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il tocco del fuoco
Capitolo 2.
“…Ed egli governò su tutte queste nazioni, sebbene non parlassero né la sua
stessa lingua, né lingue uguali tra loro, eppure, nonostante questo, fu in grado
di ricoprire una regione così vasta con il timore stesso che ispirava, e di
catturare gli uomini nel profondo, così che nessuno avrebbe mai osato
resistergli; e fu in grado di risvegliare in tutti loro, un così urgente bisogno
di compiacerlo e amarlo, che essi per sempre desiderarono essere guidati dal suo
volere…”
La voce di Alessandro si diffondeva limpida nell’aria pomeridiana,
intrecciandosi ai suoni e al frusciare sommesso e segreto del bosco, mentre la
giornata se ne scivolava via indolente verso il crepuscolo.
Si erano allontanati dal giardino del Nymphaion in cerca di un po’di refrigerio
dall’inaspettata calura pomeridiana ed avevano infine scovato un luogo fresco e
ombroso tra i cespugli, al riparo sotto le fronde di una quercia circondata da
morbide felci.
Ovunque attorno a loro, le piante di mirto e timo in piena fioritura spandevano
il loro profumo ed il frinire delle cicale nel caldo opprimente sembrava
sovrastare ogni altro suono; non lontano da lì, un ruscello scorreva fresco e
rumoroso, incunenandosi tra le rocce piatte e scivolando verso la valle.
Efestione sedeva ad occhi chiusi con la schiena appoggiata al grosso tronco,
mentre Alessandro, accoccolato contro il suo petto, leggeva a voce alta dal
rotolo aperto sulle sue ginocchia.
Il passaggio che stava leggendo era uno dei suoi preferiti, Efestione poteva
indovinarlo dal semplice andamento della sua voce, che era salita di tono ed
era, ora, piena di trasporto; un sorriso sornione gli incurvò le labbra.
“…E ascolta cosa dice qui, parlando di Ciro: un Re dovrebbe esercitare come un
incantesimo sui suoi sudditi…Non è la cosa più bella che tu abbia mai sentito?”
Efestione si stiracchiò pigramente, cercando di trovare una posizione più comoda
contro l’albero e sgranchendosi le gambe intorpidite. Alessandro lo guardò
contrariato.
“Ma…mi stai ascoltando?”
“Certo che ti ascolto, questa corteccia però mi si stava infilando nella schiena
e…”
Alessandro lo colpì su una spalla, brontolando qualcosa in Macedone a bassa
voce, poi si stiracchiò a sua volta adagiandosi più comodamente contro il petto
dell’amico.
Rimasero in un silenzio confortevole per un po’, ad ascoltare il rumore costante
delle cicale ed immersi nell’aroma inebriante e umido del bosco.
“Non mi stancherei mai di rileggere questo libro, lo sai? Senofonte sicuramente
conosceva ciò di cui parlava, ma a volte faccio fatica a credere che questi
luoghi esistano davvero e che siano appena al di là del mare…”
Efestione mise un braccio dietro la testa ed annuì: “Ad Atene, nell’agorà,
sentivo spesso alcuni schiavi persiani parlare della loro terra…Ero un bambino e
credevo si trattasse solo di leggende; rimanevo ad ascoltarli a bocca aperta,
soprattutto quando raccontavano delle meraviglie e dei tesori delle loro città…Susa,
Persepoli, Ecbatana, e…”
Alessandro si voltò verso l’amico, il volto arrossato dal calore e
dall’emozione.
“Ti ho mai detto di quegli esiliati persiani che si trovavano a Pella, ospiti di
mio padre?
Dovevo avere sette anni, allora, ma li ricordo benissimo…Uno di loro, un vecchio
- bhe, a me sembrava un vecchio – si chiamava Artabazo, si era ribellato al suo
Grande Re ed era stato mandato in esilio; mio padre gli aveva dato asilo e si
trovava a palazzo con alcuni uomini del suo seguito. Erano nobili e Artabazo era
uno di quei come-si-chiamano, sì insomma, di quei satrapi a capo di una delle
province del loro impero; credo fosse la Frigia, ora che ci penso…”
Efestione annuì, raddrizzandosi a sedere e facendogli cenno di continuare.
“…E ascolta bene, perché qui viene il bello: anche se Lanike mi stava sempre
addosso, riuscivo comunque a sgattaiolare via in un modo o nell’altro, e andavo
a chiacchierare con il vecchio Artabazo e i suoi uomini. Erano sempre gentili ed
affabili con me, penso che anche mio padre avrebbe approvato, e credo che lui
immaginasse che andavo lì; dopotutto è compito di un principe mettere i propri
ospiti a loro agio no?”
Si interruppe un istante, l’espressione pensosa e concentrata, ed Efestione non
poté fare a meno di sorridere divertito.
Alessandro aggrottò le sopracciglia.
“Non c’é nulla da ridere, sai? Ascolta: ricordo che erano vestiti in modo strano
– i persiani portano i calzoni, hai mai sentito di una cosa più buffa? Non
potrei mai indossare quella roba! – ed avevano barbe e capelli tutti arricciati
e profumati…Ma erano le loro storie che mi interessavano di più…” lanciò un
occhiata ad Efestione per assicurarsi che lo stesse ascoltando, poi riprese “…Mi
facevo raccontare di Susa, che loro chiamano la città dei gigli, e di Ecbatana,
con il suo palazzo d’estate costruito proprio sulle montagne…Un palazzo che ha
sette mura, tutte ricoperte di gemme, d’oro e d’argento, ti rendi conto? Dicono
che sembri nascere dalle montagne stesse…E poi Babilonia, e Persepoli, con tutte
le ricchezze del mondo, e...”
“Persepoli è la città dove risiede il Grande Re” lo interruppe Efestione “Ho
sentito dire che ogni anno tutti i satrapi di ciascuna provincia si recano lì a
porgere omaggi e tributi al loro sovrano. Attraverso la strada sacra che viene
da Pasargade arrivano all’enorme porta di tutti i popoli – così la chiamano, ne
hai sentito parlare vero? - con i due tori alati che ne sono a guardia e vengono
ricevuti dal Grande Re in persona…”
Alessandro annuiva irrequieto.
“…E allora? Continua…”
Efestione gli rivolse un’occhiata di sbieco, cercando di reprimere una risatina.
Alessandro aveva un modo tutto suo di diventare impaziente, se interessato a
qualcosa.
Molto impaziente.
“…e assieme al Re si trovano anche diecimila guerrieri immortali che sono da
sempre a guardia del sovrano e dell’impero; sono certo che non sia solo una
leggenda…riesci ad immaginartelo, Alessandro? La fila interminabile di uomini e
cavalli, di carri e di guerrieri, nitriti e frastuono, a perdita d’occhio lungo
la strada polverosa; e poi la sala delle 100 colonne, dove dicono che risiedano
gli Immortali…”
Alessandro annuiva, il volto illuminato e gli occhi persi in una visione che
sembrava possederlo.
“Didàskalos dice che il loro impero si allunga fino all’India, fino ai confini
del mondo…Oltre quel punto si estende l’ immenso oceano accerchiante che
racchiude la terra…E megale Thalassa, la fine del mondo, Phai…” Si interrupe,
scuotendo il volto lentamente, come fosse stato attraversato da un pensiero
improvviso “…A volte mi sembra solo una visione, così lontana da essere quasi
inconcepibile, a volte, invece, nei miei sogni mi sembra di poter solo allungare
la mano e toccare quel mare…Riesco a vederlo, ne sento persino il profumo; lo
sogno spesso, continuamente…”
Alessandro parlava veloce, a voce alta, come sempre faceva quando era acceso da
uno dei suoi sogni ad occhi aperti ed Efestione lo ascoltava rapito, in
silenzio, lasciandosi trasportare dall’immaginazione che Alessandro sapeva
trasmettergli come un qualcosa di fisico, qualcosa che appartenesse ad entrambi
e a loro soltanto.
“Vuoi sapere un’altra cosa pazzesca? Artabazo mi raccontò che i sudditi del
Grande Re sono soliti inchinarsi a lui prima di potergli anche solo rivolgere la
parola; ma non è un inchino normale, si sdraiano completamente a terra e non
solo i sudditi, ma anche i nobili, i satrapi e persino gli altri re! Non
riuscivo ad immaginarmi qualcosa del genere fatto a Pella…” ridacchiò “…Voglio
dire, riesci a vedertelo tu, quell’orso coriaceo di Parmenione sdraiarsi tutto
ai piedi di mio padre come una donnetta?”
Efestione scoppiò a ridere: “Attento a quello che dici Alessandro, Parmenione
non ci metterebbe un attimo a passarti sulla punta della sua sarissa se ti
sentisse parlare così di lui! E bada di non farti sentire da Filota, sai bene
che quello diventa matto se sente anche solo dir male di suo padre!”
Alessandro represse una risatina nervosa: “Oh, andiamo, il vecchio Parmenione
stravede per me, ma tu vedi di tenere la bocca chiusa, tanto per essere sicuri,
va bene?
E comunque senti questa: ho sentito dire che In India ci sono re che cavalcano
animali enormi, molto più grandi dei cavalli…sono grigi e sembra che non abbiano
peli…”
“Si, so di cosa parli”, lo interruppe Efestione, ritornando serio “C’era un
mercante ad Atene, con cui mi fermavo spesso a parlare quando mia madre mi
spediva all’agorà per qualche commissione; mi piaceva starlo ad
ascoltare…arrivava sempre al Pireo con un carico di spezie, incenso, canapa, o
di tessuti preziosi, a volte persino la seta, che era una vera meraviglia per
me…”
“E questo mercante da dove veniva?”
“Era originario della Caria ma aveva viaggiato per tutta l’Asia ed era molto
bravo ad intagliare il legno e le pietre…Una volta mi fece una statuetta
d’avorio di uno strano animale, aveva delle orecchie enormi e un naso
lunghissimo: mi disse che si trovava in India e che l’animale vero era
gigantesco ma che si poteva cavalcare come un cavallo; lo chiamava elefante, e
mi raccontò che i re, laggiù, se ne servono per farsi la guerra...”
Alessandro lo stava fissando con occhi attenti. Efestione cacciò via un’ape che
si era posata pigramente sulla sua spalla, ma il ragazzo parve non accorgersene
neppure.
“…Vorrei vederla, questa tua statuetta…”
“…La conservai come il mio tesoro più prezioso, mia madre rideva sempre come una
bambina quando mi vedeva intento a giocarci; diceva che era orribile e che solo
a me poteva piacere una cosa del genere; si divertiva moltissimo…Purtroppo non
l’ho più con me…La perdetti quando…” Si interruppe e la voce gli tremò per un
istante “…Beh, tu sai quando…”.
Alessandro annuì e si voltò verso di lui sorridendogli con tenerezza, poi scostò
un ciuffo di capelli scuri che gli era spiovuto sulla fronte; sapeva che
Efestione non amava parlare di certi argomenti e non sopportava di vederlo
triste.
Gli rivolse un sorriso luminoso:” Phai, sai che mio padre ha intenzione di
rivolgersi ad est, quando avrà risolto le sue faccende con Atene?”
Efestione annuì; Alessandro gliene aveva accennato ma era la prima volta che ne
parlava apertamente.
“Me l’ha detto mia madre, sai che mi scrive continuamente…lei crede che io e
Filippo non ci parliamo praticamente più, e suppongo che ciò le faccia piacere,
ma mio padre non ha mai fatto mistero della cosa e lui sa che mi interesso di
tutto ciò che riguarda le sue campagne e la guerra…”
Si interruppe, come stesse raccogliendo i pensieri.
“…Credo che avrebbe già attraversato L’Ellesponto se Demostene non avesse messo
su quella sua campagna denigratoria – ti ho raccontato di quando quel coniglio è
venuto a Pella, vero? Se ne è tornato ad Atene con la coda fra le gambe, te lo
posso assicurare! Al momento mio padre è troppo occupato ad assicurarsi il
favore degli Ateniesi, o meglio a tenerli a bada, ma le città Greche della
Ionia, della Frigia e della Caria hanno chiesto più volte il suo intervento, è
troppo tempo ormai che sono sottoposte al giogo dei persiani, è una vergogna per
tutti gli Elleni!”
“…Beh, questo lo sanno tutti…”
“Non tutti!! Il caro Demostene sembra aver perso la memoria riguardo a questo
argomento, a quanto pare: Efeso, Mileto, Alicarnasso, persino Pergamo…certo
partire ora sarebbe una pazzia, non prima di essersi assicurato le retrovie
comunque, e la situazione con Atene è ancora tutta da risolvere, ma mio padre
guarda a est, non c’è dubbio, e non credo che si fermerà alle città Elleniche
della costa, non se lo conosco almeno un pò…”
Alessandro scosse le spalle con un gesto nervoso; Efestione sapeva come fossero
controversi i suoi sentimenti verso il padre, come l’avessero sempre lacerato,
così diviso tra una malcelata ammirazione e un affetto che era cresciuto in lui
suo malgrado, come una creatura indesiderata, ed un disprezzo instillatogli fin
dalla culla dalla madre e certo non migliorato dalla condotta troppo spesso
spregiudicata del Re - che Alessandro non aveva mai fatto mistero di
disapprovare.
Il ragazzo gli pose una mano sulla spalla, stringendolo lievemente ed Alessandro
gli rivolse un sorriso grato appoggiando la mano sulla sua.
“Qualunque sia la sua decisione” continuò con voce più leggera “Spero proprio
che mi resti ancora qualcosa da conquistare, quando verrà il mio turno!” e rise,
improvvisamente sollevato.
“Sembri molto ansioso di andare in guerra, Alessandro…”
“Non è la guerra a cui sto pensando, o comunque non l’ho mai concepita come un
fine, per me…ma voglio andare lontano, Phai.. Qui a Mieza è bello, molto più che
bello, e forse sono anche felice, più felice certo di come sia mai stato; ma mi
sento in gabbia, mi sento sempre così ansioso e irrequieto e tu sai bene che i
miei sonni sono spesso popolati di incubi…”
Efestione annuì e fece per rispondere, ma Alessandro scosse il viso e riprese a
parlare, una nota impaziente nella voce adesso: “…il vecchio maestro ha molte
delle risposte alle mie domande, ma ce ne sono alcune che devo, che voglio
trovare da solo…voglio vedere i confini del mondo, voglio entrare in quelle
città che ora posso solo sognare e vederne i tesori, sfiorare quelle mura
millenarie e poi…voglio toccare Thalassa, mi ci voglio immergere, là dove la
terra finisce…”
I suoi occhi si persero di nuovo lontani, fissando uno stormo di uccelli grigi
che si stagliavano contro il cielo come creature aliene di un altro mondo e
seguendo scie che solo lui riusciva a vedere, ed Efestione sentì la consueta
lama di paura trafiggergli il petto. Una paura che spesso non riusciva nemmeno
ad articolare, il timore annichilente di non essere in grado di poterlo seguire,
di essere lasciato indietro come una creatura inutile dimenticata al freddo,
nella notte; in quei momenti Alessandro sembrava lontano, così lontano che
pensava che se avesse allungato il braccio per toccarlo avrebbe afferrato
l’aria, o una lama di fuoco lacerante che sarebbe scomparsa subito dopo averlo
incenerito.
Ciò nonostante lo toccò, sfiorandogli le spalle esili e facendolo voltare verso
di sé.
“…Mi porterai in guerra con te, e ovunque tu vada Xandre, non è vero?”
Alessandro rimase immobile per un istante sbattendo le palpebre, come non
riuscisse a capire bene ciò che gli era stato chiesto, poi una linea si formò
improvvisa tra le sopracciglia corrugate, trasfigurandogli il viso in
un’espressione irata.
“Portarti con me? Come puoi anche solo chiedermi una cosa del genere? Credi
davvero che potrei andare da qualche parte senza di te?! Per gli Dei, Efestione,
dovresti saperlo ormai, che non farei nemmeno un passo senza di te, MAI!!”
Efestione rimase spiazzato dallo scoppio di rabbia improvvisa, non si era
aspettato quell’aggressione e restarono a fronteggiarsi senza sapere cosa dire
per qualcosa che sembrò un’eternità; poi, l’espressione feroce di Alessandro
sembrò addolcirsi con la subitaneità con cui si era manifestata e un sorriso gli
apparve sulle labbra fino a quel momento compresse in una linea sottile.
Appoggiò il viso sulla spalla di Efestione e gli cinse il collo con le braccia,
affondando il volto nell’incavo della sua gola: “Scusami…Scusami Phai…ma mi
addolora sentirti parlare così, perché è come se tu dubitassi di me…Io non
potrei mai partire senza di te, né per l’Asia né per nessun altro posto, questo
dovresti saperlo…”
Efestione rimase immobile per un istante, ancora colpito dall’ira violenta
dell’amico e dal brusco cambiamento di umore, poi gli accarezzo fugacemente i
capelli con una mano, appoggiando il palmo sulla testa dorata del ragazzo:
“Perdonami…ma a volte è come se accanto a te vedessi una fiamma che brucia alta,
accecante, e che ti nasconde alla mia vista; ed è in quei momenti che ho paura
di non riuscire a seguirti…di non esserne in grado…”
Si interruppe, come avesse perso il filo dei suoi pensieri; poi, sospirò.
“…E’ difficile da spiegare, Alessandro; non è di te che dubito, ma di me stesso
e non ne sono fiero…Mi dispiace per quello che ho detto, scusami…”
La voce gli giunse ovattata dalla stoffa della sua tunica, contro cui Alessandro
aveva affondato il viso: “Non dubitare allora…Tu mi seguirai, io lo so, ed io
seguirò te, ovunque tu vada…abbiamo fatto un giuramento, non ti ricordi
Patroclo? E non è un voto che alcun mortale possa infrangere…Né gli Dei oseranno
farlo; solo la morte…I veri amici sono tutto l’uno per l’altro, condividono ogni
cosa, soprattutto i loro sogni…L’hai dimenticato?”
Efestione corrugò la fronte; non gli piaceva come spesso Alessandro indugiasse
sul pensiero della propria morte, ma sorrise dolcemente mentre il ragazzo alzava
il volto per guardarlo.
“I veri amici condividono tutto, sì…lo so bene…e non lo dimenticherò più, te lo
prometto…”
Alessandro annuì con convinzione; rimasero vicini, in silenzio per qualche
istante, poi Alessandro si staccò dall’amico per raccogliere il rotolo di
pergamena che era scivolato sull’ erba; lo riaprì con cura, come qualcosa di
sacro e lo porse ad Efestione.
“Ed ora, caro il mio Patroclo…” esordì con un tono placido che tuttavia non
ammetteva repliche “che ne diresti di continuare tu, per un po’, la lettura?”.
Efestione gli rivolse un sorriso obliquo e divertito: “Che cosa c’è, il grande
Achille ha dimenticato come si legge in greco?”
Alessandro gli diede un buffetto sulla fronte e gli strappò la pergamena dalle
mani: “Molto spiritoso, davvero, ma per mia fortuna so leggere benissimo, anche
meglio di te! Lo sai, però, che mi piace ascoltarti leggere con il tuo accento
ateniese…nessuno legge come te, ed è così…così bello da ascoltare…”
Efestione sorrise con dolcezza e gli prese di nuovo il rotolo dalle mani, poi si
accorse che Alessandro lo stava fissando con una strana espressione
interrogativa, una domanda inespressa negli occhi grigi; conosceva bene quella
sua espressione, come ogni altra, ogni suo moto, ogni sua sfumatura.
“Avanti, dì! Che cosa c’è? Che ti passa per la testa?”.
Alessandro sembrava riluttante a parlare; fece un respiro profondo e appoggiò il
mento sui palmi delle mani: “…Mi chiedevo…sì insomma, a volte mi chiedo se ti
manca quella vita…La tua vita laggiù intendo…”
Efestione emise un sospiro e appoggiò il rotolo sull’erba, accanto a lui.
“Non direi…sai bene che non sono mai stato felice ad Atene. La mia vita è
iniziata qui, in Macedonia, il giorno in cui sono arrivato…”
Alessandro lo scrutò con occhi attenti, l’espressione indecifrabile: “So che non
è stato facile per te all’inizio…E’ tutto diverso qui…Ma ora hai tuo padre no?
Lui ti ama molto…E c’è Liside e…” Sembrava ansioso, come fosse turbato da
qualcosa.
Efestione scosse il viso lentamente: “Sai bene che non si tratta solo di questo,
Alessandro…Ho trovato molto, molto di più qui…E comunque…” aggiunse con un
sorriso divertito “Se proprio lo vuoi sapere, Liside mi odia a morte!”.
Alessandro proruppe in una risata argentina: “Questa la dovevo ancora sentire!!
Liside ti odia? Quel tuo moccioso di un fratellino non fa un passo senza
imitarti in tutto, e tu dici che ti odia? Sacro Zeus, Efestione, a volte mi
chiedo dove hai gli occhi!!”
Alessandro non riusciva a smettere di ridacchiare; Efestione gli scoccò
un’occhiata truce e lo spinse via con un’imprecazione, facendolo capitombolare
sulle felci.
“Il principe oggi è davvero in vena di scherzi a quanto pare! E comunque vorrei
ricordarti che il “moccioso di un fratellino” ha la tua età, né un anno in più,
né un anno in meno, principino!”.
Alessandro, che si stava rimettendo in ginocchio ripulendosi dall’erba, gli
spedì un’occhiata torva e inequivocabile ed Efestione riuscì a soffocare una
risata appena in tempo; assunse un’aria vaga, cercando di non scoppiare di nuovo
a ridere: sapeva come Alessandro fosse terribilmente suscettibile a chi gli
ricordava che era il più piccolo, tra gli allievi di Mieza.
Era orgoglioso fino all’impossibile.
“…Comunque ti assicuro che ti sbagli su Liside, Alessandro. Non mi stupirei
affatto di sapere che avrebbe voluto finissi sulla cima di qualche lancia ben
appuntita, quando tuo padre ha assediato Olinto! Dovevi vederlo i primi tempi,
quando mi portarono a casa: mi evitava come fossi stato un serpente velenoso, o
qualche nuova specie di insetto particolarmente disgustoso!”.
Alessandro si rabbuiò per un attimo: “Oh, che sciocchezze! Non voglio nemmeno
sentirti dire cose del genere, Liside o non Liside…Il solo pensiero che tu ti
sia trovato in mezzo a quell’assedio mi dà ancora gli incubi…Non posso nemmeno
immaginare che cosa deve…essere stato…” La voce si abbassò di un tono “…A volte
mi chiedo come tu possa non odiare mio padre…per…sì insomma, per tutto quello
che è successo…”
Efestione scosse la testa con aria seria: “Non lo odio affatto, tuo padre non
l’ha certo fatto come qualcosa di personale, e noi non ci conoscevamo
neanche…Lui è un re, ha preso le sue decisioni in accordo con la sua politica e
il destino di un uomo è legato a quello del suo signore, nel bene e nel male; è
così che vanno le cose, Xandre, dovresti saperlo…”
Alessandro sbatté le palpebre con veemenza: “Hai ragione, ciononostante ti
ammiro per come ti sei sempre comportato con lui; e comunque, gli Dei mi
perdonino per quello che sto dicendo, ma a volte penso a quell’assedio e a tua
madre, che non ho mai conosciuto e vorrei…vorrei…”
Efestione gli appoggiò una mano sulla testa rimanendo in silenzio; non c’era
bisogno di parole tra loro, capiva benissimo i sentimenti di Alessandro, ma
parlarne era inutile e non voleva in nessun modo che fosse turbato a causa sua.
“E’ una cosa che appartiene al passato, Alessandro, non c’è motivo perché tu
debba essere ancora così arrabbiato…E’ finita, va bene così, c’era una ragione
per tutto, gli Dei avevano un loro disegno che alla fine si è rivelato. Non…”
“Come puoi parlare così, Efestione?” gridò improvvisamente Alessandro, una
sfumatura rabbiosa nella voce, adesso “Come puoi rimanere così indifferente dopo
quello che ti è successo?”
Efestione scosse il viso, lentamente: “Adesso ascoltami: non angosciarti per
questo e non pensare che io sia indifferente; ma non è mai stato saggio
indulgere in ciò che non si può cambiare, Alessandro, o cercare di riportare
indietro le ombre; lasciamole dove sono. Non è forse quello che ci è stato
insegnato, dopo tutto?”
Alessandro abbassò gli occhi, mortificato. Efestione appoggiò la fronte alla
sua, in silenzio; qualunque discorso sarebbe stato superfluo tra loro.
Era vero, non ce l’aveva con Filippo per quello che era successo ed il Re era
sempre stato gentile con lui – senza considerare poi la stima che lo univa a suo
padre - ma spesso, anche solo chiudendo gli occhi, udiva ancora il pianto
terribile e disperato delle donne e dei bambini e le grida degli uomini, lo
strepito dei soldati e il rumore assordante delle lance, mentre berciavano di
distruggere tutto, di bruciare tutto, nel dialetto macedone che allora l’aveva
riempito di terrore.
Poteva ancora sentire il calore spaventoso e soffocante del fuoco che sembrava
essere ovunque, mentre il bosco e la città bruciavano senza più speranza, il
sapore metallico del terrore spinto giù nella gola, a tagliargli il respiro
nella corsa disperata per una salvezza che non era venuta.
Più di tutto, ricordava il volto di sua madre, della sua bellissima madre,
distorto in un ghigno di terrore e disperazione, in una maschera di sangue e
sporcizia. Non aveva mai saputo che cosa ne fosse stato di lei e sapeva che
Amintore non si dava pace per questo, ma in cuor suo a volte sperava che fosse
morta quella notte e le fosse stata risparmiata l’orribile esistenza che certo
l’avrebbe attesa se fosse sopravvissuta.
Fu riscosso dalla consapevolezza del calore del corpo di Alessandro contro il
suo e la soffocante nube grigia che gli aveva avvolto la mente parve dissiparsi
in un istante.
Gli sorrise.
“Alla fine sono arrivato qui…Una volta mi dicesti che gli Dei vedono cose che ai
nostri occhi sono precluse, ma che dobbiamo saperli ascoltare e io ti risposi
che non ero daccordo; ero molto arrabbiato allora, ma qualunque sia stato il
prezzo, ne sono stato ampiamente ripagato Alessandro, per cui, forse, non avevi
poi così torto…”
Alessandro gli sorrise radioso, un sorriso quasi intossicante nella sua gloria,
e tutto sembrò tornare alla normalità, come una nuvola capricciosa che
finalmente si allontani per lasciar filtrare di nuovo il sole.
Efestione si stupì ancora una volta della luminosità che sembrava irradiare da
ogni fibra del ragazzo e del potere che ciò aveva sempre avuto su di lui;
bastava davvero uno di quei sorrisi per dargli la forza di guardare avanti, e
per cancellare ogni dubbio, ogni tormento? Non era ancora riuscito ad abituarsi
a questo, tanto meno a spiegarselo, ma aveva finito per accettarlo come un dono
del Dio.
O forse una maledizione, pensò per un attimo brevissimo.
Sporse il braccio per raccogliere la pergamena che giaceva a terra dimenticata,
ma Alessandro fece una smorfia contrariata.
“Basta con la lettura per oggi, fa troppo caldo! La prossima volta ce ne andiamo
anche noi al lago, uccidimi se ti parlo ancora di libri!!”
Si guardarono per un istante, poi scoppiarono a ridere, un suono che si diffuse
come una nota nell’aria ferma del tardo pomeriggio.
Alessandro si adagiò meglio contro il corpo dell’ amico e chiuse gli occhi;
Efestione incrociò le braccia dietro la nuca, sistemandosi contro il tronco
nodoso della quercia, ed alzò lo sguardo verso il cielo.
Nubi rossastre attraversavano pigre il cielo luminoso, ed il carro solare aveva
ormai quasi terminato il suo viaggio verso ovest; Apollo sarebbe presto tornato
alla sua casa.
Squarci rosei e vermigli si stagliavano sopra l’orizzonte, colorando l’azzurro
di sfumature sanguigne; da un momento all’altro Aristotele avrebbe dato ordine
di preparare la cena e si sarebbe certo arrabbiato se non si fossero fatti
trovare puntuali alla tavola del refettorio insieme agli altri.
In quel momento tuttavia, Efestione non se ne dava pena, troppo intento ad
assaporare quello stralcio di istante così perfetto perché potesse essere
interrotto da qualcosa di così insignificante.
L’armonia di tutto lo colpì quasi dolorosamente, come una lama affilata: il
ripetersi dei suoni del bosco, costanti e mai uguali, il rumore incessante del
fiume - che non riusciva a vedere ma di cui avvertiva la frescura - l’odore
metallico dell’acqua, il fruscio delle fronde e delle foglie che mormoravano
sommessamente, forse scosse dal passaggio di qualche spirito; tutto gli apparve
di colpo misterioso e chiaro, come non avrebbe mai creduto possibile ed il cuore
accelerò il battito nel suo petto, simile al frullo di ali prigioniere.
Poi l’istante passò, e si stupì di non riuscire quasi a ricordare quella
sensazione inspiegabile di pienezza e di riverenza, di timore e venerazione. Se
davvero un Dio era passato e l’aveva sfiorato, adesso era scomparso e ne
rimaneva solo una piccola traccia sul fondo di sé, come sempre accade ai mortali
che sono benedetti, anche per un breve attimo, dal tocco divino. Ricordò le
parole di sua madre in un giorno lontano, il dolce mormorio della sua voce nella
penombra di una camera da letto: “…la verità degli Dei, piccolo mio. Persino un
tocco leggero è troppo intenso perché gli uomini possano portarne il ricordo o
viverne la pienezza e rimanere illesi. Altrimenti è morte, o pazzia…”
Abbassò gli occhi, turbato da questo pensiero, e osservò Alessandro: il suo
respiro si era fatto più profondo e regolare e il petto si alzava e abbassava
appena nel sonno; aveva la pelle chiara e arrossata dal sole e dalla
temperatura, e le ciglia proiettavano ombre scure sulle guance lisce.
Il suo sonno era lieve, come quello dei felini, non aveva mai avuto il sereno
abbandono e la morbidezza del riposo dei mortali, ma sembrava sempre vigile e
fermo, anche e soprattutto nei momenti in cui avrebbe potuto apparire più
vulnerabile.
Ma non c’era nulla di vulnerabile in lui, Efestione lo sapeva bene. Era solo in
attesa, come una belva accucciata, ma pronta a spiccare il balzo al più flebile
respiro.
Gli scostò una ciocca di capelli dal viso e gli toccò una guancia: la sua pelle
era fresca e ardente allo stesso tempo; la sua temperatura corporea era sempre
stata innaturalmente alta, come avesse un fuoco che bruciasse costantemente nel
profondo del suo essere. Questo lo turbava e spesso lo infastidiva: a volte si
chiedeva se Alessandro non stesse in qualche modo consumando sé stesso e se un
giorno quel fuoco l’avrebbe distrutto, lasciando di lui solo le ceneri.
La schiena gli faceva male contro il vecchio legno, ma non voleva muoversi, non
voleva svegliarlo, così rimase immobile, con la mano posata sui capelli biondi
del ragazzo e gli occhi chiusi mentre lo Zefiro serale gli accarezzava la
fronte.
Dopo qualche istante anche Efestione sentì le dita lievi del sonno che lo
toccavano e si lasciò scivolare in un oblìo bianco e silenzioso.
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