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leoni
Sono
nato tra le aspre colline di Beozia, in quella terra nera, bruciata dal sole.
Tutti i miei primi ricordi sono legati alla terra: il tepore d'un corpo
d'agnello tenuto tra le braccia, e l'aroma penetrante dell'uva matura, nella
stagione di vendemmia. Ma ancora, e più di tutto, la ruvidezza del suolo umido e
ricco, tra le mie mani di fanciullo.
Mio padre allevava cavalli, ma fin da bambino ho voluto essere un guerriero;
ricordo che rimanevo rapito ad osservare le file ordinate degli opliti che
marciavano per le strade della città di ritorno da una qualche battaglia - le
volte in cui mio padre mi portava a Tebe, per le celebrazioni riservate a
Dioniso.
Per un ragazzo nato e cresciuto in campagna - avvezzo solo alle transumanze
delle mandrie e all'alternarsi sempre uguale delle stagioni - il rumore di quei
calzari che sbattevano sul terreno di pietra, all'unisono - come uno schianto
terribile e glorioso al tempo stesso - era quanto di più simile all'ira divina.
Ma non avevo paura.
Rimanevo accecato dai bagliori traslucidi del sole che si rifletteva sulle
corazze di bronzo, e sugli elmi decorati a fregi, e mi pareva di potermi issare
lassù, appollaiato all'estremità di quelle picche - come fossi Zeus tonante
sulla cima del monte sacro.
Ed ora che il mio momento é giunto, mi chiedo se questa non sia la punizione che
ho attirato su di me - su di noi - a causa di quell'orgoglio e quell'arroganza
di leone che mi ha contraddistinto come un marchio, fin da quei primi giorni.
Ma non spetta a me chiedermelo, Demarato, ché solo gli Dei possono infine
giudicarmi - ed invero spero che ci sia stato qualcosa in questa mia vita
segnata dal sangue e dal sacrificio, che possa rendermi dolce il passaggio oltre
le rive del grande fiume.
Mio padre avrebbe voluto che prendessi il suo posto - amava la terra, il mio
povero padre, ed il sapore acre della fatica e dei campi d'orzo e farro che
cuocevano sotto il feroce sole estivo; non capiva, mio padre, come potessi
sognare di grandi imprese ed eroi, ed ambissi ad essere ricordato anche quando
la mia anima mortale avesse lasciato per sempre queste colline così amate. Per
lui il ricordo giaceva sepolto nell'umida terra, rinnovato al rinnovarsi stesso
d'un seme o d'un tralcio d'uva. Per me poteva esistere solo nei racconti dei
poeti e nelle canzoni degli aedi e dei compagni d'arme.
E alla fine venisti a prendermi Demarato, e tutto ebbe inizio.
Ricordo il giorno in cui arrivasti nella casa di mio padre, per scegliere dei
cavalli - assieme ad altri soldati della milizia. Alcuni nostri parenti ti
avevano parlato delle monte allevate da mio padre, e non rimanesti scontento. Ma
non fu solo una buona cavalcatura, ciò che trovasti in quei cortili, tra quelle
pietre brunite dal sole.
Quella sera, al banchetto organizzato per suggellare la trattativa, rispondesti
paziente ad ogni domanda che un fanciullo curioso non cessava di porti - avido
com'era di conoscere il mondo.
Allora dovevi avere poco più di vent'anni, ma eri già ricoperto di cicatrici, e
mi apparivi come un gigante, possente come Aiace, ma con la dolcezza di Patroclo
e il coraggio d'Achille. Così ti vedevo, e adesso so che erano gli occhi d'un
adolescente assetato di miti ed eroi a farti apparire così ai miei occhi, ma non
c'è stato un solo attimo in cui tu abbia cessato d'essere il mio modello e il
riflesso d'ogni cosa buona e desiderabile. Presto anch'io avrei rivaleggiato con
te in altezza e forza, non più il tuo fanciullo ma il tuo compagno, il tuo
braccio destro - l'altra metà della tua anima di guerriero. Ero un adolescenze
curioso, e tu un giovane uomo e ti sentii dire a mio padre che sarei stato un
ottimo soldato.
Mio padre rise, ma vidi che il suo sguardo si faceva duro.
In seguito venisti spesso nella nostra casa, com'era consuetudine, e portasti
doni - ti fermavi spesso con noi e non mancavi mai di lodare i miei progressi a
cavallo, o nel salto e nella corsa, in cui mi allenavo giornalmente, spesso
all'insaputa di tutti.
Non so come alla fine convincesti mio padre. Presumo che anch'egli sapesse che
ero stato destinato a questo - fin dall'inizio. Ricordo mia madre che piangeva
quando mi portasti via con te, io sul mio piccolo baio, tu sulla tua bestia
sfregiata - ombrosa e schiva come te.
Mi hai insegnato tutto quello che so, la mia vita io la devo a te.
Ti sei preso il fardello della mia esistenza sulle tue spalle, ti sei fatto
carico della mia educazione e - ancora di più - del mio stesso onore d'uomo e di
guerriero.
Le regole di Tebe sono molto rigide. Quelle della sacra milizia lo sono ancora
di più. Ogni uomo viene ritenuto responsabile del compagno più giovane, ed ogni
suo atto deprecabile - qualunque atto di codardia o di scarso onore, sarà il
compagno più anziano a pagarlo.
Per questo ho vissuto e sono cresciuto con fierezza e coraggio. Mai avrei
permesso che la tua carne amata o la tua anima potessero essere segnate dalla
mia vergogna.
Tu mi hai dato le armi che ho portato finora: lo scudo, la lancia, la spada, il
mio elmo corinzio, i calzari, e la corazza di bronzo. Con te ho giurato fedeltà
ed onore davanti alla statua di Iolao - il più caro ad Eracle, l'amato, il
compagno - ed allora ho saputo che non ci sarebbe stato ritorno.
Mi hai insegnato a tenere in mano un'arma, a tirare di scherma, mi hai insegnato
a combattere fino allo stremo delle forze nell'arena polverosa, nel quadrato di
sabbia del gymnasion.
Combattevamo fino a sfinirci, e venne un giorno in cui riuscivo a rimanere in
piedi persino dopo i tuoi attacchi - il giorno in cui ti feci mangiare quella
stessa polvere con cui tu mi avevi nutrito in tutti quegli anni.
Quel giorno, avevi un sorriso fiero sulle labbra.
Dopo ci concedevamo il piacere di un bagno, ed io ti detergevo via la sabbia con
lo strigile, strigliandoti come avrei fatto con il mio cavallo. Tu mi maledivi,
ma ridevi, ed io sapevo che avevo guadagnato un altro giorno al tuo fianco
Demarato, che il giorno in cui mi avevi scelto come tuo compagno non era
sfocato, affogato e svilito nella vergogna di un fanciullo codardo e
inconcludente.
Mi hai insegnato ad essere uomo, e a vivere con forza ed onore.
E poi vennero le notti - vennero le notti in cui non rimasi più solo nella mia
branda, ad ascoltare il frinire dei grilli, o lo scroscìo dei tuoni che
rotolavano via - durante i temporali estivi, fuori dalle baracche dei soldati, a
Tebe.
Ricordo la prima notte che mi prendesti con te, la notte in cui fui davvero uomo
per la prima volta.
Non avevo paura, sapevo che sarebbe successo, e lo volevo, l'avevo voluto da
sempre.
L'amato. Il tuo amato e il tuo compagno - fino alla fine.
Nei giorni successivi mi faceva quasi male osservare il flettersi della tua
schiena quando sollevavi le pietre per gli esercizi, o il guizzare dei muscoli
nella corsa o nel pancrazio. Tutto di te mi appariva nuovo, come un dono
rinnovato degli Dei. Mi piaceva il raspare della tua barba contro la mia pelle
ancora glabra - quando ci salutavamo al mattino, o nei baci segreti che ci
scambiavamo nelle lunghe notti a Tebe, o negli accampamenti in cui ci trovavamo
a bivaccare - se in battaglia.
Perché questa può essere l'ultima ma non è stata la prima. Abbiamo combattuto,
contro Atene, o i Focidi, ed ancora gli Spartani, i nemici di sempre, e ricordo
bene il mio primo combattimento, quando tutto ti scorre accanto come in un urlo
fragoroso ed è rosso e vivo come una ferita, sebbene in seguito assuma sempre i
contorni fumosi e slabbrati del sogno. Il sangue non l'ho mai temuto, né ho
temuto l'altro grido dei nemici - chiunque fossero -, quando mi gettavo la tuo
fianco nella carica furiosa, nella scia di rame e ferro, nello schianto delle
armi, nel rombo polveroso della lotta.
Onore o morte. In questo credevamo e crediamo.
Non dicono forse che un esercito di amanti non possa essere sconfitto?
Amanti e amati, comunque compagni, pronti a dare la vita l'uno per l'altro - a
preservarne intatto l'onore, il dono più grande. Fino alla fine.
Per questo adesso sono qui, con te che giaci riverso tra le mie braccia,
circondato dai nostri compagni caduti.
So chi ti ha colpito - l'ho visto alto ed eretto su quella sua bestia nera,
nitido e aureo come il fuoco, mentre vibrava il colpo che ti ha strappato a
questo mondo.
Quando sapemmo che avremmo dovuto incontrare i lupi di Macedonia tu hai riso, e
dicesti che era ben l'ora che quei codardi uscissero dalle loro tane, e si
preparassero ad incrociare le spade con noi.
Onore o morte - lo sapevamo tutti, ed alla fine abbiamo tutti tenuto fede a quel
voto.
Nessuno avrebbe mai abbandonato il proprio compagno sul campo, ma combattuto al
suo fianco, anche per un compagno morto, e per questo siamo rimasti fino alla
fine, anche quando i lupi si sono rivelati leoni, e le loro zanne hanno
cominciato a sbranarci, a strappare le nostre carni, e falciarci via, uno ad
uno, amanti e amati, comunque compagni.
Onore o morte.
E tu, che avevi sentito parlare di quel loro principe e ti chiedevi se davvero
fosse così come lo descrivevano, tu hai avuto in dono dalla sorte di morire per
mezzo della sua spada - e di questo io ringrazio il fato, perché ti è stata data
la morte che volevi - e che meritavi. Un leone vuole morire sotto le zanne d'un
altro leone, non braccato da cacciatori codardi che si accaniscono solo di
fronte ai suoi ruggiti morenti.
Gli Ateniesi sono fuggiti, ma i leoni sono rimasti. Ed è giusto che siano stati
i loro pari a dar loro la fine.
Il tuo colpo l'ho potuto vedere solo da lontano, ma l'ho sentito riverberare in
me, fino all'elsa. E' in quel momento che ho capito che era finita. Ho
combattuto, per onorarti e per tenere fede al voto che ha dato senso alla nostra
vita, ma sapevo che era finita.
Dopo la battaglia mi sono trascinato fino a te, che giacevi riverso vicino al
fiume, con gli occhi fissi al cielo, e te li ho chiusi.
Attorno a noi c'è solo silenzio ora, ed i suoni della terra. Strano come negli
ultimi istanti saranno proprio i rumori e gli odori di quella terra che ho
abbandonato, ad accompagnare il mio ultimo viaggio. Ho coperto la devastazione
del tuo corpo amato con il mio mantello, ed ho pulito il sangue dal tuo viso che
è ora sereno e liscio come quello di un ragazzo.
Li sento venire sai. All'inizio pensavo fossero le anime dei nostri compagni
defunti, che si avviano a testa alta verso il fiume, per iniziare il lungo
viaggio. Un guerriero può andare solo cantando incontro alle ombre - ma poi ho
capito. Sono i nostri nemici, nell'orgia del vino, che si avvicinano - forse per
cercare i feriti o coloro che ancora respirano, forse per
schernirci.
Non lo so, e adesso non mi importa. Anch'io voglio cantare, ma non voglio
chiudere gli occhi, non ancora. Voglio guardarti un istante solo, uno soltanto,
per potermi ricordare di te - e riconoscere, quando saremo dall'altra parte.
Gli uomini cantano ed i grilli raccontano le loro storie, forse si chiedono di
noi - e i profumi di resine e legno, di fango e sangue, impregnano l'aria di
questa notte di tarda estate, l'ultima per noi - a Cheronea.
Sento le voci che si avvicinano, quando arriveranno qui io me ne sarò già
andato, e se così non fosse, ho ancora la mia daga appesa alla cintura. Ma la
vita fluisce via veloce, rossa e speziata come vino - scorre via, verso il fiume
nero.
Vorrei che fosse quel principe d'oro e ferro a trovarci su queste rive, sono
certo che lui non riderebbe, non ci schernirebbe. I leoni, Demarato, ricordi? I
leoni riconoscono i leoni.
E forse un giorno si ricorderà di noi, quel principe - di noi e dei nostri
compagni, fianco a fianco, insieme, fino alla fine dei giorni. Sarà una lunga
attesa, ma noi non abbiamo fretta.
Per adesso rimango qui e aspetto. Io aspetto.
E anche le stelle sembrano bruciare stanotte, e cantano - nel cielo che
s'infiamma ad oriente.
Note:
Il Battaglione Sacro era una falange speciale dell'esercito Tebano, formato
da 150 coppie di soldati legati tra loro da un legame amoroso.
Platone stesso aveva teorizzato che un esercito formato da amanti sarebbe
stato invincibile, perché ciascun soldato avrebbe combattuto fino alla
morte, pur di non disonorare o abbandonare il compagno sul campo.
Così fu, infatti. Il Battaglione Sacro, fin dalla sua creazione - attribuita
a Gorgida, ed in seguito rafforzato da Pelopida ed Epaminonda - non conobbe
mai una sconfitta, e divenne leggendario in tutto il mondo greco, per le
qualità di forza ed onore che contraddistinguevano i suoi componenti.
La falange Tebana fu infine sconfitta a Cheronea - nel 338 A.C. - quando le
forze coalizzate di Tebe ed Atene incontrarono l'esercito di Filippo di
Macedonia - padre di Alessandro il Grande - nella battaglia decisiva per la
supremazia su tutta la Grecia.
Il destino volle che proprio in quella battaglia il diciottenne Alessandro
avesse il suo primo comando - guidando la cavalleria dal fianco sinistro
dell'esercito Macedone, e scontrandosi così proprio con il battaglione sacro
(che combatteva invece sul fianco destro delle linee avversarie).
Anche quando le sorti della battaglia erano ormai decise, e l'esercito
Ateniese era già fuggito, il battaglione sacro mantenne le proprie
posizioni, combattendo sino alla fine.
Si dice che Alessandro fu molto addolorato per la sconfitta e la fine del
battaglione, e quella stessa notte non partecipò alla festa che suo padre ed
i soldati avevano dato per festeggiare la vittoria. Lo stesso Filippo - che
da giovane era stato mandato come ostaggio nella città di Tebe, ed aveva
imparato ad apprezzare il valore dei suoi soldati - fece erigere a Cheronea
un monumento a forma di Leone per commemorare gli amanti del battaglione
Sacro. Il leone di Cheronea esiste ancora, e sotto di esso sono stati
ritrovati i resti di molti scheletri - affiancati due a due, assieme ad
oggetti di uso comune, come gli strigili con cui le coppie di soldati si
detergevano dopo i combattimenti.
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