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il tocco del fuoco
Capitolo 4.
Cassandro non riusciva a dormire.
Si girava e rigirava nudo nel suo letto incapace di chiudere occhio, così
accaldato da avere la sensazione di soffocare.
La stanza era immersa nell’oscurità e non un filo d’aria sembrava attraversarla.
Gettò di lato le coperte e si alzò con un grugnito, raggiungendo la finestra da
cui poteva scorgere uno stralcio del bosco scuro e silenzioso al di là del
prato.
Si passò una mano tra i capelli resi appiccicosi dal sudore, esasperato.
Quanto odiava quel caldo.
E quanto odiava quel posto, così isolato che gli pareva di trovarsi in mezzo al
nulla.
Si voltò e osservò il letto vuoto e disordinato accanto al suo; Filota, il suo
compagno di stanza, aveva pensato bene di uscire quella notte, probabilmente per
andare a fottersi qualche puttana di Beroia in compagnia di uno o più dei suoi
amichetti.
Chissà cosa ne avrebbe pensato suo padre, il grande generale Parmenione - nonché
braccio destro del re - se avesse saputo che suo figlio se la faceva con quella
feccia.
Le labbra gli si allungarono in un sorriso crudele; magari ne sarebbe stato
persino contento.
Ad ogni modo - rifletté - Filota poteva rimanersene in giro fino all’indomani
per quanto lo riguardava; forse era la volta buona che sarebbe riuscito a
dormire, se il caldo non l’ammazzava prima: quell’idiota russava come un toro in
calore.
La stanza era piccola e spoglia e puzzava di cavallo.
Ancora una volta si maledì per aver dato retta a suo padre ed essersi fatto
convincere a venire in quel posto disgustoso.
Pensare che lui stesso aveva insistito…doveva essere stato completamente pazzo.
Uno del suo rango; a quest’ora poteva essere nella sua casa di Pella a farsi
preparare un bagno da qualche servo, o meglio, nella fresca residenza di
famiglia, in campagna, sulle colline attorno al fiume Axos, a festeggiare e bere
vino dopo una giornata di caccia.
Antipatro, suo padre, era - assieme a Parmenione - l’uomo più importante di
Macedonia dopo lo stesso Re; generale e diplomatico, godeva della massima
fiducia da parte di Filippo, che gli aveva persino lasciato la reggenza dello
stato in più di un’occasione, le volte in cui la guerra l’aveva costretto ad
assentarsi per lungo tempo.
Quando si era prospettato di far accompagnare il principe Alessandro a Mieza,
suo padre, com’era ovvio, aveva avanzato il suo nome al Re; che lui andasse a
Mieza era fuori questione, tutti i figli dei nobili e dei generali più
altolocati di Macedonia avrebbero scortato il principe alla scuola di Aristotele
per completare la loro educazione e lui non sarebbe certo stato da meno.
Aveva persino insistito, seppure controvoglia, e a voler ben vedere c’era
dell’ironia tragica in tutto questo: non si era mai pentito tanto amaramente di
qualcosa in vita sua.
Imprecò a bassa voce.
Il caldo era davvero insopportabile; se fosse rimasto ancora un momento in
quella stanzetta angusta, il suo letto avrebbe certamente finito per diventare
anche la sua tomba.
Si infilò un chitone di lino leggero e uscì all’aria aperta; la brezza notturna
diede immediato sollievo alla sua pelle accaldata e Cassandro emise un sospiro
di piacere.
Si avviò a passo veloce verso il retro della lunga e bassa costruzione del
dormitorio, raggiungendo una grossa cisterna di pietra dove veniva raccolta
l’acqua piovana.
Si sedette sul bordo della vasca e tuffò la testa nell’acqua, poi la scosse
vigorosamente e si allungò all’indietro, lasciando che le gocce gli scendessero
giù dai riccioli castani lungo il collo e le spalle.
La notte era umida e pesante attorno a lui, il suono dei grilli e il fruscio
delle piante non gli erano mai sembrati tanto desolanti.
Non riusciva ad ammettere a sé stesso di sentirsi così male; di sentirsi
così…solo.
All’inizio non ci aveva fatto molto caso, non aveva notato come tutti gli altri
suoi compagni formassero ogni giorno di più un gruppo compatto e affiatato,
mentre lui ne veniva lasciato fuori, in disparte, come un animale fastidioso;
non ci aveva fatto caso perché la cosa non gli era mai importata, ma alla fine
non aveva più potuto ignorarlo.
No, non aveva decisamente più potuto ignorarlo.
Sbatté gli occhi con forza; credeva di sapere di chi fosse la colpa.
Alessandro.
Sembravano tutti gravitargli attorno e pendere dalle labbra di quel ragazzino
arrogante e indisponente; ma che cosa ci trovavano poi, in lui?
Possibile che nessuno si accorgesse che era solo un moccioso vanitoso e
infantile che cercava di atteggiarsi da adulto?
Qualcuno avrebbe dovuto insegnargli a stare al suo posto, era sicuro che se non
fosse stato il figlio del re non avrebbe ricevuto la metà delle continue
attenzioni che sembravano costantemente circondarlo.
Fece una smorfia di disgusto e sputò nell’erba.
L’antipatia che provava per Alessandro era stata reciproca e immediata, non
riusciva nemmeno a ricordare com’era iniziata, se c’era stato un inizio.
Antipatro l’aveva portato a palazzo molte volte e, nonostante lui fosse di
qualche anno più grande del principe, quest’ultimo l’aveva sempre guardato
dall’alto in basso, con un’aria di superiorità che Cassandro gli avrebbe
volentieri cancellato dalla faccia a suon di pugni.
Non erano mai andati d’accordo, anche quando lui e quel grosso cinghiale di
Tolomeo erano stati gli unici ragazzi a frequentare regolarmente il palazzo
reale di Pella.
La rivalità era stata immediata, Cassandro credeva da ambo le parti,
riuscendogli difficile riconoscere che Alessandro non l’avesse preso neanche
lontanamente in considerazione per un momento.
Non c’erano state liti aperte e questo rendeva il tutto ancora più
insopportabile.
Gli costava enormemente ammettere che era venuto a Mieza persino armato delle
più buone intenzioni; forse, in cuor suo, aveva veramente desiderato provare a
fare amicizia con lui, anche solo per compiacere suo padre che sembrava avere
molto a cuore il suo futuro alla corte del principe; forse, semplicemente, non
voleva più sentirsi solo.
Al contrario, le cose erano addirittura peggiorate: la sua antipatia si era
trasformata in odio, e in aperto disprezzo, da parte di Alessandro.
Lo sciame di leccapiedi che gli ronzava attorno non aveva ovviamente tardato ad
assumere lo stesso atteggiamento nei suoi confronti, non c’era da stupirsi di
questo; solo Filota sembrava, a volte, condividere la sua opinione, ma era
troppo occupato a cercare di farsi amico questo o quello, perché potesse esserne
sicuro…
Ad ogni modo, Filota era l’unico ad essergli in qualche modo sopportabile, lì.
C’era, invero, qualcun altro che odiava tanto quanto Alessandro, sebbene
all’inizio gli fosse sembrato impossibile: quell’intrigante cazzone ateniese,
che Alessandro si portava appresso come un cane fedele e scodinzolante, e che
sembrava adorare con tutto il cuore.
Un ateniese che cercava di fare il macedone, lui con quella sua parlata
indisponente e quel detestabile modo di fare che sembrava intendere: “sono
superiore a tutti voi!”
Avrebbe scambiato volentieri due paroline lui con Efestione, se solo non avesse
avuto la fortuna di essere l’amichetto del cuore di Alessandro.
Si ricordava bene le risatine, le parole dietro le spalle, i dispetti…
Oh, Alessandro no, e nemmeno Efestione.
Certo, i due signorini erano troppo superiori a queste cose, ma c’era stata una
mattina in cui si era svegliato di soprassalto, in un letto pieno di rane
viscide e rivoltanti, ed era sicuro che lui non ne fosse stato all’oscuro, non
poteva non sapere che i suoi odiosissimi amici si divertivano a tormentarlo in
questo modo.
Efestione non gli aveva mai rivolto la parola sgarbatamente, né preso in giro,
ma era sicuro che lo disprezzasse, e la sua distaccata freddezza da greco
borioso gli riusciva ancora più intollerabile.
Un nodo rovente gli si formò nelle viscere, minacciando per un attimo di
soffocarlo.
Li odiava.
In cuor suo, nei desideri che nemmeno si nominano, sapeva perché, sebbene nelle
lunghe, interminabili ore di veglia questo fosse solo un pensiero informe che si
rifletteva appena sullo specchio scuro della sua coscienza; li odiava perché
insieme erano come avvolti da un bozzolo dorato che sembrava catturare i raggi
del sole; li odiava perché insieme sembrava che niente potesse scalfirli.
Li odiava perché insieme erano invulnerabili.
Chiuse gli occhi, vedendo per un istante il mondo vacillare, e pensò alla sua
casa.
No, non a suo padre, poco più che un’ estraneo severo e dalla cinghiata facile,
e neppure a sua madre, una presenza quasi di contorno, fragile, immateriale fin
dai primi anni di vita.
Non pensò neanche ai suoi numerosi fratelli e sorelle, così chiassosi e
invadenti che erano stati più un fastidio che una gioia per lui.
Tutti, eccetto uno.
Nikànor, il più piccolo di casa, che lo amava teneramente.
Nikànor, che a sette anni già voleva cavalcare come un uomo e gli aveva chiesto
di insegnargli a farlo, insieme al modo di lanciare il giavellotto per cacciare
il cinghiale.
Ecco, per Nikànor avrebbe potuto dare la vita.
Era stato a casa pochissimo dalla sua partenza per Mieza e, ogni volta che
tornava, il bambino sembrava diverso, sempre più grande, come avesse deciso di
crescere improvvisamente, tutto insieme, senza aspettarlo.
Come odiava essere lì, in mezzo a quegli idioti repellenti, mentre l’unico
essere che amava e che lo amava ricambiandolo, rischiava di diventare un
estraneo, lontano da lui.
Gli avrebbe insegnato lui ad andare a cavallo, e sarebbe stato lui ad
accompagnarlo a cacciare il suo primo cinghiale che, da consuetudine macedone,
gli avrebbe dato il diritto di sedere alla tavola degli uomini.
Ed ancora, ci sarebbe stato lui con Nikànor, quando avesse ucciso il suo primo
uomo, guadagnando così la cintura per portare la spada, come un vero guerriero.
Il pensiero gli diede ancora una volta una fitta.
Alessandro si era conquistato la sua cintura a quattordici anni, lui solo l’anno
scorso, a diciotto. Perché il pensiero doveva sempre tornare a quel maledetto
ragazzino?
Ma non poté evitarlo, nemmeno questa volta, e il ricordo lo riassalì con forza,
portando con sé la consueta scia di sensazioni: rabbia, vergogna, eccitazione,
dolore.
Era accaduto un anno prima, ed il periodo era pressappoco lo stesso; ricordava
la calura insopportabile, la sensazione di soffocare.
Il Re era impegnato in Tracia, in una campagna-lampo contro una bellicosa tribù
ribelle, ed aveva richiamato il figlio al nord, insieme a molti dei suoi
compagni più grandi, perché assaggiassero finalmente la vita in una campo
militare e potessero mettersi alla prova in una vera battaglia.
Oh, certo, era poco più che una scaramuccia con un gruppo di barbari vestiti di
pelli e tatuati di blu, e tutti loro erano stati educati alle armi e al
combattimento fin da quando erano bambini, ma Cassandro era stato ugualmente
eccitato e spaventato quando i soldati della scorta erano venuti a prenderli per
accompagnarli all’accampamento.
Le loro corazze di bronzo e le lunghe sarisse appuntite brillavano nel sole
estivo mentre attraversavano il corso dello Strimone, dirigendosi a est, verso
le montagne che sovrastano la costa Egea, nel territorio dei Bistoni, dove
Filippo li stava aspettando.
Ricordava il sole a picco e il cielo di un blu abbacinante, il peana dei soldati
e il frastuono degli zoccoli dei cavalli che accompagnavano la loro marcia,
risuonando tra le rocce nude e scandendo il passo; ogni particolare era impresso
indelebile, marchiato a fuoco nella sua memoria.
C’erano stati tutti: Tolomeo, Filota, Nearco, Cratero, Perdicca e, ovviamente,
Efestione e…Alessandro.
Marciava a capo della fila su quel suo demonio di cavallo, i capelli come una
colata d’oro e sembrava che si fosse sempre trovato lì, che ci fosse nato,
invece di essere uno stupido quattordicenne che ancora puzzava di latte.
Filota gli aveva detto che aveva praticamente passato l’infanzia con i soldati;
chi si credeva di essere?
Poi, era arrivata la battaglia.
Solo una cosa si ricordava della battaglia - vivida, incancellabile come le
striate di sangue sul corpo e tra i capelli, in bocca, ovunque, quando tutto il
resto era ormai solo un frastuono indistinto di grida umane e nitriti di
cavallo, clangore di spade e bagliori di lame: Alessandro, che irrompeva nella
cittadella come una scia di fuoco, senza tirarsi indietro, incosciente tra i
primi della linea, mentre lui arrancava a fatica nelle retrovie, ansimante,
coperto di fango e sangue secco, la bocca piena di un rivoltante sapore
metallico.
Efestione era stato sempre accanto a lui, alto ed eretto sul suo cavallo, non
gli aveva lasciato il fianco scoperto neppure per un attimo.
Poi tutto era finito.
Li rivedeva ancora, fianco a fianco come i Dioscuri davanti all’altare, quando
erano stati offerti sacrifici ad Eracle per la vittoria ed il fumo
dell’olocausto saliva in alto, denso e rovente, verso il cielo azzurro.
Era stata una sua impressione, o c’era davvero quella sfumatura rossa tra le
nuvole?
Il viso di Alessandro era incrostato di sangue; sangue nei capelli, sangue sulle
spalle, sul torso, sangue dappertutto, come un animale scannato, eppure sembrava
come coperto d’oro, lucido, splendente.
Gli aveva visto tranciare la testa di un uomo con un colpo di spada,
l’espressione serena e concentrata, lui che in battaglia combatteva con una
smorfia contratta sul viso.
Oh, il re e Parmenione - persino suo padre Antipatro! - l’avevano sgridato,
dopo, per la sua incoscienza, ma si vedeva che ne erano orgogliosi.
Parmenione, che era quanto di più simile a un Dio per lui, Parmenione l’aveva
guardato con ammirazione e affetto, mettendogli una mano sulla testa, come un
padre.
Persino i più anziani soldati macedoni, uomini duri come la pietra, uomini che
non si impressionavano più di nulla ormai, erano rimasti colpiti e si
complimentavano con lui, chiamandolo Nee Kyrie. Il giovane signore. Tra questi
anche le truppe di Antipatro, di suo padre!
In quel momento gli aveva augurato la morte, aveva sperato che fosse finito
squartato da una lancia nella battaglia appena finita.
Emerse dalla sua visione con un brivido, mentre i contorni oleosi del fuoco e le
sagome di quel giorno lontano sfumavano lentamente, come il fumo del sacrificio,
lasciando il posto alla notte che adesso lo avvolgeva come una coltre viscida.
Si alzò adagio dal bordo della cisterna e si sgranchì le gambe.
Avrebbe fatto due passi, forse si sarebbe sentito un po’ meglio, dopo.
.Girò l’angolo e udì uno scoppio di risate improvvise; ormai gli occhi si erano
abituati all’oscurità e vide due figure in piedi, vicine, nello spazio chiuso
del giardino; da non crederci, quell’idiota di Tolomeo che se la rideva
beatamente con l’ateniese, come se fossero i più grandi amici!
Efestione salutò Tolomeo con un cenno della mano e si avviò nella sua direzione.
Bene. Il pollo veniva giusto da quella parte, era proprio quello che gli ci
voleva.
Quando Efestione fu abbastanza vicino, Cassandro uscì dall’ombra e si piantò
esattamente davanti a lui, un’espressione di scherno sulla faccia.
Il giovane alzò un sopracciglio e fece per passargli a fianco, ma Cassandro lo
fermò, prendendolo per un braccio.
“…Stavamo cominciando tutti a preoccuparci sai? Siete tornati, finalmente, dalla
passeggiatina al chiaro di luna?”
Efestione strinse gli occhi e liberò il braccio con uno strattone.
“…E buonasera anche a te, Cassandro…”
Il ragazzo serrò le labbra in una striscia sottile e violacea, poi sorrise
beffardo.
“…Non stai adempiendo molto bene ai tuoi doveri di cane da guardia, mi sembra
ultimamente, ragazzo d’Atene…Se continui così il tuo padroncino potrebbe finire
per essere sculacciato! Pensa un po’ che tragedia!”
Efestione si accomodò meglio nella sua posizione, portando le mani alla cintura.
“…Sai, a volte mi chiedo, Cassandro…Quando parli ti rendi conto di quello che
dici o, semplicemente, blateri a vanvera perché ti piace sentire il raglio della
tua voce?”
Cassando strinse i pugni. Si fronteggiarono per qualche istante occhi negli
occhi, senza che nessuno dicesse una parola.
Cassandro era alto, ma Efestione lo superava di una buona spanna.
Il suo viso non tradiva alcuna emozione, si limitava a guardarlo tranquillo
dall’alto della sua statura; Cassandro avrebbe voluto cancellargli quella sua
odiosa espressione dalla faccia, prenderlo a schiaffi fin quando non gli avesse
mostrato un po’ di rispetto.
“…Bene…E’ stata una bella conversazione Cassandro e ti ringrazio; adesso però,
se non ti dispiace, avrei altro da fa…”
Cassandro lo prese per il collo della tunica, fulmineo, tirandolo verso di sé,
finché il suo viso non fu quasi a contatto con quello di Efestione.
“Ascoltami bene, figlio di troia di un ateniese!” ringhiò “credi di poter venire
qui a sbattermi in faccia quella tua aria da arrogante presuntuoso e non pagare
conseguenze per questo? Lo credi veramente?!”
Efestione mise una mano sulla sua e strinse, finché le nocche non gli
diventarono bianche; Cassandro socchiuse gli occhi per il dolore. Efestione
aveva una stretta forte.
“Non mi interessa discutere con te Cassandro, né di questo, né di altro del
resto. Se sei a caccia di un diversivo per passare una serata noiosa, lo stai
cercando con la persona sbagliata, ti avverto.”
Poi lo spinse via con un gesto deciso e Cassandro vacillò, facendo un passo
indietro per mantenere l’equilibrio.
“Oh no. No. Tu invece dovrai ascoltarmi, ateniese! E’ ora che qualcuno ti
insegni qual’è il tuo posto qui! E’ giunto il momento di fare un bel discorsetto,
da uomo a uomo, sempre che tu non decida di andare a chiamare il tuo padroncino
perché ti venga a difendere, si intende!”
Efestione fece un passo avanti allungando un braccio per afferrarlo, quando una
voce irruppe improvvisa nell’aria ferma:
“Chi è che dovrebbe andare a chiamare, Cassandro?”
Si voltarono entrambi, ed Alessandro era lì in piedi, a gambe divaricate, con
uno sguardo scuro tra le sopracciglia corrugate.
Efestione conosceva quello sguardo, lo conosceva bene. Significava guai.
Cassandro si liberò dalla stretta ferrea di Efestione e si eresse in tutta la
sua statura, ma evitò di guardarlo negli occhi.
“…Oh, nessuno in particolare…Io ed Efestione, qui, stavamo solo avendo un
piccolo…scambio di opinioni…niente di più!”
Efestione lo guardò con disgusto, mentre Alessandro si faceva avanti, mettendosi
tra di loro.
Poi, fulmineo come un felino, afferrò Cassandro per i capelli e lo sbattè con
forza contro il muro, abbassandogli la testa così che potesse guardarlo dritto
nelle iridi grigie.
Quello che Cassandro vide non gli piacque, non gli piacque per niente. Le forze
sembrarono abbandonarlo in un istante.
“Bene, Cassandro…Allora accetterai anche questo…piccolo scambio di opinioni con
me, dico bene?”
Lo lasciò, rapido così come l’aveva ghermito e per poco Cassandro non finì lungo
e disteso per terra.
“…E’ sempre interessante discutere con te, non c’è che dire. Adesso, però, se
vuoi scusarci…”
I due ragazzi si allontanarono, lasciandolo lì da solo, appoggiato contro il
muro gelido, un tremito involontario che gli saliva dalle viscere.
Cercò di scacciarlo, ma non ci riuscì.
Li osservò camminare, senza che nessuno dei due si voltasse neanche per un
attimo a guardarlo, anche solo per maledirlo, inveire contro di lui e una volta
di più augurò loro la morte.
“…Devi essere sempre così impulsivo, Efestione? Ti ho visto, se non fossi
arrivato io avresti finito per farci a pugni, e dopo come avresti spiegato ad
Aristotele le sue ossa rotte?!”
Efestione lo guardò di sbieco, facendo una smorfia.
“…Detto da te suona quasi come un complimento, visto il modo in cui gli hai
sbattuto la testa contro quel muro. E comunque non vedo cosa ci sarebbe stato di
male; Cassandro sta cercando di provocarmi in tutti i modi possibili e
immaginabili, da lungo tempo ormai! Gli avrei dato solo quello che voleva, nulla
di più!”
Stavano camminando fianco a fianco lungo il muro del dormitorio, diretti verso
l’edificio principale, dove si trovavano le cucine.
“Questo è fuori dubbio e almeno dopo, con qualche dente rotto, la pianterebbe di
andarsene in giro come un gallo altezzoso; ma non ne vale la pena, non voglio
che tu ti metta a fare a botte con quell’idiota!”
Efestione fece un sospiro rassegnato.
“Credimi philè, il peggior nemico di Cassando è lui stesso. Lascialo pure
avvelenarsi nella sua miseria, è completamente innocuo."
Efestione scosse il viso, prendendolo per una spalla.
“Io invece non penso che sia così innocuo come credi e tu non sei mai stato
bravo a giudicare le persone. E’ questo che mi preoccupa. Non mi piace,
Alessandro, non mi piace il modo in cui ti guarda: con disprezzo, con odio e
nello stesso tempo con un desiderio insano, come si guarderebbe qualcosa che si
invidia tanto da volerla distrutta; no…non ho mai pensato neanche per un attimo
che fosse innocuo…”
Alessandro fece un sorriso e scosse le spalle in un gesto sbrigativo.
“Come al solito devi esagerare…Che Cassandro sia invidioso questo è lampante, ma
gli passerà, vedrai…E se non dovesse passargli, non vedo proprio perché dargli
importanza…Sbrighiamoci adesso, se vogliamo trovare ancora qualcosa da
mangiare!”
Si avviò veloce verso l’ingresso dell’ imponente costruzione di pietra, poi si
voltò verso Efestione, che era invece rimasto fermo dov’era.
“Ti vuoi muovere, sì o no?!”
Efestione scosse il viso e lo seguì all’interno del corridoio, rischiarato
fiocamente dalle lampade di bronzo traforato appese alle pareti; i loro passi
risuonavano come colpi nello spazio silenzioso, l’odore acre e familiare
dell’olio che bruciava sembrava spandersi dappertutto.
Raggiunsero il grande arco d’ingresso della cucina e la trovarono completamente
deserta.
Il vasto locale era stipato di vasi, paioli di rame, stufe e bracieri e un
profumo variegato di spezie ed erbe aleggiava nell’aria.
“…Menmet dev’essere già andato a letto, meglio così…Prendiamoci qualcosa da
mangiare e filiamo; sto morendo di fame!”
Efestione annuì e si diressero verso uno scaffale ricolmo di piccoli vasi
coperti da teli di lino; riempirono una oìnochoe con del vino e misero dell’uva
passa, fichi e una focaccia di farina d’orzo su un vassoio, poi si avviarono
veloci verso l’uscita, in direzione del dormitorio.
Arrivati nella stanza che condividevano, Alessandro accese la piccola lampada ad
olio che teneva sul ripiano accanto alla finestra, ed Efestione sedette sul suo
letto, appoggiando il vassoio e la brocca accanto a sé.
Il locale era piccolo e afoso, perché durante il giorno era esposto ai raggi del
sole; i loro letti si trovavano proprio sotto la finestra, mentre in un angolo
c’erano le due cassapanche che contenevano i loro vestiti e un tavolino di legno
con i dittici di cera e gli stilo per la scrittura.
Di lì a poco, un tenue chiarore illuminò le pareti della stanzetta, ed
Alessandro appoggiò la lampada vicino al letto, sedendosi accanto ad Efestione.
Il ragazzo gli sorrise dolcemente e gli porse un pezzo di focaccia, assieme ad
una manciata d’uva.
Mangiarono in silenzio, condividendo lo stesso piatto, come facevano sempre, poi
Efestione prese uno dei kylix che si trovavano sul comodino e versò un po’ di
vino nella coppa, portandosela alle labbra.
Alessandro lo osservava attentamente, concentrato e silenzioso; assaporare il
vino era un gesto che avevano condiviso molte volte, quasi un rituale segreto,
tra loro e loro soli.
Il vino era vita, il vino era l’anima del Dio, il vino rappresentava la
chiarezza della visione, la passione dei desideri che danno fuoco all’anima di
un uomo.
Il vino significava essere uomini.
Quando Efestione ebbe finito di bere e gli porse la coppa, lui gliela prese
dalle mani e la fece ruotare, accostando le labbra al punto esatto in cui aveva
bevuto il ragazzo.
Era stato un gesto non del tutto casuale, ma ingenuo nella sua immediatezza ed
Efestione si ritrovò a fissare la sua bocca appoggiata all’orlo del recipiente,
sentendosi improvvisamente a corto di parole: Alessandro aveva una sua
sensualità selvatica, spontanea e al contempo assolutamente inconsapevole, e
questo riusciva a confonderlo del tutto.
Incapace di trattenersi, allungò una mano e fece scorrere tra le dita una ciocca
dorata dei suoi capelli, lentamente.
Alessandro sbatté gli occhi una volta, poi appoggiò la coppa accanto a sé,
fissandolo in silenzio.
Efestione teneva ancora dell’uva in una mano ed Alessandro gliela sollevò,
portandosela alla bocca e cominciando a mangiare i pochi chicchi che erano
rimasti; quando ebbe finito staccò le labbra per un istante, guardando l’altro
ragazzo con un’espressione indecifrabile, poi si mise le sue dita in bocca e
cominciò a succhiarle forte, una a una.
Efestione sussultò e si sentì girare la testa, incapace di staccare gli occhi da
Alessandro che gli leccava la mano con una lentezza dolorosa ed esasperante;
senza neanche rendersi conto di quello che faceva lo spinse sul letto, con
forza, adagiandosi sopra di lui con tutto il suo peso e mandando in frantumi la
coppa, che finì a terra con uno schianto.
Nella foga del gesto sentì il chitone di Alessandro strapparsi su una spalla, e
rimasero a fissarsi, senza staccare gli occhi l’uno dall’altro, le mani di
Efestione saldamente ancorate ai polsi di Alessandro che non si mosse,
limitandosi a guardarlo con uno sguardo fiducioso.
Ecco - rifletté Efestione - questo era ciò che lo confondeva di più. Alessandro,
sempre così fulmineo in ogni suo movimento, rapido ed elusivo come un gatto
selvatico, era con lui - e lui solo - docile e arrendevole; sapeva che non
avrebbe mai potuto tenerlo così se non avesse voluto, e la cosa lo inorgogliva e
lo turbava al tempo stesso.
Niente avrebbe mai potuto essere più immenso di questa fiducia, né più prezioso
di questa resa, questo abbandono segreto che nessuno vedeva, nessuno poteva
conoscere.
Le parole gli uscirono a fatica, rauche, come richiamate dal profondo di sé; non
era certo di avere parlato fin quando non sentì la sua stessa voce, lontana,
ovattata.
“…Perché…mi permetti di farti…questo?”
Alessandro incurvò le labbra in un sorriso sottile, gli occhi improvvisamente
giocosi.
“…Perché mi piace vedere quello sguardo nei tuoi occhi…Quello sguardo…lo conosco
solo io…”
Poi lo afferrò per le braccia, artigliandolo, rapido come la zampata di un leone
e con le labbra che quasi toccavano le sue, bisbigliò: “Non voglio che tu guardi
nessun altro al mondo con quello sguardo! Ti uccido se lo fai. Preferisco
saperti morto, che pensare di venire secondo nella tua vita!”
Efestione si liberò dalla sua stretta e gli sorrise, attirandolo ancora più a
sé.
“Sai che è impossibile. Non c’è nulla a questo mondo che mi sia più caro di
te…Nulla.”
Alessandro gli si aggrappò con forza quasi disperata, la pelle rovente, come se
stesse bruciando.
“Phai…Mio Phai…” era la sola cosa che fosse capace di ripetere, ancora e ancora,
mentre Efestione lo baciava sulla bocca, sulle spalle, sui muscoli delle braccia
e del petto, senza sosta.
Trovò con le labbra una piccola cicatrice, non l’unica, sul braccio di
Alessandro e la leccò, la mente ormai completamente annebbiata dal desiderio,
mentre i loro chitoni scivolavano via, andandosi ad unire ai cocci della coppa,
dimenticati, sul pavimento.
Quando lo prese, con un’unica spinta possente, sentì un ansito sfuggire dalle
labbra del ragazzo, il suo respiro spezzato e veloce, Alessandro che non
emetteva mai un lamento, nemmeno quando veniva ferito, e rimase immobile dentro
di lui, per un attimo.
“…Non…fermarti…ora…”
Fu solo un bisbiglio contro il suo orecchio, mentre Alessandro gli afferrava i
capelli e gli scavava con le dita la pelle della schiena; ne avrebbe portato i
graffi addosso per giorni, ma in quel momento non importava, non gli sarebbe
importato nemmeno se l’avesse fatto a pezzi con le sue stesse mani.
Alessandro aveva tenuto per tutto il tempo gli occhi chiusi, ma in quell’istante
li riaprì, due pozzi grigi sovrastati da sopracciglia arcuate come ali, ed
Efestione affogò ancora una volta in quelle profondità roventi, in quella
fiducia totale e nel fuoco che la avviluppava come una follia invocata dagli
Dei.
Nella miriade di pensieri sconnessi che gli affollavano la mente, uno più di
tutti sembrò tornare in superficie, sfocato e imperioso come una voce sentita in
sogno: una volta lui ed Alessandro avevano trovato un libro tra le carte di
Aristotele, un libro scritto dal suo vecchio maestro, un filosofo ateniese
chiamato Platone.
L’avevano letto di nascosto, incantati ed anche un po’ colpevoli, perché Platone
parlava dell’amore in quel libro, parlava degli amanti e del loro desiderio,
della loro brama di fondersi l’uno con l’altro, come in una stessa colata
incandescente, per non essere mai staccati, mai rimossi, notte e giorno.
In particolare ricordava un unico, singolo passaggio e di come il Dio Efesto,
trovatosi dinanzi agli amanti, avesse loro chiesto che cosa desiderassero di
più, se non forse quella fusione, quella comunione senza ritorno, al che
entrambi avevano risposto: “…ecco, proprio questa è la mia febbre, da sempre,
confondermi, liquefarmi col mio amore, farmi uno da quei due che siamo…"
Ed era tutto racchiuso lì, pensò confusamente Efestione mentre affondava nel suo
amato, senza tregua, senza iato, era tutto custodito lì, in quel suo desiderio
convulso di diventare un tutt’uno con lui, conficcarglisi nella carne come un
marchio rovente, l’identico marchio che Alessandro gli aveva impresso addosso,
con il suo stesso fuoco.
Alla fine giacquero a lungo, in silenzio, l’uno accanto all’altro, mentre il
sudore si asciugava lentamente sulla loro pelle e i loro respiri tornavano
lievi, normali.
Quando Efestione voltò la testa, vide che Alessandro era addormentato, i
lineamenti distesi e rilassati come gli accadeva sempre, dopo l’amore.
Era, questa, una delle poche cose che lo facevano cadere in un sonno profondo e,
forse, senza sogni.
Gli scostò una ciocca di capelli che gli copriva il viso, nel gesto familiare, e
rimase seduto, immobile a fissare il lembo di cielo scuro che si intravedeva
dalla finestra, simile a un drappo adornato di pietre lucenti.
La notte era umida e profumata e nella stanza l’odore acre del sesso si
mischiava a quello degli Oleandri che crescevano nei prati; sulle labbra poteva
ancora sentire il sapore del sudore di Alessandro che era salato e leggero come
l’acqua di mare.
Si rese conto con stupore, che una strana vertigine di ansia e stordimento gli
si stava facendo strada dentro, quasi violentemente.
Osservò di nuovo il viso di Alessandro immerso nel riposo e sentì ancora quella
morsa di inquietudine annodargli le viscere in un groviglio doloroso.
A volte si chiedeva se non fosse troppo quello che Alessandro gli stava dando,
se tutta quella fiducia, tutto quell’amore, un giorno Alessandro stesso non li
avrebbe pagati e ad un prezzo troppo alto.
Scosse il viso per scacciare il pensiero.
Lui non l’avrebbe mai tradito, non avrebbe mai permesso che quei doni
inestimabili andassero perduti, né che Alessandro dovesse pagare per questo,
mai, non finché avrebbe avuto vita.
E allora perché, perché doveva sentirsi così in ansia, quando tutto ciò che
voleva, tutto ciò che aveva mai voluto giaceva sereno, al sicuro, accanto a lui?
Rimase sveglio a lungo, incapace di placare i pensieri che correvano veloci,
come prede inermi spaventate da un latrare lontano, per poi cadere in uno stato
di nervoso dormiveglia, ma non si rese conto di essersi addormentato fin quando
non sentì i singhiozzi e i gemiti di Alessandro che lo riportarono bruscamente
alla realtà.
Si voltò verso di lui col cuore in gola, ed Alessandro era ancora addormentato,
sì, ma piangeva nel sonno, si lamentava come se lo stessero straziando, mentre
con le mani annaspava nell’aria, la ghermiva nella vana ricerca di afferrare
qualcosa che non trovava.
Lo scosse più volte, chiamandolo per nome, angosciato, finché Alessandro non
aprì gli occhi di scatto, fissandoli nei suoi - occhi vuoti, perduti, posseduti.
Poi lo riconobbe e tutta la vita sembrò rifluire in lui, assieme al rossore
sulle sue guance ceree e al calore nel corpo, reso gelido dal sudore.
Gli sorrise titubante, ancora del tutto sperduto, ed Efestione lo prese tra le
braccia, in silenzio, facendogli appoggiare la testa sulla sua spalla.
All’inizio Alessandro oppose resistenza, rigido, tremante, poi si abbandonò
all’abbraccio, circondando con le braccia la vita dell’amico, come per cercare
un calore che sembrava essere scomparso improvvisamente da lui.
“…Ho fatto un incubo, Phai…”
“…Lo so…Ma è finito; è passata…Lo sai vero?”
Alessandro si scostò un poco e alzò gli occhi, ancora offuscati da un’eco di
quel vuoto folle, senza ritorno.
“…No, non lo so…”
Scosse il viso, nello sforzo di ricordare, poi strinse le mani a pugno in una
presa d’acciaio sulle braccia di Efestione, come cercasse di mantenere il
contatto con la realtà aggrappandosi a qualcosa.
“…Sogno sempre la stessa cosa…Ogni notte, ogni volta che chiudo gli occhi. Sogno
di essere in uno spazio vuoto, completamente vuoto e sconosciuto, ma non ho
paura, fin quando non comincio a sentire le fiamme che salgono attorno a me come
una parete di lava e iniziano a consumarmi, a liquefarmi come fossi nient’altro
che un cadavere abbandonato, dimenticato su di una pira funebre…
Grido, ma nessuno mi sente, e le fiamme sono tutte intorno nell’incendio di quel
vuoto pazzesco, sono attorno a me, ma nascono in me, nascono dentro di me e mi
mangiano, mi scavano, mi consumano finché non ne rimane più nulla, nemmeno le
ossa, nemmeno le ceneri…”
Scuoteva il viso da una parte all’altra, le pupille dilatate, facendosi sbattere
i capelli sulle guance ed Efestione glielo prese tra le mani, costringendolo a
fermarsi.
“Adesso ascolta: era un sogno Alessandro…Niente di questo è reale, lo capisci
vero? Solo un sogno, portato da Hermes per ricordarci che siamo mortali, ma
nulla più di
questo…nulla di più…”
Alessandro si morse il labbro, talmente forte da farselo sanguinare, poi fissò
di nuovo Efestione, mentre un rivolo di sangue gli scorreva sul mento, una
piccola striatura rossa, viva come un rubino.
Efestione allungò la mano per asciugarla, ma Alessandro lo bloccò con uno
scatto.
“…Vuoi sapere qual’è la cosa peggiore, la cosa più orribile di quel sogno?” si
interruppe un istante, ma quando si accorse che Efestione stava per parlare,
riprese con foga.
“Non sono le fiamme, e nemmeno il calore che mi scava le ossa…Oh no…E’ il fatto
che mentre brucio, mentre mi consumo, io…sono solo…Non c’è nessuno lì, nessuno
mi sente, anche se grido fino a farmi scoppiare i polmoni!”
Alzò la voce tutto d’un tratto, afferrandosi all’amico con energia
incontrollata.
“…Io chiamo il tuo nome, Efestione, lo grido con tutta la voce che ho in corpo,
ma tu non ci sei, o forse non mi senti…Ti chiamo, ma tu non arrivi, non ci
sei…non ci sei!!”
La voce era ormai un grido e le mani erano serrate a pugno; si potevano già
vedere le unghie scavare mezzelune vermiglie nella carne tenera dei suoi palmi.
Efestione glieli prese fra le mani e lentamente, con dolcezza, gli fece
rilasciare la stretta, per poi intrecciare le dita con le sue, in modo che non
potesse più farsi del male.
“…Ma tu non sei solo…E io sono qui…Se tu dovessi mai chiamarmi, non avresti
bisogno di farti scoppiare i polmoni, perché io sarei lì, a non più di due passi
da te…Ti basterebbe alzare gli occhi come stai facendo ora, per vedermi…Non puoi
non saperlo…Non è così?”
Alessandro abbassò di colpo le spalle con un sospiro, come se tutta la tensione
l’avesse abbandonato di colpo, in un unico istante.
Si appoggiò ad Efestione e lasciò che l’amico l’abbracciasse, in una stretta
calda, rassicurante.
“Forse sì…Ci sei, questo è vero, posso vederti…Ma che farei se un giorno dovessi
svegliarmi e tu non rispondessi più al mio richiamo, Phai? Che farei se dovessi
svegliarmi e tu…non ci fossi più?”
“…Ci sarò…”
Alessandro rimase in silenzio, mentre Efestione lo accarezzava, sussurrava e lo
cullava come un bambino e la tensione sembrava scivolare via, come un mantello
pesante tolto alla fine della giornata.
“... Parakaleo se emoi pareinai eis aei, emè Hephaistion...”
Fu solo un sussurro e dopo pochi istanti era nuovamente addormentato, il respiro
finalmente leggero e regolare, ed Efestione lo tenne contro di sé a lungo,
mentre la luna completava la sua salita e le stelle si facevano ancora più
brillanti, nel cielo nero.
Non ci sarebbero più stati sogni fino a domani, ma lui non avrebbe potuto
dormire, ormai.
Chiuse gli occhi, sentendo la notte respirare gravida attorno a lui, assieme a
lui, come una creatura viva.
Doveva diventare forte.
Doveva diventare molto più forte, per proteggerlo dal suo stesso fuoco; non
importava quali segni questo avrebbe lasciato su di sé, fintanto che ciò
servisse a preservarlo, ad evitare che il fuoco lo toccasse.
Il marchio era ormai stato inciso indelebile nelle sue carni, era il suo destino
e la sua stessa maledizione, ma non aveva paura, l’aveva scelto consapevolmente,
ed avrebbe tenuto fede a quel voto, avesse dovuto bruciare vivo per questo.
Pensò ad Orfeo, a come era sceso tra le ombre per ricondurre indietro la sua
Euridice, e pensò a come spesso Alessandro gli dicesse che la realtà gli
appariva talvolta sfocata, immateriale, come dietro a un velo opaco o nascosta
da un’ombra.
Se era così, allora voleva avere il coraggio di Orfeo, l’avrebbe trovato ovunque
fosse e l’avrebbe riportato indietro, verso il sole.
Lui non si sarebbe voltato, non si sarebbe voltato neanche se tutte le teste
ringhianti di Cerbero e le fiamme più atroci avessero lacerato il suo corpo
mortale.
Nulla avrebbe potuto impedirgli di guidarlo fino alla fine del sentiero e
tenerlo per mano, nella luce del giorno.
Efestione appoggiò il palmo sulla guancia di Alessandro, che era tornata
tiepida, soffice e il ragazzo sospirò nel sonno, impercettibilmente.
Sì – pensò Efestione in un attimo di improvvisa, quasi divina chiarezza - doveva
diventare forte per poterlo condurre con sé, illeso, attraverso il fuoco.
FINE
Note:
1)Nel 324 A.C., nella città di Ecbatana in Asia, dopo una lunghissima campagna
che porterà Alessandro ed il suo esercito a conquistare la gran parte del mondo
conosciuto e ad essere a capo di un impero che si estendeva dai confini della
Grecia fino all’India, Efestione si ammalerà e morirà improvvisamente, in pochi
giorni – poco più che trentenne.
Tutte le fonti storiche sono concordi nel dire che Alessandro fu letteralmente
devastato dal dolore.
Giacque sul corpo dell’amico per quasi tre giorni, fin quando non ne fu tratto
via a forza dai suoi compagni, poi rimase rinchiuso nella sua stanza per più di
una settimana, senza bere né mangiare, incapace di fare nient’altro che piangere
e dormire.
Quando tornò in sé fu per dare il via ad una bizzarra (all’epoca fu creduto
pazzo) forma di compianto: Aveva già dato ordine di impiccare il medico che,
invece di rimanere con Efestione, se n’era andato a vedere i giochi, si tagliò i
capelli (come Achille aveva fatto per Patroclo) e fece fare lo stesso con le
criniere di tutti i cavalli; fece spegnere tutti i fuochi (un privilegio
riservato solo alla la morte del Re e che fu infatti interpretato come cattivo
auspicio) e ricoprire le sette ingioiellate mura di Ecbatana con vernice nera.
Il tempio di Esculapio, patrono della salute, fu fatto radere al suolo, ed egli
stesso si imbarcò in una guerra lampo contro i Cossiani, per offrire i morti in
sacrificio all’ombra dell’ amico, nella sua discesa verso l’Ade.
Ordinò che il reggimento di Efestione portasse il suo nome ad perpetuum e che
tutti gli accordi commerciali fossero firmati in suo nome.
L’azione più folle, ed anche la più disperata, fu l’ invio di un’ ambasciata
diretta all’oracolo dell’oasi di Siwa, nel deserto Libico, dove Alessandro
stesso, anni prima, era stato riconosciuto come figlio di Zeus-Ammon, affinché
anche ad Efestione fosse riconosciuto lo status divino
Questo era molto più di un semplice “riconoscimento” per il morto.
Secondo i greci, solo le anime degli eroi o degli Dei erano ammesse
nell’elysium, mentre ai comuni mortali era riservata un’esistenza “inferiore”,
negli inferi.
In quale modo poteva l’anima deificata del figlio di Zeus-Ammon essere riunita
all’anima mortale di Efestione, figlio d’Amintore, se non riconoscendo anche a
lui uno status superiore?
Ad ogni modo, ad Efestione non fu concessa la divinità, ma fu comunque permesso
che venisse adorato come eroe divino, permettendogli così, l’accesso
all’elysium.
Il funerale si svolse a Babilonia, e la pira funebre che Alessandro fece
costruire fu ricordata come il monumento funebre più colossale dell’antichità,
nel quale spese una somma esorbitante, per l’epoca.
Il suo comportamento, se di ciò egli ne fosse consapevole o meno questo nessuno
può saperlo, divenne sempre più autodistruttivo; beveva spropositatamente, e
continuò a farlo anche quando si ammalò, tre mesi dopo la morte di Efestione,
mentre si trovava ancora a Babilonia.
Rifiutò ostinatamente di essere visto da alcun medico e la malattia lo consumò
in dieci giorni, nonostante anni e anni di campagne al limite dell’immaginabile
avessero dimostrato la tempra d’acciaio di cui era fatto.
Quando morì aveva trentatré anni.
2)Alessandro si lasciò alle spalle un impero immenso e nessun erede. Rossane, la
sua prima moglie, era incinta, ma il bambino non era ancora nato, quando il re
morì.
Se Efestione fosse sopravvissuto ad Alessandro è logico pensare che sarebbe
andata a lui la reggenza e la tutela del piccolo Alessandro IV, fin quando non
fosse stato abbastanza grande per regnare.
Efestione era chiliarca -secondo in comando- di Alessandro, e pochi mesi prima
della sua morte, a Susa, quando si erano tenuti i matrimoni di massa tra i
generali macedoni, e le donne persiane, Alessandro aveva preso in moglie Statira
(la figlia del defunto Re di Persia, Dario), ed aveva dato la sorella Dripeti in
sposa ad Efestione.
In questo modo, aveva detto, essi sarebbero potuti diventare parenti (gesto
ancora più significativo, se si pensa che Efestione non aveva più alcun
consanguineo nell’esercito macedone) e i loro figli avrebbero condiviso lo
stesso sangue e sarebbero stati ugualmente eredi dell’impero, rendendo quindi
ufficiale l’eventuale successione di Efestione alla reggenza, se questo fosse
stato necessario.
Purtroppo non fu così, e alla morte di Alessandro si scatenò una lotta per la
successione e l’egemonia tra i generali che erano rimasti (e che, fin quando
Alessandro era rimasto in vita, erano stati compatti come una roccia): Tolomeo,
Cratero, Perdicca, Seleuco, Antigono ecc… lotta che si protrasse per più di
vent’anni, frammentando l’immenso impero in regni più piccoli ed indebolendolo,
fino a renderlo facile preda della conquista romana che sarebbe avvenuta nei
secoli successivi.
Statira e Dripeti furono richiamate a Babilonia da Rossane prima che potessero
sapere che il re era morto, e furono avvelenate dalla stessa regina (ciò fa
supporre che Statira potesse essere stata incinta del re, al momento
dell’omicidio).
In seguito Rossane rimase sotto la protezione di Perdicca (che prese la
reggenza) e, alla morte di quest’ultimo, rimase in Macedonia col piccolo
Alessandro IV, assieme ad Olimpia, la madre di Alessandro, che era riuscita a
prendere il potere con un atto di forza.
Sia Olimpia che Rossane e, ovviamente, il figlio di Alessandro ancora
tredicenne, furono trucidati da Cassandro, che divenne così, alla fine, re di
Macedonia.
3)Una parola su Cassandro: l’odio reciproco tra lui e Alessandro è ben
documentato; sebbene fosse stato tra i compagni che avevano studiato a Mieza con
lui (nonché figlio di uno degli uomini più fedeli a Filippo e, dopo, ad
Alessandro stesso), fu l’unico che Alessandro non portò con sé in Asia.
Lo rivide solo poco prima della sua morte, quando Cassandro si recò a Babilonia
per portare un’ambasciata di suo padre Antipatro.
L’ odio riesplose feroce come non mai: Cassandro fu sorpreso da Alessandro a
ridere di un vecchio persiano che si prosternava, ed il re gli sbatté la testa
contro il muro, alla presenza di tutti.
Anche dopo molti anni dalla sua morte, e dopo che Cassandro aveva massacrato
tutta la sua famiglia, estinguendo così il suo sangue per sempre, si dice che
non riuscisse a non tremare, davanti ad una statua di Alessandro.
Il personaggio di Nikànor non è inventato.
Cassandro ebbe davvero un fratello che combatté per lui, quando (anni dopo la
morte del re), Olimpia prese il potere in Macedonia e si mise quindi sulla sua
strada.
Senza dubbio Nikànor doveva averlo amato, perché si fece trucidare da Olimpia
per la causa del fratello.
Cassandro ordinò la lapidazione di Olimpia, non appena le ebbe messo le mani
sopra, morte verso la quale la regina andò incontro con stoico coraggio.
4)Tolomeo fu indubbiamente uno dei “Diadochi”(i successori) più potenti; a lui
andò la satrapia dell’Egitto, di cui divenne faraone dopo la morte del principe
Alessandro IV, e sotto di lui (e la sua stirpe, i “Tolemaici” appunto), la
nazione prosperò, ed Alessandria divenne il centro più importante di tutto il
medio oriente antico, ospitando la famosa biblioteca per la quale ancora oggi la
città è famosa.
La linea di Tolomeo si estinse con l’ultima regina, Cleopatra, quando L’Egitto
divenne provincia romana, nel 30 A.C.
5)Una piccola nota, infine, su altri due personaggi menzionati nel
racconto:Parmenione, generale in capo dell’esercito macedone ai tempi di Filippo
e, per un certo periodo, anche in quello di Alessandro, è riconosciuto come uno
dei più grandi geni militari del suo tempo.
La sua fedeltà a Filippo è ben documentata, così come i suoi interventi chiave e
decisivi nella sottomissione delle numerose città greche (nonché della Tracia e
dell’Illyria), che fecero della Macedonia, la potenza del tempo.
Filota, suo figlio, fu uno dei compagni di Alessandro che lo seguirono in Asia,
nonché capo della cavalleria del suo esercito, fin quando, nel 330 A.C. fu
trovato colpevole di una cospirazione contro la vita di Alessandro, sebbene non
sia mai stato provato se ne fosse stato coinvolto in prima persona o se,
avendolo saputo da terzi, avesse omesso di dire al re quello che sapeva,
tacendo.
Filota fu condannato a morte dall’assemblea Macedone e giustiziato, e sebbene la
colpevolezza (o il coinvolgimento) del padre Parmenione non sia mai stata
provata con prove schiaccianti, se ne rese necessaria l’eliminazione.
Parmenione, infatti, era rimasto indietro con una parte del suo esercito e
controllava le linee di rifornimento a ovest, dalle quali dipendeva l’esistenza
stessa dell’esercito di Alessandro.
Colpevole o no, Parmenione avrebbe voluto la sua faida, e aveva dalla sua parte
uomini che gli erano fedelissimi.
La notte stessa in cui Filota morì, tre dromedari partirono diretti a ovest, con
l’ordine di morte per il vecchio generale.
Questo episodio rimane senza dubbio uno dei più oscuri nella vita di Alessandro
(assieme all’uccisione di Clito), e il re stesso ne portò il rimorso per anni,
senza farne mistero; non deve essere difficile pensare che un tempo, Alessandro
doveva aver molto amato Parmenione, forse la figura più simile ad un padre che
egli avesse mai avuto.
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