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il tocco del fuoco
Capitolo 1.
L’ estate era finalmente arrivata a Mieza, in un glorioso tripudio di colori e
odori.
L’ aria, sebbene ancora fresca per il tardo inizio di stagione, era andata
saturandosi d’una vibrante energia segreta, trasformando il cielo in una colata
d’argento liquido sopra la scura macchia dei boschi. Nascosti tra i fili d’erba,
i narcisi selvatici aprivano i pallidi petali bianchi e spandevano un profumo
leggero mentre nei prati il grano cresceva alto, le spighe un’onda dorata
increspata dal vento.
Aristotele camminava a passo cadenzato lungo il corridoio in penombra,
respirando le fragranze speziate del mirto e degli olivi nei primi aliti d’
estate; sembrava assorto in una sua nascosta voluttà, concentrato sul sapore di
quegli aromi così familiari eppure capaci d’inebriarlo come li sentisse per la
prima volta.
Raggiunse una finestra inondata dal caldo sole pomeridiano e lasciò che il
piacevole tepore gli riscaldasse il corpo intorpidito dalle fredde mura della
biblioteca nella quale aveva trascorso la mattina, poi si stiracchiò pigramente.
Non avrebbe mancato così tanto di rispetto a sé stesso da definirsi vecchio, ma
aveva notato come sempre più, negli ultimi tempi, le sue ossa paressero metterci
un’eternità a rinvigorirsi dopo un periodo di riposo; come ciò non bastasse, le
stanze della vecchia palazzina di caccia che ospitava i numerosi studenti della
sua scuola erano perennemente gelide.
Guardò in basso, verso il giardino invaso dai cespugli, e non si stupì di
trovarlo deserto.
Aveva concesso ai suoi studenti un pomeriggio di libertà e sebbene li avesse
ammoniti di farne tesoro per cercare alcune piante ed arbusti rari illustrati
loro quella stessa mattina a lezione, Aristotele sapeva bene dove avrebbe potuto
trovare gran parte di quei ragazzi, se solo li avesse cercati.
Un sorriso obliquo, tra il disappunto e il divertito, gli incurvò le labbra;
dovevano essere in giro per i boschi a dare la caccia a qualche volpe, o più
probabilmente al laghetto delle ninfee a fare il bagno e a rinfrescarsi
dell’improvvisa calura estiva.
Tutti, eccetto due di loro.
Scrutò il prato sottostante, ed ecco infatti poco più in là, sotto l’ombra di un
vecchio faggio, le due figure sedute ed intente a leggere un libro che uno dei
ragazzi teneva aperto sulle ginocchia.
Alessandro, principe ereditario di Macedonia, teneva la testa dorata leggermente
reclinata sul lato e gesticolava infervorato in una qualche discussione, mentre
il ragazzo seduto accanto a lui lo ascoltava assorto, annuendo appena.
Aristotele conosceva il libro, avendolo egli stesso donato al giovane principe
il giorno in cui si erano incontrati a Pella; non avrebbe tuttavia mai pensato
che potesse esercitare un fascino così potente su un ragazzo tanto giovane
sebbene, in verità, non fosse la prima volta che Alessandro aveva saputo
coglierlo di sorpresa.
Aveva portato da Atene una pregevolissima edizione dello scritto di Senofonte,
la storia di Ciro, Grande Re di Persia che più di duecento anni prima aveva
sottomesso e unificato le popolazioni di Medi e Persiani quand’erano ancora poco
più che barbare tribù in perenne lotta tra loro; era avanzato inarrestabile
attraverso quelle terre, facendo sua la stessa millenaria Babilonia, ed aveva
dato i natali all’immenso Impero che si estendeva a est dell’Ellesponto, fino ai
confini del mondo.
I Greci conoscevano bene quell’ impero.
Gli Dei sapevano quante e quali offese erano state arrecate ai figli dell’Ellade
da quei barbari empii e potenti, il nome di Serse ancora maledetto dai figli dei
figli, e solo gli Dei
potevano sapere quando sarebbe venuto il giorno della giusta vendetta.
Ma adesso, riflettè Aristotele, la Grecia aveva ben altro a cui pensare.
Scrutò la figuretta del principe, così intento nella sua discussione che
sembrava crepitare d’una vitalità nascosta e si stupì ancora una volta di notare
quanto assomigliasse a suo padre.
Non nell’aspetto fisico, o comunque non così tanto da balzare all’occhio, ma nei
piccoli particolari a prima vista insignificanti, come la forza improvvisa con
cui serrava la mascella, la scintilla che gli si accendeva negli occhi grigi
quando si accalorava in un’argomentazione e, più di tutto, l’energia
incontenibile che sembrava emanare ogni fibra del suo corpo.
Aveva incontrato Filippo personalmente solo alcuni mesi prima, ma non c’era
nessuno in Grecia che non sapesse chi era.
Aristotele strinse gli occhi, mentre un reticolo di rughe appariva ai lati del
suo viso.
Quei vecchi, molli, demagoghi Ateniesi.
Avevano definito Filippo un barbaro, il re di una sperduta provincia che al
momento della sua ascesa al trono dopo l’ennesima, sanguinosa lotta di
successione, sembrava ancora immersa nell’età dei Dori; l’avevano schernito,
perfino, nel suo desiderio e nei suoi tentativi di darsi una parvenza di quella
grecità di cui tanto andavano fieri e che lui, invece, non aveva potuto avere
per diritto di nascita.
L’avevano chiamato barbaro, buffone, vergogna dell’Ellade.
Ma adesso quel barbaro, quel buffone, teneva ormai quasi tutta l’Ellade nel suo
pugno di ferro; i suoi rozzi soldati e i suoi generali, il suo esercito di
uomini che parlavano l’orribile dialetto dorico che non poteva neanche essere
definito greco, erano avanzati inarrestabili, la ridicola rudezza dei loro
costumi aveva stritolato la Grecia nell’inerte flaccidità in cui era ormai
versata, in una via senza ritorno.
A nulla erano serviti tutti i discorsi e gli intrighi di quegli inetti
politicanti che affollavano Atene e il pollaio che era ormai diventata l’agorà,
a nulla erano servite le farneticanti invettive di quel pavone di Demostene -
che un rozzo barbaro Macedone non aveva il diritto, non poteva ergersi a supremo
comandante e guida della sacra Ellade; Filippo li aveva lasciati parlare.
Ed aveva agito, fulmineo come un rapace.
Aristotele sorrise mentre un’espressione crudele gli si dipingeva in viso.
La sua storia d’amore con Atene era finita da un pezzo. Da quando, dopo la morte
di Platone, gli era stata preferita quella vecchia gallina grassa di Speusippo
alla guida dell’Accademia, alla quale tanti anni della sua vita aveva dedicato.
Era stato un affronto intollerabile, ma aveva imparato a conviverci; non si era
stupito quando il Re era venuto a cercarlo.
Aristotele ricordava bene Filippo.
Egli era ben conosciuto per l’incontinenza dei suoi costumi, il suo amore
esagerato per il vino (ma quale Macedone non eccedeva nei piaceri di Dioniso?),
la facilità dei suoi accessi d’ira e il libertinaggio a cui spesso e volentieri
si lasciava andare; tuttavia, rifletté Aristotele, l’uomo non era privo di una
sua attrattiva.
Aveva tentato di ripulirsi del puzzo di barbarismo, aveva convocato a Pella
artisti, letterati, tutte le figure più in vista di Grecia ed aveva fatto
istruire i figli dei suoi nobili e dei suoi generali dai più stimati maestri
Ateniesi; il palazzo reale di Archelao, a Pella, non aveva ormai nulla da
invidiare, nella sua magnificenza, alle più belle architetture di cui la Grecia
stessa era così orgogliosa.
Aveva tentato persino di imparare a parlare il greco con il perfetto, dolce
accento ionico dell’Attica ed invero, Aristotele doveva riconoscerglielo, i
risultati erano stati notevoli.
Era stato come se Filippo volesse dimostrare a tutti i costi di essere un degno
sposo per l’amante che aveva voluto prendere con la violenza.
L’amante l’aveva ripudiato, rifiutato, si era fatta beffe di lui.
Filippo l’amava ancora, ma non aveva più nulla da dimostrare e lo sapeva.
La sposa era ormai sua, per diritto di forza.
Il Re era stato richiamato al nord, da una violenta rivolta di alcune tribù
della Tracia, e aveva dovuto momentaneamente accantonare i suoi feroci dissidi
con Atene, ma presto sarebbe ritornato.
Aristotele era conscio che la battaglia decisiva per la supremazia era ormai
prossima e sapeva bene su quale lato si sarebbe fatto trovare, quando fosse
venuto il momento.
Osservò di nuovo il principe: la sua testa e quella del ragazzo accanto a lui
erano reclinate l’una verso l’altra e si toccavano, mentre procedevano nella
lettura. La luce pomeridiana faceva risplendere i loro capelli di riflessi
bronzei, erano immobili come due statue auree abbandonate nell’erba.
Aristotele era figlio del medico che aveva avuto in cura Aminta, padre di
Filippo, e Filippo stesso fin dalla tenera età.
Conosceva bene la Macedonia, tuttavia sapeva che non era stato quello il solo
motivo per cui il Re era venuto a cercarlo fino a Mitilene, sull’isola di Lesbo,
dove si era ritirato per dedicarsi ai suoi studi e alle sue ricerche
naturalistiche.
Filippo voleva che suo figlio venisse educato come un Elleno.
Voleva che suo figlio fosse un discendente perfetto per quella Grecia che non
poteva, non voleva accettarlo, e che probabilmente non l’avrebbe mai fatto - per
quanti sforzi o doni egli le avesse portato, o per quanto sangue avesse versato.
Alessandro sarebbe stato diverso, avrebbe avuto tutto quello che lui non aveva
potuto avere. Sarebbe stato un Greco.
Di nuovo il sorriso crudele accese gli occhi socchiusi dell’uomo.
Non si era venduto per poco, era ben consapevole del suo valore.
Stagira, la sua città natale, piccola perla della Calcide, era stata distrutta
dallo stesso Filippo proprio alcuni anni prima, molti dei suoi abitanti venduti
come schiavi.
Stagira era stata il suo prezzo. FiIippo l’avrebbe ricostruita, egli non avrebbe
accettato nulla di meno e il Re non aveva battuto ciglio.
Naturalmente non si era trattato solo di Stagira.
Gli occhi gli balenarono; la tentazione di avere una parte così grande in tutto
questo, e in ciò che sarebbe venuto era stata allettante come un tempo solevano
esserlo le sfide logiche nelle quali si imbarcava con i suoi colleghi
dell’Accademia.
Gli era stato chiesto di educare un ragazzo.
Avrebbe formato un Re.
Un Re che molto probabilmente un giorno avrebbe governato tutta l’Ellade
riunita, un Re greco, per una nuova Grecia.
A poco sarebbero valsi gli sforzi dei pusillanimi politicanti Ateniesi, la
Grecia era ormai caduta nella morsa di Filippo, non occorreva sforzarsi troppo
per vederlo, ed un giorno Alessandro l’avrebbe certamente reclamata, anche se
adesso era poco più di un bambino.
Aristotele era un uomo pragmatico.
Atene l’aveva umiliato, gli aveva preferito un altro, ed egli vi sarebbe
tornato, avrebbe mostrato loro che era stato capace di condurre con sè qualcuno
in grado di guidare la loro amata ormai allo sbando, e sapeva bene di essere
all’altezza del compito.
Sarebbe stata una dolce vendetta. Oh,sì.
Filippo non aveva badato a spese.
Aveva convenuto, sotto consiglio di Aristotele, che sarebbe stato meglio educare
Alessandro lontano dal clima teso di Pella, dagli intrighi e i maneggi di una
corte che, sebbene egli fosse reticente ad ammetterlo, rimaneva ancora rozza e
incolta come le terre montuose a Nord della capitale Macedone.
Filippo aveva fatto rimettere a nuovo una grande palazzina campestre, in una
valle incantevole a circa mezza giornata di cavallo da Pella, l’aveva fatta
dipingere dai più dotati affrescatori, vi aveva fatto arrivare servi, mobilia e
suppellettili e ne aveva rifornito la biblioteca.
E così Aristotele si era trasferito a Mieza con il giovane principe e i figli
dei nobili più in vista di Macedonia, la maggior parte generali fedelissimi a
Filippo, giovani che un giorno sarebbero stati i compagni d’armi e il seguito di
Alessandro.
Il luogo, considerato sacro alle Ninfe, si era rivelato una fonte inestimabile
per i suoi studi, Aristotele ne era estasiato: i boschi e la campagna
circostante pullulavano di vita, ed egli stava cercando di catalogare e
raccogliere campioni del più alto numero possibile di specie animali e vegetali.
Il suo soggiorno a Mieza avrebbe portato benefici inquantificabili ai suoi studi
botanici e zoologici.
Proprio il giorno prima, passeggiando nei giardini di Mida, (e quale nome più
appropriato per il paradiso nel quale si trovava?) aveva scorto una nuova specie
di roditore, che ancora non conosceva.
Avrebbe mandato qualcuno dei suoi ragazzi a catturarne uno per lui, stava
decisamente diventando troppo vecchio per rischiare di rompersi qualche osso
strisciando tra i cespugli come soleva fare un tempo.
Il pensiero lo fece sorridere, ma sentì una stretta al petto.
Il tempo era passato, eppure la vita continuava ad essere bella e piena di
allettanti misteri per lui; una sola esistenza non gli sarebbe mai potuta
bastare, ma gli Dei hanno strani modi per prendersi gioco degli uomini, dopo
tutto.
Aristotele abbassò di nuovo gli occhi: Alessandro sembrava ancora perso nel suo
Senofonte.
A poco sarebbe valso dirgli che molto probabilmente il grande Ciro aveva avuto
poco o nulla a che fare con l’illuminato e ammirabile monarca descritto nel
libro: Senofonte aveva semplicemente tracciato il ritratto del Re ideale e gli
aveva dato il nome di Ciro.
Alessandro non gli avrebbe creduto, ma a che scopo dirglielo? Il ragazzo sapeva
essere testardo nelle sue argomentazioni.
Aristotele aveva scelto il libro per il suo fine etico e didattico, questo
sarebbe dovuto bastare; tuttavia si era stupito della passione che Alessandro
aveva messo nel leggerlo, e delle domande, invero sagaci e affatto scontate, che
gli aveva posto e che continuava a porgli.
Sembrava non essere mai pago di discutere e dissertare del singolare modo in cui
Ciro aveva scelto di governare l’immenso impero che aveva creato, e spesso le
discussioni avevano degenerato, suo malgrado.
Aristotele sapeva della passione di Alessandro per Omero, ma del resto la sua
epica eroica e imbevuta di hubris era popolare tra i ragazzi di quell’età.
Più degno di nota era stato, invece, il suo innamoramento di Ciro.
Era indubbiamente positivo che un futuro monarca si interessasse del modo di
gestire un regno, ma c’erano alcune volte in cui Aristotele stesso si trovava a
corto di parole.
Alessandro sembrava più interessato a conoscere l’esatto numero e schieramento
dei soldati che Ciro aveva avuto nella sua armata, o la rete stradale che
collegava le varie capitali dell’impero - e che a detta sua, doveva essere
immensa - che non l’intima meccanica etica e logica dell’arte di governare.
A volte il ragazzo sapeva essere impossibile.
Era stato, in verità, bene educato: aveva saputo che il suo primo tutore era
stato un certo Leonida, un parente della madre, un ferreo sostenitore dei
durissimi metodi educativi di derivazione spartana.
Fin dalla più tenera età era stato addestrato alla privazione a al controllo
delle sue più elementari necessità; Aristotele aveva sentito alcune storie a
riguardo che avrebbe giudicato ridicole per la loro durezza, se non avesse
potuto vedere il ragazzo con i suoi occhi.
Leonida l’aveva praticamente educato a fare a meno di tutto, l’aveva persino
affamato, si diceva, sfiancato con l’esercizio fisico e addirittura privato
delle coperte di lana e del mantello nei duri inverni di Pella.
Il risultato era che il ragazzo sapeva praticamente sopportare qualunque
privazione, come e forse meglio di un soldato adulto e navigato, ma era più
cocciuto di un mulo.
Sapeva parlare il greco e anche piuttosto bene, ma lo faceva solo quando voleva
lui, nei suoi tempi e nei suoi modi e non una volta sola gli aveva rivolto
alcuni insulti nel Macedone volgare dei soldati (senza dubbio l’aveva udito
nelle baracche degli uomini, quando ancora viveva nella tana di Pella, lasciato
a sé stesso come un cucciolo selvatico), guardandolo con aria di sfida.
Questo, forse più di tutto, urtava i nervi di Aristotele; sembrava che il
giovane principe lo mettesse costantemente alla prova se non fosse stato assurdo
pensare questo di un ragazzino di appena quindici anni.
Ma era così.
Non si poteva negare che fosse intelligente. Teneva il passo con le sue lezioni
con una speditezza che gli altri ragazzi potevano solo sognare, commentava Omero
con una proprietà di linguaggio impensabile, mentre gli altri arrancavano ancora
sulle facili edizioni didascaliche, ed era certo di essere riuscito a
solleticare la sua ardente curiosità - sebbene il ragazzo fosse reticente ad
ammetterlo.
Doveva avere odiato il vecchio Leonida.
Un giorno gli aveva posto un quesito tramite un sillogismo astratto: l’avrebbe
potuto risolvere solo attraverso un’estrapolazione logica, ma il ragazzo l’aveva
guardato disgustato e gli aveva offerto invece un’inaspettata e, bisognava
ammetterlo, alquanto sagace soluzione pratica.
Aristotele scosse la testa; il ragazzo aveva sangue di razza, ma era difficile
da gestire; tuttavia i loro rapporti stavano migliorando.
Lasciò scivolare lo sguardo sul viso accanto a quello del principe, e si ritrovò
a fissare i lineamenti seri e composti del giovane.
Ricordava il giorno in cui aveva condotto una lezione sull’amicizia: come
l’amicizia fosse, per un uomo, il bene più grande, la ricchezza inestimabile del
trovare fuori di sé un altro sé, come una stessa anima condivisa in due corpi.
Si era trovato spesso in disaccordo con Platone in passato, ma su questo non
aveva mai nutrito alcuna obiezione.
Aveva parlato ai ragazzi di come l’amicizia sia virtù in sé stessa, cui fine
ultimo è proteggere ed amare la virtù nell’altro, di come per ogni uomo esista
un unico e solo amico perfetto, e quanto grande sia il dono degli Dei, se
decidono di rendere possibile il riconoscimento.
I perfetti amici condividono tutto: la gioia e la felicità, ma anche le
privazioni. Condividono le proprie visioni e i propri obiettivi. I sogni
dell’uno sono i sogni dell’altro.
Achille e Patroclo, fino alla morte.
Gli altri ragazzi avevano ridacchiato alla menzione; in fin dei conti erano ben
noti i pettegolezzi da taverna sul presunto rapporto che aveva unito i due eroi;
erano tutti molto giovani e Aristotele sapeva che le schermaglie amorose e i
moti di un corpo che stava cambiando troppo velocemente erano inevitabili a
quell’età; chiudeva un occhio perché ciò non offendeva la sua morale Ateniese,
né era in contrasto con quella Macedone, tuttavia egli aveva volutamente
lasciato fuori la fugace sfera di Eros, che abbaglia e rende ciechi, qualcosa
che, a suo parere, toglieva invece di aggiungere.
L’amicizia di cui parlava lui era una comunione di anime.
Alessandro non aveva riso, i suoi occhi avevano scintillato mentre lo ascoltava
parlare.
Forse una delle sue lezioni, dopotutto, era riuscita a fare breccia nel cuore
del giovane.
I due ragazzi, rifletté Aristotele, erano stati inseparabili ben prima del loro
arrivo a Mieza: dovevano essersi conosciuti precedentemente, ma fin dai primi
giorni alla scuola era stato palese quanto fossero legati più profondamente di
quello che si sarebbe potuto pensare di due ragazzi di quell’età.
Efestione, così si chiamava l’altro, era figlio di uno dei generali più vicini a
Filippo, uno dei suoi Eteri, I Compagni del più alto rango di cavalleria; aveva
persino intravisto l’uomo, un giorno in cui era venuto a far visita ai due figli
che si trovavano a Mieza: un figura imponente, in un certo qual modo diversa dal
comune, rude soldato Macedone e che incuteva innegabilmente un certo rispetto.
Amintore, Aristotele ricordava ancora il nome, sembrava avere modi stranamente
gentili, persino raffinati se comparato ai rozzi e chiassosi uomini della sua
terra, e non si stupiva che Filippo lo tenesse in così alta considerazione;
persino il suo greco era piuttosto notevole, come di chi avesse frequentato
Atene con assiduità.
Quello del ragazzo, invece, era perfetto. Efestione era sicuramente cresciuto ad
Atene, forse il figlio di una qualche concubina locale.
Aristotele non aveva approfondito questo aspetto, ed il ragazzo sembrava molto
reticente a parlare dei suoi trascorsi, ma non c’era alcun dubbio: l’accento
pulito, il dolce suono della pronuncia Attica, una delizia per le orecchie di
Aristotele, erano inconfondibili e troppo perfetti perché potessero essere stati
meramente appresi.
Aristotele si era stupito di trovare in lui un allievo così attento e brillante;
la maggior parte dei ragazzi che si trovavano lì vi erano stati spinti dai
padri, che certo speravano di ricavare un qualche vantaggio futuro dal fatto che
i figli fossero stati i compagni di scuola del principe e suoi amici fin dalla
tenera età. L’avere un posto a Mieza doveva essere stato qualcosa di molto
ambito da più d’uno di quegli ambiziosi genitori.
Purtroppo ciò non era stato invece un vantaggio per Aristotele, che si trovava
spesso a parlare ad una classe disinteressata e distratta, e questo si era
rivelato frustrante oltre ogni dire.
Efestione, al contrario, era una fonte di continua soddisfazione per lui.
Il ragazzo era l’unico che riusciva a tenere il passo di Alessandro nello
studio, aveva una mente vivace e curiosa, e spesso le sue fulminee intuizioni
erano disarmanti persino per Aristotele.
Dimostrava una logica ferrea ed estremamente personale, unita ad una sensibilità
profonda, rarissima in un ragazzo così giovane.
Aveva diciassette anni, ma spesso, guardando il suo viso serio e concentrato,
talvolta persino greve nello sforzo di una riflessione, Aristotele pensava che
fosse difficile dargli un’età.
Non aveva la sfrontatezza irrequieta e il gusto per la sfida che
caratterizzavano il giovane principe, ma era tranquillo, spesso riservato,
sebbene si potesse intuire un flusso continuo di emozioni scorrergli
profondamente, sotto pelle.
Un movimento in basso, riscosse Aristotele dalle sue riflessioni: i due ragazzi
si erano alzati, Efestione teneva il libro sotto braccio e camminava accanto ad
Alessandro, che procedeva spedito, entrambi diretti verso il bosco subito al di
là del giardino.
Alla fine dovevano aver deciso di unirsi agli altri, pensò Aristotele non senza
un moto di divertimento, la giornata si era fatta afosa e il richiamo allettante
del lago doveva essere stato irresistibile anche per loro.
Li seguì con gli occhi finché non scomparvero nella boscaglia, tra le ombre e i
cespugli di rosa canina, poi alzò il volto verso il cielo terso, il sole di una
luminosità abbacinante e divina.
Sorrise, mentre si schermava gli occhi con una mano. Gli Dei erano stati
generosi, sarebbe stata un’estate perfetta e ogni cosa a Mieza ne stava già
mostrando i segni.
Aristotele voltò le spalle e scomparve nella fresca penombra del corridoio.
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