva al mio petto e al mio ventre. Potei sentire distintamente la mia eccitazione risvegliarsi e premere contro il materasso. Inclinai la testa da un lato e guardai il mio maestro profondamente.

“Clito…” mormorai “perché non mi concedi mai una risposta…?”

“Te ne concedo tante, Efestione…”

“Si certo… sui versi dei poeti, sul perché dei contrappunti musicali, sulle tecniche pittoriche, ma mai niente…” mi morsi dolcemente un dito “sull’amore…”

“Tu mi fai del male, ragazzo…”

“Anche tu me ne fai… non lasciandomi libero!” azzardai.

Sospirò.

“Se ami Filippo come dici, perché non mi lasci andare da Alessandro?”

“Perché…” s’interruppe, ma vidi distintamente un’espressione nervosa comparire sul suo volto.

Sorrisi.

“Perché tu mi vuoi…” mormorai, avvicinandomi a lui, tanto da sfiorargli i fianchi con i miei “perché mi desideri, mi ami, vuoi possedermi ogni notte, vuoi giochi perversi da me, vuoi…”

“Basta Efestione!”

Quel grido spezzò le mie parole e ancora una volta compresi che avevo esagerato.

Non riuscivo a capire perché mi comportassi in quel modo, forse era la primigenia scoperta del sesso che m’induceva ad essere così, forse era la sfida che, tacita, esisteva fra di noi, e come lui feriva me, io volevo ferire lui.

“Si, Efestione…” riprese dopo un istante, d’improvviso “ho perso la ragione per te. Tu dovevi essere un mio discepolo e invece, per un capriccio di Afrodite, ho iniziato a guardarti come amante, ho fortemente desiderato la tua innocenza, tanto da dimenticarmi delle braccia di Filippo… e si, sono geloso, maledettamente geloso di Alessandro perché so che tra voi potrà nascere quel sentimento che a me è precluso, perché così è stato scritto fin dagli inizi. Secondo te perché Filippo si è occupato dell’educazione di suo figlio e ha scelto me per educarti? Perché io ero e sono il suo favorito e tra la gamma di ragazzi che avrebbero potuto accompagnare il suo Alessandro, tu da sempre sei stato il migliore, il più ben visto, il bambino intelligente, il giovane bellissimo e perfetto!”

“Il tempo è scaduto, vero Clito?” dissi con improvvisa freddezza, interrompendo le sue parole “Devi consegnarmi ad Alessandro!”

“Mai!” gridò lui e si avventò sulla mia schiena, ricoprendola di baci.

“Devi…” ripetei, rimanendo immobile e indifferente alle sue labbra.

“Come puoi essere così crudele…?” balbettò con voce rotta.

“Non sono crudele, sono giovane…” risposi, stendendomi del tutto sul materasso e allargando le gambe per lui.

“Non… puoi… farmi questo, Efestione…”

“Questo cosa, Clito…?” sussurrai, muovendo le mie natiche sotto il suo volto.

Lo intravidi portare un dito alle labbra e succhiarlo, poi sentii quello stesso dito entrare lentamente nel mio corpo.

Mi aggrappai al cuscino. Gemetti.

Lui aumentò la velocità di quel movimento e dopo un istante, aggiunse un altro dito ancora.

Sperai con tutto me stesso che mi prendesse, mi violentasse fino a farmi perdere i sensi, non perché lo volessi realmente in me, ma perché in quel modo avrei potuto dare un nome e una spiegazione a quella cattività. E soprattutto… la soddisfazione personale sarebbe stata incommensurabile.

Non ero più un bambino innocente e indifeso. Stavo diventando uomo e come tale reclamavo la mia libertà. E se per ottenerla fossi dovuto passare sul cadavere del mio maestro, mentore ed educatore, l’avrei fatto senza rimorsi.

Sollevai il bacino contro di lui per permettere alle sue dita di entrare meglio e di penetrarmi in profondità. Mi mossi, affinché raggiungesse quel punto che mi avrebbe fatto gridare.

Il mio corpo risplendeva sotto i raggi lunari, liscio e perfetto come il marmo bianco e incontaminato di una statua. Ero innocente e perverso al tempo stesso, adulto esperto e bambino inconsapevole. Ora conoscevo pienamente il mio potere.

“Potrei essere tuo, ogni notte che vorrai, Clito…” ansimai “a patto che… tu mi conceda di vedere Alessandro…”

“Mai, Efestione…”

Spinse più forte. Gemetti. Mi fece male.

“Io non ti ho mai chiesto di rinunciare a Filippo…” proseguii.

“Tu sei troppo giovane per simili richieste!”

Una rabbia inconsulta scoppiò in me.

Spinsi con violenza il bacino all’indietro, in direzione delle sue dita.

“Violentami! Violentami allora! Sono solo un oggetto di piacere per te, non è vero? Allora trattami come tale! Fammi del male più di quello che già stai facendo! Smettila con questo maledetto rispetto, smettila di trattarmi come se fossi una fragile statua di cristallo, smettila di ignorarmi ogni notte e impedirmi di amare colui che amo!”

 

Colui che amo…

 

L’eco di quella frase risuonò nell’aria.

Clito si fermò. Le sue dita uscirono dal mio corpo e come vinto da una forza sconosciuta crollò accanto a me.

Entrambi iniziammo a piangere. Entrambi colmi di rabbia e di desiderio frustrato.

Gli avevo detto la verità. Finalmente. Tutta. Dolorosamente tutta gliel’avevo sbattuta in faccia.

Ero riuscito a piegare un uomo più maturo di me, un grande guerriero avvezzo ad ogni battaglia, ma probabilmente impreparato ad affrontare quel campo sconosciuto che sono gli istinti e i desideri di un ragazzo sul fiore della giovinezza.

Rimanemmo così a lungo. Il silenzio venne spezzato unicamente dai nostri singhiozzi, nella mia bocca il sapore delle lacrime si confuse a quello dello sperma. Poi, vinti dal sonno, ci addormentammo.

Non fummo mai così uniti e così distanti come in quella notte.

Una notte d’addio.

 

Altri giorni trascorsero.

Non provocai più Clito. Un rapporto di freddo distacco si era creato fra di noi. In fondo, dopo che ci eravamo detti tutto, cos’altro potevamo aggiungere, cos’altro potevamo vivere assieme?

Lui aveva fatto la sua scelta, sarebbe rimasto accanto a Filippo, mentre io… il mio cuore batteva sempre con maggior forza per Alessandro, per quello splendido ricordo, per quel giovane amante che non vedevo da settimane, per quel compagno che non mi sarei lasciato sfuggire per nulla al mondo.

Eppure, nonostante tutto, Clito non mi lasciava mai uscire dalle mie stanze.

Accadde una notte però, dopo che non vidi tornare il mio mentore dalle dimore di Filippo che presi la decisione di disubbidire ai suoi ordini per una seconda volta.

Avevo notato poco prima di coricarmi un’aquila volteggiare nel cielo, a poca distanza dal nostro palazzo. Avevo sentito il suo richiamo e avevo compreso che Alessandro non doveva essere troppo lontano.

Uscii dalla finestra e mi aggrappai ad una grossa colonna poco distante dal mio balcone. Non guardai in basso, l’altezza era impressionante. Bastava che mi fosse scivolato un piede e sarei precipitato a terra, finendo lì i miei giorni.

Invece, lentamente, riuscii a scendere. Quando poggiai un piede sul terreno, tanta era la mia gioia e l’entusiasmo per la libertà ottenuta, trafugata, che neppure mi accorsi del rossore e delle ferite sui palmi delle mie mani e sulle ginocchia.

Corsi verso i giardini. Non sapevo bene quale direzione prendere, ma seguii il richiamo dell’aquila. D’improvviso, proprio quando stavo per desistere, qualcuno mi afferrò per un braccio e fui trascinato dietro un cespuglio. Per un istante pensai che fosse Clito che mi aveva seguito, ma quando due labbra morbide e calde si posarono sulle mie, riconobbi all’istante il sapore del mio Alessandro.

Fu un bacio lungo, di passione, di rimprovero, di nostalgia. Quando mi staccai da lui lessi il disappunto e la commozione nei suoi occhi.

Era bello, per gli Dei se era bello. Il mio cuore prese a battere con forza, una forza sconosciuta tanto da mozzarmi il respiro.

Come poteva Clito, privarmi di tutto questo?

“Dovrei odiarti per essere scomparso così!”

Le parole di Alessandro furono taglienti e non ammettevano repliche.

“Lo so, lo so…” annuii, baciandolo con fervore per una seconda volta “ma non è stata colpa mia, mi hanno impedito di vederti!”

“Anche a me!”

Spalancai gli occhi. Dunque anche Filippo voleva tenere Alessandro il più possibile separato da me.

“Perché, perché vogliono tenerci lontani?” domandai, carezzandogli il volto.

“Non  lo so mio dolce Efestione, so solo che non voglio che continui, non averti accanto è morire ogni giorno!”

“Baciami ti prego! Fammi sentire che ci sei!”

Ci rotolammo sull’erba, come cuccioli impazziti, ci baciammo più e più volte, ci accarezzammo a lungo, ci toccammo, ci eccitammo.

Alessandro era un mio pari, lo era sempre di più. Non sembrava poi così inesperto come la prima volta che ci eravamo incontrati di nascosto. Ora assomigliava molto di più al ragazzo che avevo affrontato nella lotta, al giovane testardo che voleva sempre vincere e io l’adoravo per questo. Era una sfida, una dolce, dolce sfida che volevo iniziare con lui.

“Mi mancano le tue serate, la melodia della tua lira, la tua voce… sai, nella palestra mi sono stati assegnati tanti compagni, ma nessuno è come te, tutti hanno paura, tutti cedono troppo presto e alcuni di loro sono dei veri e propri vigliacchi!” mi accarezzò ancora il volto, guardandomi come solo un ragazzo innamorato sa fare “Aristotele mi chiede di te, tutti mi chiedono di te. E io devo dare sempre la solita risposta… che sei malato, che…”

“E’ questo che t’impongono di dire?” l’interruppi, rattristato da quegli ordini.

Abbassò la testa.

“Si, purtroppo si…” si rimise di colpo in piedi “Ma adesso non pensiamo a queste cose spiacevoli, la notte è breve e non voglio perdere neppure un istante… vieni!”

“Dove mi porti?”

“Vieni e non fare domande!”

Finalmente. Finalmente qualcuno che non mi chiedeva di ragionare, che non mi puniva perché ero poco curioso, perché non ero un discepolo attento. Finalmente qualcuno che mi conduceva verso l’ignoto, l’inaspettato, verso una terra battuta da nessuno. Finalmente qualcuno che osava rischiare con me e con me… perdersi.

Raggiungemmo un piccolo antro nascosto dai rami. Lo spettacolo che si presentò ai miei occhi fu di una bellezza indescrivibile. Attorno a noi vi erano numerosi busti di marmo, sculture rappresentanti i volti degli avi di Alessandro e di Filippo che ci fissavano con i loro occhi senza pupilla… occhi discreti e indiscreti al tempo stesso.

I raggi di luna penetravano debolmente tra i rami e piccoli fasci ridipingevano d’azzurro il marmo bianco delle statue.

Infine la mia attenzione fu attratta da un grande altare scolpito nella pietra nivea, al centro dell’antro. Un altare sacrificale, forse.

“Qui un tempo si facevano sacrifici agli Dei, poi mio padre ha preferito il grande anfiteatro dietro al palazzo, ma spesso mia madre viene qui di nascosto e celebra i suoi intimi riti a Dioniso, circondata dai suoi amanti, i serpenti…”

Quel racconto e la strana, folle luce nello sguardo di Alessandro mi spaventarono un poco, ma presto quella paura scomparve, soffocata dal calore del suo abbraccio.

“Stanotte questo luogo è riservato a noi, stanotte è la prima di luna calante, notte di buoni auspici, molte ricchezze e fertilità secondo i veggenti… stanotte dobbiamo compiere il nostro rito, Efestione!”

“Cosa intendi…?”

Mi porse una coppa con dentro del vino. Sollevammo insieme i calici che risplendettero sotto i raggi lunari.

“A Dioniso, a mia madre, ad Afrodite, alla nostra… prima notte di nozze!”

Spalancai gli occhi.

“Ti amo, Efestione, e se per la crudeltà di qualcuno dovremo restare separati o se per motivi di stato dovrò sposare una donna del mio lignaggio, voglio che tu sappia che sarai mio per sempre… il mio uomo, il mio amore, il mio compagno per la vita…” disse, incrociando il suo braccio al mio, affinché entrambi potessimo bere dalle reciproche coppe “Che gli Dei e la Luna siano i testimoni di questa unione!”

Bevemmo il liquido sacro tutto d’un fiato. La gola mi bruciò, la lingua e i miei sensi furono inebriati da quel sapore fruttato e i miei occhi scorsero nuovamente l’aquila che volava in direzione della luna.

Finito di bere il vino, ci guardammo negli occhi.

“Ora devi essere mio, Efestione!” mormorò Alessandro.

“Con tutta la gioia!” risposi commosso ed emozionato.

Mi sollevò da terra e mi distese sull’altare di marmo.

I miei occhi incontrarono la luna… sembrava sorridermi… sembrava voler assistere a quel sacrificio d’amore, perché altro non ero che la vittima sacrificale del cuore del mio Re.

Alessandro si spogliò del tutto e spogliò anche me.

Era estate, il freddo era ancora lontano, ma il mio corpo fu scosso da innumerevoli brividi, brividi che nessuno era mai riuscito a farmi provare in quel modo.

Quando le sue labbra si posarono prima sulla mia bocca, poi su ogni altro frammento della mia pelle, dimenticai il mondo, dimenticai la mia arroganza infantile, dimenticai Clito e la mia prigionia. Sotto i baci di Alessandro tornai ad essere Efestione, Efestione dagli occhi timidi e verdi, Efestione dal sapore di miele e dal profumo esotico e sconosciuto… riacquistai il mio ruolo di eromenos, quello che mi era stato assegnato fin dalla mia nascita da un Fato più grande di me.

Con Alessandro accanto, era questo ciò che volevo. Io gli avevo insegnato ad amare, ma il mio cuore esplodeva di gioia perché potevo essere ora riamato da lui.

Sentii le sue labbra scendere verso il basso e prima che mi accogliesse nella sua bocca, gli sollevai il volto con le dita.

Ancora una volta i nostri occhi s’incontrarono. Possedevano la stessa intensità e la stessa passione. E ritenendo vero il fatto che due amanti divengono una cosa sola, divenendo addirittura somiglianti, vidi che le nostre fattezze erano diventate così simili, quasi fossimo gemelli.

Capii allora che la mia anima aveva bisogna della sua e che la sua era già scolpita dentro di me.

Mi succhiò, mi succhiò intensamente e con ardore, tanto da rendere rovente il marmo che mi ospitava. Mi succhiò senza ritegno e senza rispetto. Non mi trattò come una splendida e fragile scultura, non mi considerò divino, ma mi prese come un ragazzo di sedici anni sa prendere un altro ragazzo di sedici anni.

Venni nella sua bocca e tanta era la voglia di sentirmi sulle sue labbra che lo costrinsi a rialzarsi e a stendersi su di me, per poi baciarlo a lungo e lentamente, raccogliendo con la lingua, gocce del mio stesso seme.

Fu bello sentirsi ricoperti dal suo calore, il mio petto aderiva del tutto al suo, i nostri capezzoli sembravano aver iniziato un dialogo d’amore personale, nostro malgrado, i nostri sessi si sollevavano per poi riabbassarsi e premere l’uno contro l’altro. Alessandro aveva iniziato ad accarezzarmi con desiderio, stringendo, come a voler imprimere il suo tocco, ogni parte del mio corpo.

Io avevo raggiunto il piacere, ma i miei sensi non si erano placati, e il solo pensiero che di lì a poco avrei avuto Alessandro dentro di me, bastava per farmi impazzire del tutto.

Dopo alcuni istanti, sentii le sue mani che passavano sotto le mie cosce e seppi che il momento tanto atteso era infine giunto.

Ora, in quell’alcova lontana dal mondo e sospesa nel tempo, lontana da occhi indiscreti se non quelli di antiche statue di marmo, nessuno, né Filippo, né Clito, né pretendente alcuno, avrebbero potuto rovinare il nostro sogno.

Non era bastata una prigionia e stanze dorate, gli insegnamenti di un maestro, la sua disperazione e morbosità per evitare ciò che il Fato aveva scritto fin dagli inizi.

Io ero nato con Alessandro. E con Alessandro sarei morto. Attraversando una lunga strada fatta di amore e di rinunce.

“Efestione io devo…”

“Non aver paura, Alessandro!” gli sussurrai sulle labbra, comprendendo pienamente i suoi timori.

“Non… l’ho mai fatto con nessuno… ho paura di sbagliare…”

“Tutti sbagliano…”

Scosse la testa.

“Anche tu, Alessandro… in questo momento dimentica di essere figlio di Zeus e sii semplicemente un uomo, il mio uomo…”

“Il tuo dio…?”

“Si, e se vorrai, io sarò il tuo…”

“Lo voglio, per sempre, Efestione!”

M’inarcai contro di lui.

“Amami allora!”

La notte stava scivolando via rapida come il volo di un’aquila. Sentii la punta del sesso di Alessandro cercare l’accesso al mio corpo. Non gli fu difficile trovarlo… il calore e la voglia di me l’avevano guidato.

“Hai visto… non è necessario conoscere per amare…” gli sussurrai dolcemente “Donami un po’ della tua follia, Alessandro!”

Si spinse in me. Un’unica, devastante volta. Le nostre grida si unirono all’unisono. I nostri corpi si fusero insieme all’istante nel primo, terribile momento di quell’atto.

Alessandro era in me. Non potei trattenere lacrime di gioia.

Alessandro era tutto ciò che avessi mai desiderato dalla vita. Era la completezza, la follia felice, la felicità senza limiti che forse soltanto gli Dei erano capace di provare.

Li ringraziai di questo dono. Non pensai ai rischi, non pensai alle sofferenze, non pensai che un giorno avrei dovuto dividerlo con qualcuno. Vissi appieno la mia giovinezza con lui.

Clandestini, come ladri, ci amammo. E questo rese il nostro amore ancora più saldo, ancora più intenso.

Lui si muoveva in me come se avesse saputo farlo da sempre.

Lui stava godendo per la prima volta del suo piacere. Ed io come una donna che accoglie il futuro padre di suo figlio nel suo grembo, ero completamente aperto per lui, completamente suo.

Dovevamo essere splendidi, distesi su quell’altare, illuminato dalla notte e dalla luna.

Animali curiosi forse ci guardavano, mentre le statue sorridevano all’evento.

Il mio corpo era un arco teso all’indietro… il mio collo e il mio petto erano le vittime prescelte dei baci del mio amante, il mio volto, reclinato e abbandonato era estasi per il cielo, mentre le mie labbra appena dischiuse erano lussuria per la luna stessa.

Di tanto in tanto amavo sollevare la testa e guardare in basso, guardare il sesso di Alessandro entrare ed uscire dal mio corpo, così anche lui si sollevava ed entrambi divenivamo testimoni del nostro stesso amore.

Sorrisi.

Essere immolato al sesso rovente di uno dei miei due padroni… evidentemente questo era il mio destino.

Ma ormai il mio padrone, il mio signore era uno ed uno soltanto. Alessandro. Il mio Achille. Di Clito non volevo più sentir parlare.

Le spinte di Alessandro aumentarono in forza e velocità. Percepii una lieve fitta di dolore. Gemetti. Ma lui non accinse a smettere. Al contrario, continuò a penetrarmi con più intensità.

Quando il dolore cominciò a farsi insopportabile, gli presi il volto tra le mani, lo guardai e solo con lo sguardo l’implorai di usare più dolcezza.

I suoi occhi si macchiarono di una lieve malinconia.

“Non posso smettere ora, Efestione…” ansimò “Ho promesso agli Dei che avrei fatto scorrere la tua verginità su questo altare!”

Spalancai gli occhi.

“Ma io non sono più vergine, Alessandro!”

“Lo so…” sussurrò con una dolcezza senza pari “perdonami, amore mio… devo farti sanguinare una seconda volta, devo farti sanguinare… per me!”

Ricaddi sul marmo freddo e mi abbandonai completamente a lui, a quel dolore necessario, a quel piacere che provavo a tratti.

Lui voleva, lui doveva avere la mia innocenza. Non avrei mai voluto donarla a Clito.

Le sue spinte aumentarono, mi prese con una passione inaudita, mi violentò fin nel profondo dell’anima.

Finché un rivolo rosso non iniziò a scorrere tra le mie natiche, ferendo il bianco candore dell’altare.

E fu allora che Alessandro si liberò in me. Fu allora che mi sentii invadere da quel calore, un calore di vita che mi ripagò del tutto di quel sacrificio.

Rimanemmo così, immobili, simili alle statue che ci osservavano, belli ed eterni come esse, immortali.

Compresi che la mia vita assieme ad Alessandro sarebbe stata simile a quella di Patroclo accanto al suo Achille. Avevo fatto la mia scelta. Una vita breve e piena di amore. La gloria sarebbe spettata al mio compagno.

Fu questo il grande prezzo che chiesero gli Dei in cambio della nostra unione.

Ed io non esitai un istante ad accettarlo.

Alessandro si distese accanto a me. Entrambi nudi, al cospetto della luna, ci prendemmo per mano.

Lentamente i nostri respiri si affievolirono. Mi parve di morire e di rinascere. Insieme un giorno, dopo aver vagato per questa terra, avremmo raggiunto le sponde dell’Ade, ci saremmo immersi nello Stige e lì il buio e la notte degli Inferi ci avrebbero ricoperti. Ma la nostra luce sotto quel manto notturno avrebbe risplenduto sempre, illuminando il mondo e gli uomini.

“Efestione, è quasi l’alba!”

Le parole di Alessandro mi riportarono alla realtà.

Intravidi al di là dei rami i primi colori mattutini e strinsi più forte la mano del mio compagno.

“Torneremo insieme a palazzo, ti accompagnerò io stesso nelle tue stanze!”

Mi voltai di scatto verso di lui, spaventato.

Ma il suo sguardo deciso e la dolcezza nei suoi occhi seppero infondermi la quiete.

“Non temere, Efestione… se prima l’ho fatto, ora non accadrà più… ora siamo insieme, ora non ti lascerò più solo…”

Ci rivestimmo e mano nella mano ci incamminammo verso l’entrata del palazzo.

Saremmo passati dalla porta principale, dinanzi agli occhi di tutti, con sguardo fiero e con passo sicuro avremmo rivelato la nostra verità.

Lasciammo la nostra alcova che non ci rivide mai più, lasciammo i calici di vino a terra, lasciammo l’altare, con l’indelebile marchio della nostra prima notte di nozze.

Lasciammo tutto alla custodia di antiche statue di marmo e sotto lo sguardo protettivo degli Dei.

 

Mi sentivo uno sciocco, stavo tremando come una foglia mentre ci avvicinavamo alla reggia, anche se cercavo di non darlo a vedere.

Alessandro era accanto a me, avanzava a testa alta, sicuro di quello che aveva appena fatto, ma sapevo che anche lui, in fin dei conti, era spaventato da quel momento.

Appena ci avessero scorti, la notizia sarebbe arrivata alle orecchie di Filippo e Clito in pochi istanti, e allora che cosa sarebbe accaduto?

“Non temere, ti ho già detto che tutto quello che accadrà lo affronteremo insieme!”

“Se tuo padre e Clito hanno deciso di tenerci separati allora non potremo fare altro che scontrarci con loro se vogliamo veramente stare insieme e vivere la vita che il Fato ha scelto per noi!”

“E allora li affronteremo. Non mi importa che sia mio padre, potrebbe essere Zeus in persona a porsi davanti a me e dirmi di non vederti, ma neppure a lui darei ascolto!”

Gli sorrisi, gli regalai uno dei miei sorrisi più belli e lui capì che sarei stato al suo fianco anche in quel caso.

Capii allora chiaramente che questa sarebbe stata la mia vita. Essere con lui. Ovunque, in qualunque luogo e tempo.

La reggia si stagliava davanti a noi, potevamo vedere i servi correre da una parte all’altra, passando davanti alle grandi finestre che si aprivano sui corridoi.

“La vita si è già destata Efestione, non ci resta che entrare e dirigerci verso le nostre stanze. Credo che Aristotele sarà felice di rivederti!”

Lo guardai sorpreso, ma non obiettai. Se il mio compagno voleva che io riprendessi a vivere una vita normale lo avrei fatto, senza curarmi di quello che avrebbe potuto fare Clito.

Io ubbidivo ad Alessandro, a lui e a nessun altro.

 

Camminavamo lentamente, in modo che tutti potessero vederci, in modo che nessuno potesse dire che eravamo tornati furtivamente, per timore di essere scorti. Era ciò che volevamo, era ciò che Alessandro voleva.

Desiderava veramente che tutti sapessero la verità; era stato costretto a mentire per troppo tempo, e conoscevo il mio principe, sapevo quanto la finzione offendesse il suo animo.

Era greco, ma non aveva i difetti che ormai da troppi anni avvelenano l’animo dei greci. Con lui la Macedonia sarebbe stata certa almeno di una cosa, mai sarebbe stata costretta ad umiliare se stessa.

Vidi alcuni dei servi fermarsi, dimenticare per un istante quello che stavano facendo. Riconobbi alcuni di loro, giovani che avevano il compito di tenere in ordine la stanza che fino a quel momento avevo diviso con Clito.

Vidi i loro occhi sbarrarsi, i loro sguardi cercarsi, sapevo quello che stavano pensando, ma non permisi alla mia insicurezza di venire fuori ancora una volta.

Sentii Alessandro stringere le mie dita, e fui grato agli Dei che il legame con cui ci avevano uniti fosse così forte.

“Ti amo Efestione, non dubitare mai di questa verità!”

“E io amo te, mio principe… adesso e per sempre!”

Improvvisamente Alessandro si arrestò, con la coda dell’occhio aveva visto una veste che conosceva bene, bianca, con delicati ricami in oro, una delle vesti preferite della regina Olimpiade.

Ci arrestammo in attesa che la donna parlasse.

Avevo sempre giudicato Olimpiade una persona pericolosa e da temere, ma in quel momento non ero spaventato dalla sua presenza.

Tutti sapevano quanto in quel momento odiasse Filippo, anche io che ero costretto a passare il mio tempo rinchiuso in una stanza.

Se Filippo ci voleva dividere forse in lei avremmo trovato un’insperata alleata.

“Vedo che neppure le porte serrate e gli ordini del Re riescono a tenervi lontani!”

Alessandro tremò appena alla freddezza con cui sua madre aveva pronunciato la parola Re.

“Non ho mai negato l’autorità di mio padre prima di adesso, ma se si ostinerà nel suo volermi tenere lontano da Efestione, se non permetterà al suo favorito di lasciarlo uscire dalle camere che non è più il caso che dividano, allora il re avrà finalmente risposta alla domanda che da sempre lo preoccupa. Scoprirà che suo figlio non è soltanto un musico o un domatore di cavalli!”

“Parole dure figlio mio, ma tu sei in grado di mantenere quello che inconsciamente prometti. Il sangue di Achille scorre nelle tue vene, è giusto che tu non abbia paura di nessuno!”

“Da sempre mi dici che io sono il nuovo Achille, ebbene ho finalmente trovato il mio Patroclo… e come Achille non permetterò a nessuno di portarmelo via o semplicemente di provare ad allontanarlo da me!”

“Presto tuo padre saprà che siete qui, insieme, e chiamerà Clito. Che cosa pensi di fare allora?”

“Quello che un uomo fa quando gli viene toccato il proprio compagno!”

Assistevo al dialogo tra madre e figlio come se non avessi mai visto nessuno dei due, e forse li vedevo veramente per la prima volta, con gli occhi di un adulto e non di un bambino.

Vidi quanto letale potesse essere Olimpiade; come i suoi amati serpenti cercava il punto debole nel suo avversario, per poterlo colpire e ridurre all’impotenza, ma Alessandro non le stava concedendo niente, ribatteva argomento su argomento e più di una volta vidi la fermezza della regina vacillare, e seppi che si stava rendendo conto che presto avrebbe perso quel figlio che da sempre aveva considerato oggetto della propria vendetta, ma un oggetto che per lei sarebbe stato facile controllare.

Vidi più volte il suo sguardo posarsi su di me, e fu allora che cominciai a capire qualcosa che non avrei mai creduto possibile.

Olimpiade mi odiava perché sapeva che sarei stato il solo in grado di controllare Alessandro. Il peso di quel potere però avrebbe potuto rivelarsi troppo opprimente per le mie spalle.

“Se ci vuoi scusare adesso madre… vorrei accompagnare Efestione alle sue stanze, in modo tale che possa cambiarsi, ha perso fin troppe delle lezioni di Aristotele!”

“Se lo riporti nelle sue stanze Clito non lo farà certo uscire!”

“Se Clito oserà cercare di impedire una cosa naturale, allora mio padre dovrà scegliere un altro favorito!”

Se avessi udito quelle parole solo qualche mese prima le avrei attribuite alla spavalderia di un giovane che ancora non conosce la propria forza e la sopravvaluta, ma in quel momento Alessandro era un uomo determinato a mettere in chiaro a chi io appartenessi.

Non avrei scommesso su Clito per un loro eventuale duello, come invece sarebbe stato logico fare soprattutto in base all’esperienza del mio mentore, ma speravo comunque che non dovessero arrivare a tanto. Speravo che gli Dei avrebbero fatto ragionare sia lui che Filippo, che entrambi capissero che quello era ciò che era stato scelto per noi. Non potevano opporsi a volontà a cui Zeus stesso deve sottostare. 

Ci incamminammo verso le stanze di Clito, non erano più le mie o le nostre, erano di Clito, perché io non appartenevo più a quel luogo.

Già dall’inizio del corridoio potemmo sentire le grida del generale di Filippo e dello stesso Re.

Evidentemente la notizia del nostro ritorno alla reggia aveva già raggiunto i due uomini.

“Sembra che ci stiano aspettando!”

Sentivo che Alessandro era teso, come un giovane leone in attesa di poter fronteggiare colui che fino a quel momento è stato il capo branco, solo per prenderne il posto.

Non temeva la sconfitta in quel momento, e io non potevo che abbeverarmi alla sua sicurezza. Non aveva niente da temere, mentre lui era al mio fianco.

Alessandro si fermò davanti alla porta appena accostata, ma prima di entrare mi prese il volto tra le mani, baciandomi con tutta la passione che ci era stata negata e che avevamo riacceso la notte precedente.

Assaporai ancora le labbra del mio uomo, il sapore della sua saliva, e per me fu più inebriante di mille e mille bevande esotiche e dello stesso vino di Xanto, che si diceva potesse far perdere la testa anche all’uomo più abituato.

Quando si staccò da me, aprì la porta ed entrò nella stanza, dove i due uomini smisero improvvisamente di gridare.

Il silenzio che ci avvolse fu quasi insopportabile.

Era come guardare in uno specchio immagini speculari.

Da una parte c’erano Filippo e Clito. Il re e il suo compagno. Coloro che ancora detenevano il potere ma che presto sarebbero stati sostituiti, per forza di cose.

Dall’altra c’eravamo Alessandro e io. Il principe e il suo compagno. Coloro che avrebbero detenuto il potere.

Passato, presente e futuro della Macedonia si stavano contemplando in quella stanza.

Passato presente e futuro di ciò che era stato e che sarebbe invece divenuto.

Passato, presente e futuro di noi stessi si specchiavano nei nostri occhi e tutto fu drammaticamente e incommensurabilmente chiaro.

La tragedia che il Fato aveva scritto per noi era stata finalmente portata in scena, adesso gli attori non dovevano fare altro che cominciare a recitare.

dhn dh kai filoi wmen epeit¢ alloisin omilei, hJos  ecwn dolion, pisteoV antitupon.

(Ti potrai rallegrare dell’amore che già è svanito, ma di quello che sta svanendo non più sarai custode).

“Efestione…”

Fu un sussurro, un sussurro appena percettibile, ma che io non feci fatica ad udire, perché tante volte il mio nome era stato pronunciato in quel modo.

“Efestione…”

C’era amarezza in quella voce, un’ amarezza che nasconde rabbia sotterranea. C’era delusione e forse, ancor peggio… c’era amore.

Un amore che avevo deriso, insultato fin dagli inizi, un amore che mi stava soffocando giorno dopo giorno.

Guardai per un istante Clito negli occhi, e gli anni trascorsi accanto a lui mi passarono dinanzi allo sguardo, come se mi trovassi in punto di morte.

Lui invece, vagava sul mio volto come un rapace, sul mio corpo come un folle ossessionato da un desiderio inconfessabile. Ebbi paura di quello sguardo. Strinsi più forte la mano di Alessandro. Necessitavo del suo calore e della sua purezza.

“I sortilegi di quella strega di tua madre hanno avuto effetto a quanto vedo!”

Il tono di Filippo era aspro, provocatorio. Ma Alessandro non si scompose. Rimase immobile nella sua posizione, fronteggiando forse per la prima volta in assoluto suo padre e donandomi al contempo quella sicurezza che andavo cercando.

“I sortilegi di Afrodite, padre!” rispose deciso.

Il re scoppiò in una risata beffarda.

“Afrodite! Afrodite!” gridò ancora più forte “Non scomodare la splendida dea per… i tuoi riprovevoli vizi!”

“Riprovevoli vizi?” lanciò un’occhiata a Clito “E i tuoi come li chiami allora? Ti ho visto in compagnia di ragazzi fin dalla mia nascita, ti ho visto morire dietro al tuo… generale, come un elemosinante… per non parlare delle sgualdrine che hai tentato di sostituire a mia madre!”

La voce di Alessandro era ferma.

Ma io tremai. Vidi il fuoco negli occhi di Filippo e temetti per il mio giovane amore.

“E’ un demone che spinge la tua lingua a parlarmi in questo modo!”

Alessandro sorrise.

“No… è Atena, colei che mi dona tanta arguzia!”

“Non… scomodare gli Dei!” gridò ancora Filippo.

Si avventò su di noi e ci separò le mani. Fu come piombare nel freddo tagliente del ghiaccio.

Guardai Alessandro, ma i suoi occhi sembrarono tranquillizzarmi.

Non temere Efestione, lascia fare a me. Ormai non possono più nulla contro di noi…

Sospirai e nuovamente lo sguardo di Clito si fece insistente su di me.

Non sapevo dove aggrapparmi. Ero rimasto al centro della stanza sotto gli occhi del mio vecchio amante, in preda alla rabbia di Filippo, mentre Alessandro mi era lontano.

“Efestione, vieni qui…”

Nella voce di Clito non parevano esserci ordini, ma nonostante tutto scossi la testa.

Mi afferrò per un braccio e mi strattonò contro di sé. Riconobbi quel calore. Volevo togliermelo di dosso.

Un soffio uscì dalle sue labbra non appena la mia schiena premette contro il suo petto. Lo sentii diventare duro all’istante.

Alessandro gli lanciò un’occhiata di fuoco, ma rimase dov’era, a fronteggiare suo padre.

Forse fu proprio allora che compresi quanto riuscisse a controllare il suo cuore una volta che si era prefisso delle priorità.

In quell’istante non vidi più l’Alessandro ragazzo, il mio erastés, ma vidi in lui un possibile dominatore del mondo.

Lo amai. Lo amai pazzamente in quel momento. Dimenticai la stretta di Clito, dimenticai la sua violenza su di me, dimenticai il suo desiderio che premeva contro le mie natiche.

Dimenticai tutto.    

“Perché…” prese a dire Alessandro “perché ci avete concesso d’incontrarci per separarci immediatamente dopo? Perché Aristotele? Perché la palestra? Perché le serate di musica e di canto in cui Efestione ci allietava con la sua lira? Perché padre?”

Vidi Filippo indugiare per un istante dinanzi agli occhi di suo figlio.

“Basta con tutte queste domande, Alessandro!” rispose risoluto, immediatamente dopo.

Alessandro gli si fece nuovamente avanti.

“Questa non è una risposta. Perché l’avete fatto?”

Silenzio.

Nessuno dei due parlò.

“Io avevo il compito di educare te, e Clito, Efestione. Il fatto che voi v’incontraste e che tra di voi nascesse questo… questo affetto è stato uno scherzo di tua madre!”

“Mia madre non c’entra!” gridò Alessandro.

“Tua madre c’entra eccome! Non perde un’occasione per mettermi i bastoni tra le ruote…” il volto di Filippo si fece minaccioso “Vi terremo separati, non fosse altro per vendicarmi di lei!”

Alessandro tremava dalla rabbia e dal pianto.

Si sentiva impotente dinanzi a colui che nonostante tutto rimaneva suo padre e il suo re, ai cui ordini non poteva disattendere.

“Per gli Dei, basta padre, basta…” mormorò con voce rotta “Smettila di usare me per fare la guerra a lei…”

Filippo si chinò su di lui e gli carezzò la fronte.

“So quello di cui hai bisogno. So quello che faccio, presto anche tu avrai un compagno, come io ho avuto Clito, ma non ora, non Efestione. Tu ed Efestione non siete destinati a stare insieme!”

Alessandro non fece in tempo a replicare che una risata tagliente e beffarda fendette l’aria.

Filippo si rizzò come una gatto a guardare alle sue spalle. Ma non vi era nessuno. Soltanto il vento che aveva iniziato a sibilare con violenza tra le vecchie mura.

“Non sono destinati a stare insieme?”

Riconobbi all’istante la voce di Olimpiade, ma della sua persona non v’era traccia.

“Povero illuso! Non ti facevo così stolto, mio re!”

“Dove sei? Strega!” gridò Filippo, voltandosi più volte.

“Molto vicina a te e molto lontana, come sempre…”

Ancora una risata.

“Credete davvero che riuscirete a tenerli separati ancora a lungo? Che Efestione divenga di Alessandro è stato scritto dal Fato…”

Un sibilo.

“Me l’ha comunicato suo padre stanotte… Zeus è venuto a farmi visita nelle mie stanze e ci siamo amati…”

“No!”

“Ci siamo accoppiati…”

“No!” gridò ancora Filippo.

“Ci siamo posseduti tra i miei serpenti!”

Una risata crudele.

“Folli voi che tentate di opporvi al volere degli Dei!”

“Taci, strega!”

“E tu Clito… primo generale del Re, ancora più sciocco di lui che ti perdi nei dolci occhi di quel ragazzo…”

La presa di Clito su di me si rafforzò.

“E tu Filippo… hai perduto del tutto la tua dignità? Non vedi come il tuo compagno, il tuo uomo di sempre ti stia dimenticando per quel giovane? E che cosa fai…? Glielo consegni tra le braccia! Ah! Ecco il grande Re di Macedonia che per il suo orgoglio da ubriacone perde tutto ciò che ha!”

“Vattene Olimpiade!” ruggì Filippo e con violenza attirò a sé Alessandro “Le tue farneticazioni non intralceranno i miei piani! Clito, trattieni il ragazzo!”

“No!” gridò Alessandro, tentando di liberarsi dalla stretta del padre.

Fu trascinato via da Filippo, ma i miei occhi non abbandonarono quelli del mio compagno. Ci promettemmo silenziosamente che ci saremmo ritrovati e saremmo fuggiti assieme se necessario.

Udii le ultime grida di Alessandro, udii le sue parole finché la porta non venne chiusa alle loro spalle.

Un istante dopo mi ritrovai scaraventato sul letto.

Guardai Clito. Mi aspettavo violenza da lui, ma semplicemente mi fissò per poi voltarsi con indifferenza, uscire nuovamente dalla stanza, chiudendola a chiave.

Ancora una volta la prigionia. E quella prigionia fu molto più umiliante della sua violenza.

Clito aveva completamente perduto la ragione. Desiderava tenermi nella sua gabbia dorata come uno splendido animale da contemplare.

Ma io no. Io volevo vivere!

Passarono soltanto poche ore che Alessandro venne a farmi visita.

Era fuggito dalla sua stanza, aveva attraversato i giardini, coperto da un mantello e da un cappuccio e si era arrampicato fino al mio balcone, passando dalla finestra.

Quando lo vidi sobbalzai e temetti per lui, ma le sue labbra tacitarono all’istante ogni mia paura.

Non mi fece parlare. Non mi fece respirare. Si limitò a salire sul letto e a baciarmi con passione, stendendomi lentamente sul materasso.

Essere preso così alla sprovvista inebriò del tutto i miei sensi.

Ero avido di quelle labbra, della lingua vorace del mio uomo, delle sue mani che sentivo desiderose sulla mia pelle nuda, del suo sesso che premeva contro il mio, facendolo indurire fino a farmi male.

“Alessandro è pericoloso… possono… possono vederci…” ansimai, afferrandolo per i capelli.

Mi baciò.

“E che ci vedano allora! Che siano essi stessi testimoni di questo amore!”

Lessi nuovamente la follia nei suoi occhi.

Per gli Dei se l’adoravo!

“Questo è il letto di Clito…” mormorai.

Un sorriso diabolico comparve sulle sue labbra e un attimo dopo mi ritrovai nudo contro di lui.

Mi penetrò.

Mi penetrò e cancellò ogni mio timore.

Mi trasmise la sua follia.

E anch’io risi all’idea di essere preso sul letto del mio vecchio amante, beffandomi ancora una volta dei sentimenti dell’uomo.

Alessandro era enorme. Mi fece male, tanta era la sua foga. Non mi aveva preparato e i miei muscoli erano ancora doloranti per l’amplesso della notte precedente. Ma non vi feci caso. Il piacere arrivò rapido come un fulmine e guarì ogni mia ferita, facendomi tendere, sussultare, gemere e gridare contro di lui come mai era avvenuto prima.

Non ci accorgemmo neppure della porta che si era aperta, né di una sagoma che era scivolata nella stanza.

D’improvviso Alessandro mi voltò, costringendomi in ginocchio e nuovamente, senza prepararmi, affondò dentro di me.

Ah, com’era dolce quel dolore… il suo sesso caldo che entrava e usciva ripetutamente dal mio corpo, le sue mani che vagavano sul mio, le sue dita che si avvicinavano al mio piacere, stringendolo nel pugno in una morsa di ferro.

Mi chinai in avanti, mordendo il cuscino, mentre la sua mano si muoveva velocemente su di me. Respiravo a fatica, avevo le lacrime agli occhi, la pelle bollente, il sudore colava sulla mia schiena, così come il trucco nero colava dai miei occhi, marchiandomi le guance accaldate.

In quell’istante, così prossimo al piacere assoluto, percepii due occhi che ci stavano fissando.

Clito doveva osservare la scena da molto tempo.

Sorrisi.

Ero divenuto folle come il mio uomo.

Allungai le braccia in avanti fino ad afferrare la testiera del letto e sollevai il bacino contro il ventre di Alessandro, affinché potesse entrare tutto, fino all’impossibile, dentro di me.

Guardami Clito, guardami… so che mi adori in questo istante! Lui può questo! Lui è tutto ciò che tu non sei!

Alessandro emise un gemito strozzato. La sua presa sui miei fianchi si fece di ferro. I suoi movimenti nel mio corpo aumentarono con violenza.

Il letto tremò.

Fui sbattuto fino alla fine.

Fu la nostra vendetta. Fu la nostra rivincita.

La violenza che avrebbe potuto farmi Clito me la fece Alessandro e fui felice di questo.

Tutto, dovevamo condividere tutto.

Lui era padrone del mio cuore e dei miei sensi. Lui aveva il diritto di avermi in quel modo.

Sentii il suo corpo tremare e il suo seme sgorgare in me, mentre il mio fluiva tra le sue dita.

Percepii ancora quegli occhi nascosti su di noi, su di me, sul mio corpo tormentato dal demone dell’adolescenza, sulla mano bianca di Alessandro.

Gli avevo donato tutto. Fino all’ultimo respiro.

Alessandro crollò su di me. Sentii il suo fiato nell’incavo del mio collo. Seppi che era stremato. E nuovamente provai un amore immenso, devastante.

Rimanemmo così, a lungo, finché non sentimmo il rumore della porta richiudersi con forza.

Ci guardammo. Ridemmo. Crudeli e bellissimi come mai lo eravamo stati.

Intrufolai le dita nella bionda chioma del mio principe e lo guardai con dolcezza, con un amore che mi scaturiva dal profondo dell’anima.

“E’ scritto nel Fato, Efestione…”

“E’ stato Zeus in persona a volere tutto questo!”

Ridemmo ancora una volta.

“Forse è meglio che tu vada, ora…”

Alessandro annuì, sebbene fosse visibilmente riluttante nel lasciarmi.

Mi baciò più volte. Leccai le sue labbra pur di mantenere quel sapore il più a lungo possibile sulle mie.

“Hai il mio cuore, hai il mio spirito, hai tutto Efestione…” mormorò con voce tremante. Mi abbracciò “ E sono geloso di quell’uomo che vuol portarti via da me!”

Lo strinsi forte, ma questo non bastò a placare la follia romantica di quell’istante.

“Sono geloso di chiunque posi lo sguardo su di te… sono geloso del cielo, dello stesso Apollo, delle piante, dei fiori, della Luna che ti osserva…”

Mi lasciò anche per quella notte, fuggendo via come un ladro.

Mi lasciò alla Luna di cui era geloso ed essa, dopo essersi accertata che se ne fosse andato, penetrò nella stanza con i suoi raggi, illuminandomi. Illuminando quegli ultimi grammi di fanciullezza che mi erano rimasti…il mio corpo fragile e nudo al centro del letto sfatto.

E fu allora che Clito rientrò nella stanza, trovandomi in quel modo… all’apice della mia bellezza.

Percepii la sua presenza. Ma non feci nulla. Non mi mossi. Non fuggii.

Chiusi gli occhi. Semplicemente.

Due grandi mani si posarono sulle mie spalle e scivolarono lentamente sulla forma delle mie braccia. Raggiunsero le mie dita e le racchiusero in una stretta. Riaprii per un istante gli occhi e mi soffermai su quel gesto.

L’uomo e il ragazzo.

Non provai fastidio questa volta. Fu un dolce ricordare.

Richiusi gli occhi.

Le sue mani si staccarono dalle mie mani e continuarono a vagare sul mio corpo. Le sue dita percorsero ogni anello della mia spina dorsale e si soffermarono sul collo, come in uno dei più dolci massaggi.

Il suo respiro iniziò a riscaldare il mio orecchio.

Tremai.

Lui se ne accorse e mi succhiò delicatamente il lobo.

Appoggiai la testa all’indietro contro la sua spalla. Il suo fiato fu sulle mie labbra, ma non mi baciò. Si ritrasse e lentamente iniziò a baciarmi la schiena.

Rimasi seduto sul letto, immobile, come una splendida statua di marmo, mentre colui che si considerava il mio primo scultore faceva di me ciò che più desiderava.

Ma non c’era volgarità in quel gesto. Non c’era rabbia, né violenza.

Mi trattava come un soffio, come aveva sempre fatto. Forse per l’ultima volta.

Sentii la sua lingua percorrermi la spina dorsale e non potei fare a meno di emettere un gemito.

“Per non dimenticare il tuo sapore…” mormorò piano.

La mia intimità era nascosta dal lenzuolo ed egli non osò scoprirla.

Sentii nuovamente le sue mani sulla nuca, le sue dita intrecciate ai miei capelli. Mi fece voltare verso di lui.

Lo guardai.

Dopo tanto tempo senza rabbia, né vergogna, né paura.

L’uomo e il ragazzo si guardarono.

E in quello sguardo lessi il suo saluto.

“Vuoi avermi, Clito…?” domandai, pur conoscendo la risposta.

Mi sorrise.

“Voglio solo guardarti…”

“Per non dimenticare?”

“Per non dimenticare!”

Mi aiutò a stendermi sul letto. Mi scoprì del tutto, lasciando alla Luna il compito di accarezzarmi.

Passò il palmo della sua mano lungo tutto il mio corpo, sfiorandomi appena, come se facendo questo riuscisse in qualche modo a percepire la mia anima.

Indugiai, ma alla fine gli rivolsi ancora quella domanda.

“Mi ami, Clito…?”

Abbassò la testa e sospirò.

“Si…”

Allungai una mano verso di lui e gli sfiorai dolcemente un braccio, carezzandogli con il pollice una delle sue tante cicatrici.

“Puoi perdonarmi…?”

Ci guardammo. Ripensai a tutte le volte che l’avevo rifiutato, a tutte le volte che avevo anteposto Alessandro a lui, a pochi istanti prima, quando mi ero lasciato prendere da Alessandro sotto i suoi occhi.

“Mi dispiace… per… tutto il male che ti ho fatto…”

Mi sfiorò il volto con una carezza.

“Non parlare. Non parlare più ora, so a tutto quello che stai pensando…”

Sospirai.

“Ci hai visti…?”

“Si…”

Una strana dolcezza macchiò il suo sguardo.

“Ed è stato bellissimo…” proseguì “Bellissimo e doloroso… mi è sembrato di amarti io stesso… ho visto quel che avevo voluto vedere da tempo, la tua bellezza assoluta, la tua gioia, la tua sofferenza nel piacere, cose che…” corrugò la fronte “io non avrei mai potuto darti!”

“Io gli appartengo, Clito!” sussurrai, quasi a volermi giustificare.

“Ssht… ssht… lo so, come io appartengo a Filippo. Ho solo paura che…”

Gli posi una mano sulla sua.

“Tornerai da lui. E riuscirai ad amarlo di nuovo, non temere!” sorrisi.

Lo accolsi tra le mie gambe.

Questa volta lui sembrò il ragazzo ed io l’uomo. Si rannicchiò contro di me, appoggiando la testa sul mio petto.

“Sei la mia quiete, Efestione…”

Gli carezzai a lungo i capelli finché non si fu addormentato.

Dopo poco, pago di quel calore senza malizia, pensai ancora ad Alessandro, al mio Alessandro e mi addormentai a mia volta.

Quando il mattino dopo mi svegliai, Clito non era più nella stanza.

Mi tirai su a sedere e fu allora che vidi un piccolo foglio sul cuscino accanto al mio.

Lo presi e lo lessi.

Scritto dal Fato…

Sorrisi. E poggiai il foglio contro il mio petto.

Si, Clito… scritto dal Fato, tu con Filippo, io con Alessandro!”.

Poi piansi.

Dalla gioia, dalla malinconia, non so.

Ero libero.

Clito mi aveva detto addio.

 

Ricordo le parole di Aristotele, quando diceva che se due uomini giacevano assieme nell’amore e nella virtù, avrebbero costruito grandi cose.

Era passato molto tempo da quei giorni di furore e di giovinezza.

Rividi Clito molte volte e il rispetto e l’affetto che accompagnava i nostri reciproci sguardi fu incommensurabile.

Clito tornò da Filippo e riportò Filippo alla ragione, impedendogli di distruggere il rapporto che univa me ed Alessandro solo per vendetta nei confronti di Olimpiade.

Olimpiade si ritirò e ci lasciò vivere la nostra vita, sebbene tenesse costantemente un occhio su suo figlio.

Io mi legai al mio principe. Rimasi il suo amico d’infanzia, divenni il suo compagno, il suo consigliere, il suo amante, il suo sposo alla luce del sole.

Si, ripensai spesso alle parole di Aristotele. Ripensai ad esse quando guardavo indietro negli anni, a quegli anni.

Io ero stato un fanciullo, con i miei sedici anni e la mia follia. Clito era stato un uomo provato da mille battaglie e con troppe esperienze sulle spalle. Alessandro era il prescelto e da lì a poco sarebbe iniziata la sua grande storia, sarebbe divenuto il grande Re.

Ma una cosa è certa: tutti quanti noi, per qualche inspiegabile motivo, in un momento della nostra vita lontano dal mondo e dal tempo, fummo legati da qualcosa di prezioso e di indissolubile, qualcosa che fece danzare i nostri sensi e ci rese drogati l’uno dell’altro, qualcosa che ci rese, mai come allora, felici ed ebbri della nostra stessa giovinezza.