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neve d'inverno
Alessandro camminava a passo spedito lungo il corridoio rischiarato dalle
lampade a olio.
Didàskalos l’aveva tenuto sveglio fino a tardi quella notte e tutto ciò che al
momento voleva era infilarsi sotto le calde coperte di lana e farsi scivolar via
di dosso la giornata come una vecchia pelle di serpente.
Non era la prima volta che si tratteneva a lungo con Aristotele nel suo studio
stipato di pergamene e vecchi papiri ingialliti; fin dal suo arrivo a Mieza, più
di due anni prima, aveva seguito lezioni private in politica e gestione dello
stato, lezioni riservate esclusivamente a lui in qualità di principe ereditario
e futuro re di Macedonia.
Aveva creduto che sarebbero state la parte migliore della sua educazione, ed era
indubbio che Aristotele conoscesse perfettamente non soltanto la complessa
politica di Atene e delle altre città elleniche, ma le altresì infinite ed
elusive sfumature dell’arte di governare; quello che voleva, tuttavia, non era
altro che riempirgli la testa di domande astratte ed improbabili su quello che
lui stesso avrebbe fatto in una determinata situazione, date certe condizioni,
oppure altre e questo finiva sempre in qualche modo per snervarlo.
Come si sarebbe comportato l’avrebbe deciso quando – e se – si fosse mai trovato
in quegli stessi frangenti e non prima.
La politica è una scienza esatta – diceva Aristotele – ma Alessandro la pensava
diversamente; dubitava che una data circostanza potesse mai ripetersi con le
stesse, identiche contingenze, per cui era perfettamente inutile starci a
disquisire sopra per ore.
Era convinto che governare dovesse essere qualcosa di simile alla corsa di un
felino in caccia: elastica, flessibile e costantemente vigile.
Il tempo degli studi era tuttavia ormai al termine. Avrebbe compiuto sedici anni
nel mese del Leone di quello stesso anno e presto sarebbe tornato a Pella.
Era finalmente venuto il momento di diventare un uomo.
Raggiunse la soglia del grosso edificio in pietra che ospitava le aule della
scuola ed una folata improvvisa di vento lo fece rabbrividire; si strinse
addosso il pesante mantello di lana mentre il respiro si trasformava già in
piccole nuvole di vapore davanti al suo naso.
Nonostante il freddo gli si conficcasse senza pietà tra i vestiti e sotto pelle,
non poté fare a meno di sorridere estasiato.
La prima neve di stagione era infine arrivata a Mieza, ed aveva ricoperto ogni
cosa di una soffice, candida coltre.
I boschi di conifere sulle pendici del monte Bermio erano completamente nascosti
da una nivea superficie immacolata, ed una tormenta gelida aveva infuriato per
tutto il giorno placando i suoi ululati solo a sera inoltrata.
La neve stava continuando a cadere - adesso placida, pigra - e tutto appariva
luminoso e silente, in un certo senso diverso sotto quel manto spesso e
friabile.
Alessandro fece un passo avanti, affondando nella neve fino al polpaccio.
I suoi stivali di pelle di daino erano spessi, ma il gelo sembrava attanagliarlo
fin nelle ossa, quasi si fosse trovato completamente nudo, sotto quel cielo
gravido.
Pensò con voluttà alla sua stanzetta e alle coperte di lana del suo letto e
cercò di affrettare il passo, sebbene il terreno fosse reso sdrucciolevole dal
ghiaccio e dal nevischio che lo ricoprivano.
Il silenzio attorno a lui era quasi irreale.
Alessandro si scosse la neve che già gli si era impigliata tra i capelli e cercò
di farsi ancora più piccolo nel suo mantello; la strada per il dormitorio non
gli era mai sembrata tanto lunga. Passò accanto ad alcuni aceri scheletriti
dall’inverno, i rami secchi appesantiti dalla neve, mentre il vento pareva
volergli passare attraverso e strappargli di dosso i vestiti, turbinando tra gli
alberi.
Quando giunse davanti alla porta della sua camera l’aprì piano, cercando di non
fare rumore; a quell’ora Efestione stava certamente già dormendo al caldo nel
suo letto, e non voleva assolutamente svegliarlo; si sarebbe spogliato e
infilato sotto le coperte nel minor tempo possibile poi, finalmente, la giornata
avrebbe avuto fine.
La stanzetta era gelida, tuttavia rischiarata dalla flebile luce di una lampada
ad olio sul davanzale della finestra.
Sorrise. Efestione doveva averla lasciata accesa per lui.
Il ragazzo era addormentato e gli dava la schiena: si era tirato le coperte su
fino al collo, ma un braccio tonico e brunito gli spuntava dal letto, appoggiato
sul fianco.
Il suo respiro era profondo e regolare, i capelli una massa scura sparsa sul
cuscino.
Alessandro si diresse verso la lampada per soffiarci sopra, ma inciampò
maldestro in un paio di stivali dimenticati sul pavimento proprio in mezzo alla
stanza, e imprecò a bassa voce.
Efestione emise un grugnito contrariato e si voltò verso di lui, aprendo gli
occhi a fatica e stropicciandoseli vigorosamente con una mano.
“…Sei tornato finalmente? Beh, impossibile ignorarlo; devi per forza fare tutto
questo baccano, quando ti muovi?”
“Scusa, non l’ho fatto apposta!” rispose secco Alessandro, scaraventando gli
stivali in un angolo con un calcio “…E non ti avrei svegliato se tu non
lasciassi sempre le tue cose sparse per tutta la stanza!! Ci vorrebbe una mappa,
per muoversi qui dentro!”
Efestione si era tirato su a sedere ancora mezzo addormentato e la coperta gli
era scivolata di dosso, lasciandolo a torso nudo.
Un brivido lo scosse, facendogli spalancare gli occhi.
“Per le palle di Eracle, ma si gela qui fuori!!!”
“Lo puoi dir forte! Sono quasi morto assiderato nel tragitto per arrivare al
dormitorio…”
Efestione si accomodò meglio le coperte sul corpo nudo e gli fece cenno di
avvicinarsi: “Spogliati e vieni qui allora…Il tuo letto è troppo gelido perché
tu ci dorma solo…”
Alessandro sorrise e annuì; si tolse velocemente il mantello ed i vestiti mentre
Efestione scostava le coperte per lui, poi si infilò nel letto dell’amico con un
unico balzo agile.
Efestione allargò le braccia e gli circondò il corpo intirizzito.
Alessandro stava tremando e gli si fece più vicino possibile, infilando i piedi
ghiacciati tra le gambe del ragazzo.
“…Sei completamente gelato…”
Si limitò ad annuire battendo i denti; Efestione fece scorrere le mani lungo la
sua schiena, cominciando a massaggiarlo e a strofinarlo per fargli tornare
addosso un po’ di calore.
Si erano sempre tenuti al caldo così, nelle notti più rigide degli inverni
passati, dormendo attaccati come due ciliegie e di sicuro quella si prospettava
essere una delle nevicate peggiori e più inclementi di tutta la stagione.
Alessandro ripensò per un attimo a Leonida, che gli aveva insegnato a fare a
meno di tutto, anche delle coperte di lana in inverno; certo non avrebbe
approvato, e la cosa ridicola era che non l’approvava nemmeno lui stesso,
tuttavia aveva imparato a concedersi qualcosa.
Il calore delle coperte, e soprattutto il soffice tepore del corpo dell’amico
erano di gran lunga troppo piacevoli, per poterci rinunciare a cuor leggero.
“…Anche stanotte Aristotele ti ha tenuto in piedi fino a tardi, a quanto
pare…Volevo aspettarti sveglio, non mi sono neanche reso conto di essermi
addormentato…”
“…Quell’uomo mi farà diventare matto prima o poi…” sospirò rassegnato
Alessandro, strofinandosi i piedi l’uno con l’altro “ Però almeno, nel suo
studio c’era il fuoco acceso…Per Zeus, comincio a pensare che non riuscirò a
scaldarmi mai più!”
Efestione lo trasse più vicino, facendo aderire il suo corpo alla pelle nuda del
ragazzo e massaggiandolo più vigorosamente.
“…Non stento a crederlo, sei un ghiacciolo…Va un po’ meglio adesso?”
Alessandro annuì e si abbandonò alle mani dell’amico che gli scorrevano sulla
schiena e sui fianchi in una frizione ruvida e piacevole che sembrava ridare
vita al suo corpo irrigidito.
Rimasero in silenzio per qualche minuto, gli unici suoni l’ululato del vento e
il tonfo attutito della neve che cadeva da qualche ramo, completamente avvolti
dal doppio strato di spesse coperte che formava come un guscio tiepido attorno a
loro.
Alessandro era consapevole delle calde e familiari mani di Efestione che lo
accarezzavano sulla pelle scoperta e si rese conto, allarmato, che una vampata
di bollore gli stava risalendo lungo tutto il corpo, diffondendosi dappertutto.
Assieme al calore giunse un’altra sensazione, ancora più familiare.
“…Va meglio…?”
Silenzio.
Efestione abbassò lo sguardo su di lui e vide che i suoi occhi, solitamente
lucidi come agati, erano adesso offuscati, fumosi.
“…Che cosa c’è?”
“Nulla...” gli rispose Alessandro con fare sbrigativo “…non c’é…nulla.”
Ma i suoi occhi, così come il rossore sul suo viso e sulla pelle chiara del
collo raccontavano un’altra storia. Efestione sentì un’ondata di ardore
invaderlo completamente, nonostante la temperatura gelida. Il letto gli sembrò
improvvisamente torrido come sabbia secca del deserto.
Prese a massaggiarlo più lentamente, trasformando i gesti in qualcosa di simile
ad una carezza, rilassati, languidi, e lo strinse più forte, facendo combaciare
i loro corpi e provocando l’immediata reazione di Alessandro.
Sorrise sornione, come un felino che studia una preda particolarmente
succulenta. Stanotte Alessandro avrebbe dovuto chiedere.
Fece scorrere una mano lungo la sua schiena disarmata, sfiorandolo alla base del
lombi e sulle natiche sode.
“…Hai…più caldo adesso?”
Mani sul suo corpo, ovunque; mani possessive, roventi.
“…Smettila…di giocare con me…” biascicò Alessandro, gli occhi che mandavano
lampi pericolosi, la consueta linea scavata tra le sopracciglia corrugate.
Efestione conosceva quello sguardo – oh, se lo conosceva bene - ma era disposto
a correre il rischio.
“Ma io non sto affatto giocando…” bisbigliò avvicinando la bocca alla sua e
accarezzandolo con l’alito caldo.
Lo sentì fremere tra le sue braccia, e faticò a mantenere il controllo.
“Sentiamo…che cosa vuoi allora…Alessandro?”
Le mani, adesso, erano sul suo ventre, lo lambivano, lo vezzeggiavano
sull’addome piatto.
“…Lo sai…che cosa voglio…” sibilò Alessandro senza fiato, e prima che potesse
aggiungere altro la bocca di Efestione era sulla sua – cupida, golosa -
forzandogli le labbra in un bacio selvaggio.
Alessandro rispose al bacio con violenza. Si aggrappò a lui e prese a mordergli
le labbra fin quasi a farle sanguinare, poi trovò la sua lingua e la succhiò
avidamente.
Le coperte sopra di loro, attorno a loro, non erano niente più che un torrido
bozzolo soffocante quando si costrinsero finalmente a staccarsi per riprendere
aria, i respiri serrati e la pelle resa lucida da un velo leggero di sudore.
“…Phai…”
“Shhht…Lasciami fare…”
Efestione gli chiuse la bocca con un bacio sbrigativo; fece scivolare le labbra
lungo il suo collo, le spalle, il petto, dolorosamente lento, stuzzicandolo con
la lingua e mordendolo lieve qua e là, come lo stesse assaggiando.
Quando gli catturò un capezzolo tra le labbra e prese a lambirlo sentì
Alessandro gemere il suo nome e afferrargli i capelli in una presa d’acciaio.
Sollevò il viso e incontrò lo sguardo del ragazzo, gli occhi feroci e le
sopracciglia che ormai quasi si toccavano nella più pericolosa delle sue
espressioni.
“Vuoi che smetta?”
“…No…idiota…”
Efestione sorrise tra sé e sé. Questo era davvero tipico di Alessandro; era
sempre molto restio ad arrendersi, in ogni cosa.
Ma avrebbe capitolato.
Riprese a tormentarlo, pigro, esasperante, poi scese verso il basso, cominciando
a tracciare i contorni del suo addome con la lingua e lasciando una scia umida
al suo passaggio.
La presa di Alessandro tra i suoi capelli si intensificò. Poteva avvertire ogni
sua sensazione, ogni suo brivido riverberato in quella stretta, come la mappa
stessa del suo piacere; lo faceva diventare pazzo.
Fine dei giochi.
Gli afferrò le gambe e gliele aprì con violenza, posizionando il viso proprio in
mezzo.
Il suo sesso svettava rigido ed esigente dal ciuffo di fini riccioli biondi,
evidentemente più collaborativo del suo riluttante padrone ed Efestione non poté
fare a meno di reprimere un sorriso divertito.
“…Che cosa…fai?”
“…Vuoi stare zitto un momento?”
Lo udì sibilare qualcosa tra i denti, ma l’insulto, qualunque fosse, si
trasformò in un lamento quando Efestione schiuse le labbra su di lui, e lo
catturò tutto nella sua bocca.
Alessandro si inarcò verso il ragazzo, aggrappandosi ancora più saldamente alla
sua testa, e spingendo il viso verso il basso, alla base del suo stesso
godimento.
Era follia.
Era proibito, entrambi lo sapevano, ma in quel momento riusciva a vedere solo
squarci dolorosi di bianco dietro le palpebre chiuse, ed un eco dei suoi stessi
gemiti, lontani, sfocati, come disgiunti da sé.
Era sempre confuso e interdetto quando Efestione l’amava così; quel tipo di
carezze erano considerate vergognose e ricordava l’imbarazzo, il tenero impaccio
della prima volta in cui era successo.
Tuttavia non provava alcuna vergogna, era pazzia, ma era così.
Nessuno poteva vederli, nessuno poteva violare il santuario segreto di quella
loro intimità.
Alessandro spinse la testa all’indietro; non avrebbe mai potuto negare nulla di
sé ad Efestione.
Si sarebbe fatto mangiare, se solo lui gliel’avesse chiesto.
Pensava confusamente a tutto questo mentre si inarcava ritmicamente verso di
lui, contro i suoi denti, la sua lingua, sentendo la carne incresparsi al suo
tocco; dopo pochi istanti Efestione gli sollevò i fianchi, afferrandolo per i
glutei e facendogli appoggiare le gambe sulla sua schiena.
Adesso era completamente avviluppato in lui, dentro di lui, nell’umido calore
della sua bocca e sentì il primo spasimo risalirgli lungo la schiena, echeggiare
e diramarsi violento ovunque dentro il suo corpo, come una ragnatela argentea.
Era vicino, era molto vicino.
“No…Phai…”
“…Sì invece…” un colpo di lingua “E’ tutto a posto…Non preoccuparti…”
Alessandro chiuse gli occhi e si afferrò al ragazzo ancora più freneticamente,
mentre Efestione intensificava il ritmo dei suoi baci e lo conduceva in alto,
sempre più in alto, dove solo una vertigine cieca avrebbe potuto raggiungerlo e
farlo precipitare.
Si liberò con un grido soffocato, ed Efestione bevve il suo seme, ne bevve ogni
stilla come se nulla potesse o dovesse andarne perso.
Era sacro. Ogni più piccola parte di Alessandro era sacra. Niente poteva essere
tralasciato.
Lo prese tra le braccia, il ragazzo ancora tremante per la violenza del piacere
e fece per baciarlo. Quando si rese conto di ciò che stava facendo si ritrasse
confuso, ma Alessandro lo agguantò per le spalle e lo diresse verso il suo viso
con forza, assaggiando sé stesso sulle labbra di lui.
Efestione fece ancora un debole tentativo di allontanarsi; Alessandro ringhiò e
premette la bocca contro la sua, leccandola affamato.
“Che cosa stai facendo?” bisbigliò Efestione contro le sue labbra.
“…Voglio tutto…tutto di te…tutto di…noi…”
Si aggrappò ad Efestione con ferocia e lo baciò ancora e ancora, graffiandogli
la carne vulnerabile delle braccia e lasciando solchi rossi sulle sue spalle e
sul suo collo.
“…Tu sei mio, Phai…sei solo mio…” ansimò ed Efestione sorrise, strofinando le
labbra contro le sue in un placido gesto accondiscendente.
Il freddo era ormai solo un ricordo lontano; tutto il loro mondo era racchiuso
lì, in quell’abbraccio torrido, e nello squassante calore dei loro corpi
allacciati.
Non c’era passato, non c’era futuro, solo un riarso, febbrile presente.
Alessandro lo spinse su un fianco, così da potersi allungare accanto a lui ed
aderire completamente al suo corpo poi, con un gesto repentino, afferrò la
virilità del ragazzo e cominciò a far scorrere la mano deliberatamente lenta su
e giù, su tutta la sua lunghezza.
Efestione represse un grugnito sorpreso, ed Alessandro gli rivolse un sorrisetto
beffardo.
“Questa te la faccio pagare, ateniese…” gli appoggiò un bacio delicato sulle
labbra e riprese con un bisbiglio “…Voglio…assaggiarti anch’io…voglio
assaggiarti tutto…”
Efestione chiuse gli occhi e si rilassò al tocco leggero dell’amante; Alessandro
prese ad annusarlo, a leccarlo, ad assaporarlo sul viso, sul collo,
solleticandogli i lobi delle orecchie con la punta della sua lingua umida:
“…Sai…di buono Phai…” affondò ancora di più il volto contro il suo mento e lo
lambì con urgenza rinnovata “…Sai d’estate…” un morso inatteso, possessivo
contro la pelle tenera del collo “…E di sole…”
Ora lo leccava come farebbe un animale; lo morse ancora più forte, affondando i
denti nel cedevole ìncavo tra la spalla e la base del collo ed Efestione si
lasciò sfuggire un gemito di sorpresa e di pigra protesta.
Gli prese il volto e premette le labbra su quelle di lui, assaggiando il sapore
dolce di una goccia del proprio sangue e leccandogliela via dalla bocca.
La sua erezione spingeva dolorosa contro il ventre del ragazzo, mentre
Alessandro continuava implacabile a far scendere e salire la mano che lo teneva
stretto.
“…E tu sei caldo…” mormorò senza fiato “Per gli Dei, amore, sei così caldo…”
Alessandro sorrise e lo capovolse sul letto a pancia in su, poi gli si sedette
cavalcioni con un movimento elastico.
Il suo corpo era leggero, ma scolpito come quello di un atleta.
Efestione fece per accarezzarlo sul petto levigato, ma Alessandro lo bloccò con
uno scatto, una scintilla minacciosa negli occhi chiari.
“…Ho come l’impressione che quel tuo sguardo dovrebbe avvertirmi di qualcosa…”
Alessandro incurvò gli angoli della bocca in un sorriso accennato e
indecifrabile, facendo scorrere il taglio della mano sui muscoli in rilievo del
ragazzo, poi gettò indietro i capelli ed avvicinò il volto al suo inguine.
Lo annusò alla base del pene eretto, affondando il naso nel ciuffo di peli scuri
alla radice del suo sesso.
“…Mi piace…il tuo odore…”
Efestione si fletté verso di lui, trattenendo il respiro in un gemito rauco
quando sentì i colpi della sua lingua e le sue labbra scorrergli addosso con
studiata lentezza.
Gli accarezzò i capelli, assecondando il ritmo estenuante di quel contatto e si
abbandonò ai sussulti lancinanti che sembravano scuoterlo come la scarica di
fulmini estivi.
“..Alessandro…” mormorò indifeso, sentendosi pericolosamente vicino al limite di
sé, eppure incapace di articolare anche un solo pensiero sensato.
Si riscosse quando sentì la lingua del ragazzo scendere inesorabile a leccarlo
nel solco tra le natiche e lo fermò con un gesto brusco.
“…No…adesso basta!”
Lo rivoltò con un unico colpo di reni, mentre Alessandro gli rivolgeva un’
imprecazione contrariata e fu di nuovo sopra di lui, come in uno scontro
continuo tra loro, una lotta che sapeva Alessandro gli avrebbe lasciato vincere
- forse l’unica vittoria che gli avrebbe mai concesso.
Le coperte erano ormai un mucchietto di stracci dimenticati , ammassati
disordinatamente sul fondo del letto.
Si studiarono in silenzio, come due lottatori nel bel mezzo di una gara, ed
Efestione gli fece scorrere un dito lungo la linea definita della mascella per
poi passarglielo lieve sulle labbra.
Alessandro lo catturò e glielo morse con tutta la forza, lasciandovi sopra un
segno violaceo, ed Efestione lo strattonò per i capelli con un ringhio,
costringendolo a gettare indietro la testa e affondando i denti nel suo collo
candido.
“Adesso io voglio…”
“…Va bene…” lo interruppe Alessandro seppellendo le dita nei suoi capelli sudati
e facendogli alzare il viso con uno strappo doloroso.
“…Va bene…”
Efestione notò, non senza una punta di rimorso, che i suoi denti avevano scavato
incisioni purpuree nella carne del ragazzo, ma erano entrambi ormai oltre tutto
questo, oltre al dolore, al di là del confine di ciò che era lecito o
accettabile.
Sapeva cosa voleva.
Non si erano amati spesso in questo modo, il più delle volte si soddisfacevano
anche semplicemente toccandosi, strofinandosi, accarezzandosi, ma non quella
notte.
Quella notte doveva averlo tutto.
Afferrò il vasetto di olii da bagno che era appoggiato sul ripiano di legno
accanto al letto e svitò il tappo con un gesto impaziente.
Alessandro lo osservava con uno sguardo curioso e divertito.
“…Se fai così lo farai cadere per terra, sai?” ridacchiò.
Efestione gli rivolse un’occhiataccia, alzando un sopracciglio.
Non appena ebbe tolto il coperchio, un’ intossicante fragranza di gelsomino,
intensificata da una punta di essenze di rosa, si diffuse nella stanza.
Efestione conosceva bene quel profumo, avendolo spalmato infinite volte sul
corpo di Alessandro, dopo aver condiviso il bagno.
Era follia pura come avesse imparato a riconoscere ogni singolo sapore, ogni
particolare odore o segno del suo corpo, della sua pelle.
Avrebbe potuto riconoscerlo anche ad occhi bendati, solo toccandolo.
Immerse le dita nell’olio profumato e si posizionò tra le sue gambe
facendogliele sollevare, poi inserì due dita dentro di lui, muovendole lievi,
delicate.
Alessandro si morse un labbro e chiuse gli occhi, abbandonandosi alla carezza di
quelle dita familiari che lo penetravano, lo frugavano, poi cominciò a muoversi
contro la sua mano, ruotando il bacino, quasi involontariamente.
Era inaudito, insensato. Non avrebbe mai potuto permettere a nessun altro di
toccarlo dentro così, in quel modo intimo, segreto.
Il solo pensiero era assolutamente inconcepibile; quello che aveva concesso ad
Efestione sarebbe stato suo e suo soltanto.
Non provava più vergogna per questo.
Non provava più disagio per il suo bisogno, lui che era stato educato a non
avere necessità, a non abbandonarsi ad alcuna voluttà del corpo e dell’anima.
Era oltre la vergogna, oltre quel nucleo doloroso e fibroso asserragliato sul
fondo di sé.
“…Basta…basta, Efestione…” e, Dei, era davvero lui a gemere così, a mugolare in
quel modo ridicolo?
Non l’avrebbe mai creduto possibile, eppure era la sua voce: eccitata, indifesa
- denudata come il lamento di un animale sull’altare del sacrificio.
Aveva il volto rivolto di lato, e poteva vedere la neve cadere lenta, silenziosa
attraverso il vano della finestra, così fredda, così candida, mentre tutto
dentro di lui, attorno a lui era fuoco, aridità, calore.
Efestione gli scivolò dentro dolcemente e sì, Alessandro era stretto come la
prima volta, poi si fece passare una sua gamba sopra la spalla, così da poter
entrare completamente in lui, e cominciò a muoversi, a conficcarsi nel suo corpo
come un chiodo vivo, pelle contro pelle, carne contro carne.
Alessandro gli cercò le mani e allacciò le sue dita con quelle del ragazzo,
mentre il ritmo si faceva più serrato, frenetico; potevano essere gentili l’uno
con l’altro, ma mai, mai senza vigore, senza forza. Non erano più bambini.
Il viso di Efestione era proprio sopra il suo, i capelli che si muovevano al
ritmo delle sue spinte, le labbra lucide e socchiuse in un gemito inespresso.
Alessandro allungò la mano e lo toccò sulla guancia e il ragazzo strofinò il
viso contro il suo palmo, il respiro ormai poco più che un ansito trattenuto.
Guardava i lineamenti di Efestione, così perfetti nella loro intensità da
risultare quasi dolorosi e, non per la prima volta, pensò che nemmeno Apollo
avrebbe potuto essere più bello.
Caldo, neve, silenzio, candore. Frizione dei corpi dentro la carne, sull’anima.
Era come una coltre frantumabile e immacolata su tutto, era come…morire?
Se era così allora andava bene, c’era come un conforto, un’ abbandono in questa
morte bianca e febbrile.
Neve sul corpo, neve che sembrava finalmente estinguere il fuoco dentro di lui,
donargli una tregua momentanea, placando la sua sete.
Neve sul suo corpo bollente. E le mani, queste mani così calde. Gli sembrava di
precipitare a fondo, in una caduta vertiginosa e folle, ma era un abisso dolce,
perché per una volta non bruciava, estinto da questa neve che ne soffocava le
fiamme sanguigne.
Neve ovunque.
Avrebbe potuto continuare a precipitare per sempre finché si fosse tenuto
aggrappato a questo corpo, e la caduta non sarebbe mai finita, non si sarebbe
mai spezzato, e tutto quello che c’era era…amore?
Sì, amore, ma qualcosa di più. Non esisteva un nome per quello che era, altro
che nella lingua degli Dei; non era pensabile, non era concepibile.
No, non era pensabile, si poteva solo riconoscere, combattere forse.
O arrendersi.
Lui si era arreso, e probabilmente non aveva neanche mai provato a dare inizio
alla battaglia.
Che vergogna. Era un’onta amara e dolce come il nettare degli Dei.
Quando Efestione si liberò dentro di lui con un gemito rauco, Alessandro lo
tenne stretto contro di sé, mentre i loro respiri spezzati sembravano rimbombare
nella stanza come uno schianto di armi e la neve continuava a cadere,
indifferente, fuori dalla finestra.
Rimasero abbracciati così, per un tempo interminabile, ad ascoltare la cacofonia
del vento che gridava le sue frasi insensate ed il rumore assordante della neve
che si staccava dal cielo.
Ben presto Efestione sentì il corpo di Alessandro raffreddarsi, ed un brivido
risalirgli su per la schiena.
Si sporse ad agguantare le coperte ammucchiate in fondo al letto e le tirò sopra
di loro, avvolgendole attorno ad entrambi.
Scivolò da sopra il ragazzo e si appoggiò sulla schiena, mentre Alessandro si
allungava
obliquo accanto a lui, sdraiato sulla pancia, i palmi appoggiati sul petto di
Efestione e lo sguardo rivolto verso la finestra.
Il vento sembrava aver rinunciato alle sue invocazioni senza risposta e i
fiocchi candidi erano adesso radi e leggeri, finalmente silenziosi.
Alessandro sentiva Efestione passargli una mano tra i capelli, lentamente, ma
quando alzò gli occhi lo vide lontano, recondito, dolorosamente inaccessibile.
“…A che pensi?”
Efestione abbassò il volto verso di lui, mascherando con un’espressione di finto
stupore un moto che sembrava quasi di colpa.
“…A nulla…”
“Non è vero…Ti conosco, so quando c’è qualcosa che non va…”
Efestione si mise a sedere con un sospiro tirandolo su, e passandogli la coperta
sulle spalle nude.
“…Stavo pensando al fatto che presto lasceremo questo posto…I giorni di scuola
sono finiti ormai…E’ tempo di essere uomini…”
“…E non ne sei felice?”
“Sì, ma a volte mi chiedo…”
Si interruppe ed Alessandro annuì, facendogli cenno di continuare.
“…A volte mi chiedo se questo non cambierà…le cose tra noi…Aspetta fammi finire!
Quello che voglio dire é…quando saremo uomini tu…ti stancherai di me,
Alessandro?”
Ecco di nuovo la consueta espressione corrugata farsi strada sul suo volto come
una pericolosa nuvola temporalesca. Ancora un attimo e sarebbe esploso.
“…Non hai capito ciò che volevo dire…Ciò che intendevo é…un giorno forse ci
sposeremo, tu certo ti sposerai…”
“Io non penso affatto a sposarmi!!” sbottò Alessandro; si vedeva che faceva
fatica a mantenere la calma.
“Tu no, forse, ma tua madre sì…E anche tuo padre…lei mi odia, mi odia proprio
per questo…”
“…Potrei ucciderla se solo tentasse di separarmi da te!”
Efestione scosse il viso, accarezzandogli una guancia.
“Sì, ma ascolta…Non c’entra con tua madre…Ci ho pensato…In futuro tu sarai re, e
sarai un grande re, io ne sono certo, il più grande di tutti…dovrai avere dei
figli, degli eredi ed io sarò contento anche solo di stare al tuo fianco come un
soldato fedele, uno dei tanti, se tu vorrai tenermi con te; ti starei accanto
anche se tutto questo non dovesse esistere più tra di noi…Non ti lascerò mai,
fin quando tu avrai bisogno di me, anche della mia semplice presenza o del
conforto della mia amicizia e…”
Alessandro lo abbracciò di colpo ed Efestione avrebbe giurato di avere
intravisto i suoi occhi brillare di lacrime, se solo ciò non fosse stato
impossibile.
Tuttavia sentì la guancia bagnata di Alessandro contro la sua e ricambiò il suo
abbraccio confuso, completamente spiazzato.
“..Quanto sei stupido tu…” balbettò, la bocca contro il collo “Come puoi anche
solo pensare una cosa simile? Sarai sempre il mio Phai, proprio come adesso, e
nulla potrà mai cambiare questo…”
Deglutì con forza, poi alzò il viso per guardarlo negli occhi, non più una
traccia di lacrime sulle sue guance, come non vi fossero mai state.
“Emòs tymòs ei, Hephaistion…”
Le parole gli uscirono lentamente, come se le avesse richiamate dalle profondità
di sé con immane fatica.
“…Tu sei la mia forza…sei la mia ragione di vita …Non potrei neanche rimanere in
piedi, senza di te…patetico vero?”
Efestione fece per parlare, ma lui scosse il volto con veemenza, di nuovo
l’espressione accigliata, sebbene stavolta non per rabbia od esasperazione.
Era dolore. Il dolore di quell’ammissione che doveva avere strappato via da sé
con tutta la forza della sua volontà, come un trofeo di sangue posato ai suoi
piedi.
“…Io e te siamo una cosa sola…una cosa sola…Forse hai ragione, un giorno ci
sposeremo, avremo anche dei figli e sarà bello, sarà giusto…ma questo…” e
appoggiò la mano sul cuore di lui, lieve e calda come un bacio, il più intimo
che si fossero mai scambiati “Questo…non potrà cambiare…mai…”
Efestione lo abbracciò, il nodo in gola troppo serrato e doloroso perché
riuscisse anche solo ad emettere una sillaba, e lo tenne stretto, incapace
persino di respirare.
Tuttavia sorrise, un sorriso dolce, forse un po’ triste.
Avrebbe custodito il ricordo di questi giorni per sempre, pensò, mentre la neve
sembrava ricoprire tutta la sua vita con un velo leggero; il passato - con le
sue voci stregate che echeggiavano pericolose, tentando caparbiamente di tornare
indietro; il futuro, con tutte le sue incognite piene di promesse, e poi…questo
presente, questo dolce e doloroso presente, che profumava d’inverno e della
pelle tiepida che teneva tra le braccia.
Tutto questo era impresso indelebile dentro di lui, fissato nella sua memoria,
attimi instabili di straniante, perfetta felicità.
Chissà se gli Dei potevano essere invidiosi?
Se ciò era vero, se la felicità aveva un prezzo allora meritava di finire
incenerito all’istante dal fulmine di Zeus, tanto grande era la sua colpa, tanto
immenso era lo scherno di questo presuntuoso mortale che aveva voluto gareggiare
con gli stessi Dei ed avere più di loro.
Perché nessun Dio avrebbe mai potuto possedere niente più di questo e se loro,
gli Immortali, lo vedevano, sapeva che ci sarebbe stata una pena da scontare un
giorno.
Maledì la sua presunzione e la sua cupidigia, ma strinse Alessandro ancora più
forte.
Qualunque fosse stato il peso della sua condanna vi sarebbe andato incontro con
forza e con onore, non avrebbe mai svergognato la lealtà di chi aveva riposto
tutto il suo orgoglio nelle sue mani.
Sarebbe andato incontro alla sua condanna con un sorriso fiero, sulle labbra
morte.
FINE
Note:
1)La tradizione omoerotica dell’antica Grecia, non va assolutamente confusa con
la moderna accezione di “omosessualità”.
Al tempo di Alessandro (e, ovviamente, anche prima), era perfettamente normale
per un giovane intrattenere una relazione sentimentale (e sessuale) con un altro
uomo.
Tuttavia sarebbe sbagliato pensare che anche questi rapporti non avessero le
loro regole ed i loro tabù.
Tutt’altro, la società Greca era molto rigida, per quanto riguardava i rituali
dell’intimità.
Per i Greci, non era importante tanto il sesso della persona con cui si andava a
letto, ma il ruolo che si assumeva.
Partiamo da Atene, dalla cui tradizione deriva ciò che maggiormente si sa sull’omoerotismo
ellenico.
Le donne erano considerate inferiori, e come tali utili principalmente a
procreare figli. L’educazione di una donna era pressoché nulla, ed era quindi
comprensibile (quasi obbligato), per un uomo cercare uno scambio intellettuale
più profondo, con coloro che considerava suoi pari: gli altri uomini appunto.
Il rapporto tra due uomini prevedeva ruoli fissi e NON intercambiabili: si
aveva, di solito, un giovane eromenos (l’amato, un ragazzo adolescente,
solitamente sotto i vent’anni) ed un più anziano erastes (L’amante, che poteva
essere un giovane più grande – ben sopra la pubertà - od un uomo adulto).
Questi rapporti, non solo erano ben visti, ma erano parte integrante di quella
che era conosciuta come paideia, ovvero l’educazione di un giovane dalla
fanciullezza all’età adulta.
L’erastes non era solo un amante, ma un mentore, un “maestro” che aveva il
compito di scortare il giovane verso la scoperta della sua virilità e del suo
posto nella società degli adulti.
Era tuttavia importante, però, che questi rapporti cessassero con la maturità
del giovane eromenos: ci si aspettava che gli uomini adulti prendessero moglie e
gli uomini che continuavano tutta la vita ad intrattenere relazioni sessuali
solo ed esclusivamente con gli altri uomini, erano vilipesi e sbeffeggiati.
Non era infrequente, però, che le amicizie sessuali di un tempo, continuassero
solide, poi, per tutta la vita, sebbene per lo più scevre della parte carnale,
presente invece nella giovinezza.
In questo senso, è esatto dire che il tessuto sociale dell’antica Grecia si
fondasse più sulla fitta rete dei legami amicali, che non sulla famiglia (a
differenza di oggi).
Ad Atene sarebbe stato improbabile che due giovani coetanei potessero allacciare
una relazione, tuttavia nelle società più prettamente militari (a Sparta, per
esempio, o a Tebe, con il famoso “battaglione degli amanti” formato solo da
uomini legati tra loro da un vincolo sessuale), ciò non era infrequente.
La società Macedone al tempo di Filippo era molto diversa da quella Ateniese,
certo più “flessibile” (in quanto ancora in formazione), e alla luce di ciò si
può spiegare un rapporto “atipico” come quello di Efestione ed Alessandro che,
infatti, erano coetanei (li separavano solo un anno o due); tuttavia il loro
rapporto, che durò tutta la vita, anche dopo i matrimoni di Alessandro e il
raggiungimento della loro maturità di uomini adulti, rimase comunque un’anomalia
per gli uomini del tempo, e certo non particolarmente ben vista.
Era indubbio che si comportassero con discrezione in pubblico, tuttavia quando
Alessandro sbarcò in Asia con il suo esercito e fece omaggio alla tomba di
Achille, a Troia, mentre Efestione lo faceva per quella di Patroclo, la vera
natura della loro relazione fu resa pubblica da loro stessi agli occhi di tutto
l’esercito, ed è risaputo che Alessandro fu spesso rimproverato per questo, ed
Efestione tacitamente ritenuto colpevole.
E’ noto che Olimpia, la madre di Alessandro, odiasse Efestione perché lo
riteneva colpevole di allontanare Alessandro dai suoi “doveri”, sebbene il suo
atteggiamento fosse più simile ad una morbosa e possessiva gelosia.
Olimpia continuò a inseguire con lettere furiose Efestione per tutta l’Asia, ed
un frammento di una delle lettere di risposta dell’uomo è sopravvissuto:
“…Smettila di discutere con me, non che potrebbe anche solo importarmene…Tu sai
che Alessandro significa più di qualunque altra cosa per me”.
Si può ben capire che la donna, orgogliosa fino all’ossessione, non dovesse
averla buttata giù facilmente…
2)I ruoli di erastes ed eromenos erano solitamente decisi sulla base dell’età e
del rango; Efestione era di poco più grande di Alessandro, tuttavia era di rango
inferiore, e questo rende ancor più significativo il suo ruolo di erastes
(probabile, se si tiene conto della dicotomia Achille- Patroclo, nonché dei
rimproveri mossi ad Alessandro, per essere appunto “sottomesso”, all’altro uomo)
nella loro coppia.
Ovviamente Alessandro fu a sua volta erastes (l’”attivo”)negli altri rapporti di
natura sessuale che ebbe nel corso della sua vita (quello con il famoso eunuco
Bagoa, ad esempio), ma è interessante notare come Efestione fu l’unico erastes
della sua vita, ed egli, a sua volta, assunse il ruolo di eromenos
esclusivamente con lui.
Ciò, suppongo, ci dice molto sulla natura unica del loro legame.
3)I Greci avevano molti tabù nelle pratiche di tipo sessuale; lo stesso rapporto
anale non era praticato così frequentemente come si potrebbe pensare: più
diffuso era invece il cosiddetto rapporto “intercruirale” ovvero…tra le cosce…
Il rapporto orale era assolutamente considerato una cosa proibita, probabilmente
perché ritenuto sporco, o scarsamente dignitoso per un uomo (non a caso era
solitamente praticato solo con le prostitute o gli schiavi), tuttavia suppongo
che, come in ogni cultura, ci fosse stata una netta differenza tra quello che
viene pubblicamente considerato sconveniente, e la realtà della camera da letto
privata di una coppia.
Ciò non significa che questi tabù non venissero comunemente rispettati, o tenuti
in considerazione, ma che non fosse poi così improbabile che non fossero seguiti
tutti e sempre.
Alessandro ed Efestione si conobbero nell’infanzia, e rimasero una coppia per
tutto il corso della loro vita, per quasi trent’anni; suppongo sia lecito
lasciare loro spazio per un’intimità che certo, almeno qualche volta, avesse
valicato i rigidi confini delle convenzioni.
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