|
buio
?? f?t?, t?? d’ ??e?? ?ef??? ??????e µ??a??a.
Così disse, e una nuvola nera di dolore avvolse l’eroe.
(Iliade, XVIII, 22. Achille riceve la notizia della morte di Patroclo)
Da un tempo lontanissimo si tramandava che Orfeo avesse preferito sfidare gli
stessi dei della morte ed entrare negli Inferi, piuttosto che provare a vivere
senza la persona amata.
Alessandro odiava il mito di Orfeo ed Euridice, ogni volta che lo aveva udito
celebrato nelle poesie non aveva potuto fare a meno di provare una fortissima
rabbia al pensiero di come Orfeo avesse sprecato così scioccamente e futilmente
il suo atto di coraggio proprio quando la prova stava per giungere al suo
termine. E tutto perché non era stato capace di imporsi su se stesso, perché non
era riuscito a far sì che la sua volontà prevalesse su tutto, anche sui dubbi.
Lui non lo avrebbe mai fatto, no… lo sapeva con certezza…
Se solo avesse potuto essere al suo posto…
Se solo gli fosse stata concessa la medesima possibilità data a quell’uomo
debole e dubbioso, sarebbe disceso agli Inferi, avrebbe ritrovato Efestione e lo
avrebbe riportato fra i vivi, ne era sicuro… non si sarebbe mai voltato, lui
avrebbe percepito la sua presenza vicina, inconfondibile…
Ma questo non sarebbe potuto accadere mai.
Alessandro sbatté le palpebre per schiarirsi la vista, offuscata dalla
stanchezza e dal lungo pianto; le lacrime che gli avevano inumidito il volto
lungo tutta quella interminabile giornata si erano ormai seccate, tirandogli la
pelle, così come la gola doleva a causa delle grida e il fisico protestava per
la mancanza di cibo e acqua. Ma Alessandro non se ne era neanche accorto, era
consapevole solo della nebbia cupa e irreale che sembrava avvolgerlo e diveniva
sempre più fitta invece di diradarsi.
E anche se se ne fosse accorto non avrebbe avuto alcuna importanza, non avrebbe
mai potuto averla, non mentre le sue mani avvertivano quanto fosse diventato
freddo, in quelle ore, il corpo di Efestione.
Alessandro si chiese confusamente perché la sua mente si fosse ricordata di
Orfeo proprio in quel momento… che senso avesse, quando mai prima di allora
aveva avvertito tanto nitidamente l’abisso così profondo ed incolmabile che
separava le leggende dalla vera vita.
Nessun dio gli avrebbe mai concesso di scendere fino agli Inferi, né Zeus, né
Ammone, nemmeno Ade in persona.
A che valeva, dunque, essere stato riconosciuto dai sacerdoti libici quale
‘figlio di Zeus’? A che serviva discendere da Achille, se non c’era alcuna Teti
a cui rivolgersi? A che valeva aver conquistato quell’Impero sconfinato e colmo
di ricchezze, se non vi era nessuno sulla Terra o nell’Olimpo cui offrirlo per
rivedere, in cambio, i bellissimi occhi di Efestione aperti e sorridenti?
Alessandro stava fissando il viso del compagno.
Gli occhi erano chiusi, le labbra appena dischiuse e questo dettaglio era
crudelmente ingannevole, perché lo faceva apparire soltanto addormentato.
Non avrebbe saputo dire quanto tempo fosse passato da quando si era gettato sul
corpo senza vita di Efestione: intorno a lui vedeva solo buio, ma non capiva se
fosse reale o solo nella sua mente. Niente sembrava più avere concretezza.
Buio, buio… una immensa nuvola nera… e l’Iliade che ancora una volta si rivelava
profetica per lui… la stesse nuvola nera che aveva avvolto Achille…
Patroclo era morto prima di Achille.
Efestione era morto prima di lui.
Per quale maledizione degli dei doveva pagare un prezzo così alto per la sua
discendenza da Achille? O, invece, gli immortali stavano punendo la sua ?ß???
con la sottile crudeltà di colpirlo togliendogli la persona che più amava al
mondo?
Facendolo morire da solo.
Lui ed Efestione avevano parlato raramente della morte. Oh, parlavano di tante
cose, loro due… di tutto praticamente… Quando conversavano le ore scorrevano
stranamente, rapide e lente allo stesso tempo. Preziose, confortanti. E la voce
di Efestione era bella, particolare: nessuna meraviglia che amasse la musica un
uomo che sapeva parlare con quel bell’accento, con quei toni ora sommessi e
profondi ora più carezzevoli, nei momenti di intimità…
Ma non avevano mai sentito il bisogno di parlare della morte: convivevano con
essa, sapevano che avrebbe potuto raggiungerli ad ogni battaglia e che la lama
di Atropo era imprevedibile quanto il volere degli dei.
Erano soldati, guerrieri consapevoli.
E, forse, una morte in battaglia sarebbe stata più accettabile, più pietosa.
Dopo essere sopravvissuti alle insidie sconosciute delle foreste del Punjab,
alla carneficina della battaglia sulla riva dell’Idaspe, alla traversata del
deserto della Gedrosia, morire in quel modo, di malattia, a Ecbatana, appariva
la più atroce beffa mai escogitata dagli dei.
Efestione era morto da solo.
Quanto tempo avevano sprecato, quell’estate, in discussioni aperte e taciute a
causa di Eumene, quando la tensione fra loro poteva essere a malapena
dissimulata! Ed era stata la loro ultima estate…
Efestione era morto da solo.
Così, all’improvviso, dopo che le sue condizioni sembravano essere addirittura
migliorate… era stato talmente certo che si sarebbe ripreso! Era sempre stato
forte, Efestione, anche se… Alessandro ripensò a quanto gli fosse sembrato
stanco, dopo l’allucinante traversata della Gedrosia, quando insieme al corpo
avevano avuto quasi prosciugata anche la mente; rivide il viso di Efestione in
quei giorni di marcia: impolverato, affilato… logorato…
Come lo era stato anche lui, certo, come lo era stato l’intero esercito, ma
forse la malattia aveva trovato più terreno da occupare in un fisico
recentemente provato.
Efestione era morto DA SOLO!!!
Quando invece non si era mai allontanato dal suo fianco, se non per motivi
militari e su richiesta di Alessandro stesso: aveva mantenuto la promessa e lo
aveva seguito dovunque fosse andato, lo aveva sostenuto sempre per aiutarlo a
trasformare in realtà i sogni luminosi della sua adolescenza, quando era stato
facile parlare di Persia e di Oriente dai palazzi di Pella e questi nomi
evocavano solo gloria e vittorie e non anche sangue, risentimenti, congiure…
E mentre Efestione moriva, lui era stato impegnato a presiedere quegli stupidi
giochi!
Alessandro sentì di nuovo il suo corpo attraversato da un dolore insostenibile,
quale mai aveva immaginato potesse esistere: come se cento spade si fossero
conficcate contemporaneamente nella sua carne; la gola gli doleva dopo tutte
quelle ore di grida e pianto, le ossa delle mani gli si erano irrigidite, perché
non avevano mai smesso di stringere convulsamente fra le dita la veste di
Efestione, la coperta che lo avvolgeva, eppure il dolore si stava rivelando più
forte della spossatezza.
Lo capì quando scoprì di avere ancora abbastanza voce per chiamare il suo nome
di nuovo, di nuovo e di nuovo…; quando si accorse di avere ancora abbastanza
forza per stringere quella stoffa con rinnovato vigore, fino a farsi sbiancare
le nocche.
Efestione era morto da solo.
A cosa aveva pensato?
O quei terribili spasmi che lo avevano colto avevano annullato qualsiasi altro
pensiero che non fosse il dolore?
Si era chiesto dove fosse lui? Perché non fosse lì?
I suoi occhi lo avevano forse cercato, sperando di vederlo arrivare in tempo,
appena prima dell’ultimo istante?
“Efestione…” lo chiamò, tirando la stoffa che lo copriva.
Silenzio.
“Phai…”.
La sua voce ebbe un tono più alto, ma anche più incrinato, mentre le sue mani
scuotevano leggermente, tremanti, il corpo sotto di lui.
Silenzio assoluto.
D’ora in poi non ci sarebbe stato altro, se non fosse stato per il fragore
devastante del suo mondo che andava in frantumi.
Tolomeo si affacciò da una delle grandi finestre del palazzo reale di Ecbatana,
respirando a pieni polmoni l’aria fresca della sera: ne aveva un bisogno
profondo, per togliersi di dosso, per quanto possibile, la pesantezza che era
calata su di lui dalla mattina.
Si passò stancamente una mano sul volto, sugli occhi chiusi, tentando invano di
rilassarsi, ma la sua stessa pelle ruvida gli diede fastidio, così tornò ad
appoggiarsi alla pietra, osservando la città di fronte a lui.
Era il tramonto ormai e la luce rossastra del sole si rifletteva sui
meravigliosi bastioni d’oro e d’argento delle mura di Ecbatana, ma neanche
quello spettacolo poteva essere consolante dopo quello che era accaduto: era
stata una giornata terribile e la fine appariva ancora lontana, sebbene stesse
per calare la notte.
Imponendosi di trattenere un sospiro, Tolomeo si voltò e raggiunse nuovamente
gli altri generali di fronte alla porta della stanza di Efestione: eccoli là,
Seleuco, Perdicca e Peukesta, che continuavano a parlare a bassa voce, i volti
segnati da una espressione a metà fra il disagio e la paura. I servi si erano
volatilizzati e anche i soldati di guardia rimanevano scostati da quella camera.
Perdicca fu il primo a voltarsi verso di lui, come se avesse atteso il suo
ritorno per prendere una decisione e probabilmente era proprio così; l’uomo
guardò rapidamente gli altri generali e poi esordì, lentamente: “E’ tempo che
Alessandro esca da quella stanza: non si può permettergli di restare oltre. E
bisogna mandare a chiamare i sacerdoti egizi”.
“Non se ne andrà mai spontaneamente” gli fece notare Perdicca, con amarezza.
“Forse dovremmo… provare ad entrare tutti insieme per portarlo via…” suggerì
Peukesta, mentre Seleuco si limitava ad annuire in silenzio. Aveva già dovuto
eseguire l’ordine di far uccidere Glauchia, sembrava voler tenere lontane altre
iniziative per quel giorno.
Tolomeo si accigliò, cogliendo l’esitazione che aveva avuto Peukesta nel parlare
e lo guardò fisso in volto.
L’altro rispose alla sua muta domanda: “E’ fuori di sé, Tolomeo: nessuno può
sperare di farcela da solo ad opporglisi, quando Alessandro è in quelle
condizioni. Inoltre… inoltre non penso sia un bene che si esponga uno soltanto
di noi alla sua rabbia e ad una sua possibile ritorsione” concluse, parlando più
in fretta.
Avevano paura, semplicemente.
Li conosceva da un tempo talmente lungo da non saperne ritrovare l’inizio, ed
era una conoscenza autentica, profonda, di quelle che si possono avere solo
quando si trascorrono insieme l’infanzia e l’adolescenza; gli bastava guardarli
in faccia per capire che avevano paura, ma non li biasimava per questo, perché
tutti loro sapevano.
Erano cresciuti insieme: tutti loro sapevano cosa fossero Alessandro ed
Efestione l’uno per l’altro. E i loro ricordi erano gli stessi, anche in quel
momento: era meraviglioso scoprire come fosse facile richiamare alla mente
immagini di Pella, di Mieza, che sarebbero stati pronti a giurare essersi
appannate con gli anni… i colori freschi e intensi del Nymphaion, dei boschi
della Macedonia sembravano essere stati cancellati da quelli luccicanti del
lusso persiano o da quelli cruenti delle tante battaglie, dalla polvere
mescolata con il sangue…
Eppure non era stato così.
Tolomeo riusciva perfino a rammentare la sensazione di stupore che aveva provato
quando si era accorto che, sotto i loro occhi distratti e annoiati dalle lezioni
di Aristotele, stava nascendo un sentimento così forte fra Alessandro ed
Efestione. Così forte da apparire miracoloso.
Ricordava come tendessero a stare per conto loro, come fosse facile vederli
passeggiare nel bosco parlando, parlando e ancora parlando, per ore, o scorgerli
intenti a leggere dallo stesso rotolo, nel giardino del Nymphaion. Sempre
insieme. Ricordava lo sguardo completamente felice che aveva sempre avuto
Alessandro nel parlare con lui, mentre si confidava e si animava di un ardore
radioso nel comunicare al compagno i propri sogni; ricordava lo sguardo
completamente adorante di Efestione, uno sguardo riservato ad Alessandro e a lui
soltanto, mentre lo ascoltava e faceva le sue osservazioni. Ricordava quando li
aveva visti ridere insieme, ed erano risate sincere.
O quando, ormai uomini, li aveva osservati la notte prima di una battaglia,
anche loro intorno al fuoco prima di ritirarsi nelle rispettive tende: parlavano
come sempre… a voce bassissima, assorti, placidi, nonostante l’imminente
pericolo per le loro vite.
Tolomeo ricordava e sapeva che con lui anche gli altri generali stavano
ricordando gli anni scivolati via, che ora apparivano cenere; e, soprattutto,
c’era il ricordo recentissimo dello sguardo folle, perduto, che aveva avuto
Alessandro quando si era trovato davanti al corpo senza vita di Efestione e il
terrore autentico che avevano provato quando avevano sentito quel primo grido.
E l’unico che potrebbe riportarlo alla ragione, non potrà mai più farlo, pensò
amaramente Tolomeo.
Era un uomo di guerra, lui, un vero soldato nel fisico e nello spirito ed era
abituato alle battaglie, agli assedi. Dopo così tanti anni, si era abituato
anche alla vista dei feriti coperti di sangue, ai loro lamenti strazianti mentre
giacevano in attesa di una pietosa esecuzione. Anche dopo l’ultima, devastante
battaglia contro re Poro, era riuscito quasi a non sentirli e aveva pensato di
aver raggiunto l’indifferenza che spesso aiuta a sopportare la sofferenza.
Eppure, quel giorno si era reso conto che nulla avrebbe potuto prepararlo alla
reazione di Alessandro: le grida del sovrano erano state più disperate e
selvagge di quelle degli animali che venivano sgozzati durante i sacrifici e poi
i suoi singhiozzi più sofferenti di quelli che si potessero udire su un campo di
battaglia o in una infermeria…
Aveva compreso perfettamente quale fosse stato il ragionamento di Peukesta,
però…
Tolomeo sapeva di non essere un uomo particolarmente sensibile: il suo spirito
non era particolarmente affinato, era stato un altro, fra loro, ad avere questa
virtù. Efestione. Non doveva essere stato un caso che Aristotele e Xenocrate gli
avessero dedicato le loro lettere. Ma nonostante questo, Tolomeo intuiva come
l’ultima cosa di cui avesse bisogno Alessandro fosse un gruppo di amici pronti a
trattarlo come un pazzo, ad immobilizzarlo per portarlo via da lì… no, non era
quello il modo, lo sapeva…
L’uomo sospirò pesantemente, poi disse agli altri: “Voi rimanete pure sulla
soglia, entrerò io per primo”.
Nessuno protestò, anche se Seleuco e Peukesta lo fissarono come se fosse
impazzito anche lui; solo Perdicca lo osservò intensamente, capendo le sue
ragioni.
L’uomo aprì cautamente la porta e per prima cosa notò che Alessandro non doveva
essersi mai mosso in quelle ore, era esattamente come lo aveva lasciato: chino
su Efestione, stretto a lui, il viso vicino a quello del compagno. Si udiva un
mormorio quasi impercettibile, come se gli stesse sussurrando qualcosa.
Alessandro non diede segno di essersi accorto della presenza dell’amico.
Tolomeo si guardò intorno per qualche secondo: la stanza di Efestione era grande
più o meno quanto la sua, con le pareti decorate da arazzi persiani e alcuni
vasi d’argento sul mobile, la cui lucentezza si intravedeva anche nella penombra
della sera; il letto era grande, i cuscini e le coperte finemente intessuti e
arricchiti da ricami preziosi.
Continuando a fissare il letto, Tolomeo si avvicinò e osservò più dappresso il
viso di Efestione: appariva leggermente affilato, perché la malattia lo aveva
fatto dimagrire con il digiuno prolungato che gli aveva imposto, e gli occhi
erano appena infossati, con ombre scure a segnarli. Ma, naturalmente, niente di
tutto questo aveva potuto alterare la perfezione dei suoi bellissimi lineamenti
Nonostante la febbre tifoide gli avesse riservato una morte dolorosa, la sua
espressione appariva composta nella morte anche perché lo stesso Tolomeo era
riuscito a chiudergli gli occhi pochi istanti prima che Alessandro arrivasse:
Efestione lo avrebbe preferito, lo sapeva… in questo modo si aveva quasi
l’illusione che morte e sonno si confondessero l’uno nell’altro…
Istintivamente, dopo questo pensiero, l’uomo tese una mano verso l’amico in un
irragionevole ed assolutamente illogico tentativo di cercare e trovare un
battito vitale che non vi era più da ore.
“Non toccarlo!!” ruggì Alessandro, rivoltandosi di scatto, in un modo tanto
improvviso ed inaspettato da far sussultare Tolomeo. Ma questi era un uomo di
guerra e sapeva dominare la sorpresa: non si spostò, guardò diritto negli occhi
il suo sovrano, scorgendovi la luce di una follia lucida ed insondabile…
Alessandro era vigile, si rese conto, non aveva perso il senso della realtà,
eppure quanto poco sarebbe bastato perché questo avvenisse? I suoi occhi
apparivano annebbiati e feroci allo stesso tempo.
“Va’ fuori di qui!” gli ordinò, sempre con quel ruggito cupo, fissandolo ma
rimanendo aggrappato all’amante.
Tolomeo allontanò lentamente la mano dal corpo di Efestione, ma non si mosse
mentre gli parlava nel tono più ragionevole e pacato possibile:
“Lo conoscevo da sempre, Alessandro: era mio amico, gli ero affezionato” gli
ricordò, ed era vero. Aveva diritto di stare lì. A differenza di altri, era
abbastanza schietto da non aver mai avuto problemi a riconoscere il valore di
Efestione: il suo carattere era stato complesso più di quanto sembrasse a prima
vista e non sempre facile, ma non era questa la cosa più importante. Diverse
volte i loro reggimenti si erano trovati a dover svolgere assieme incarichi
militari e collaborare con Efestione non era mai stato un problema: era
impeccabile, quale che fosse il compito affidatogli; sapeva comandare e sapeva
parlare….
Sapeva parlare come un soldato e come un diplomatico.
Sapeva parlare come un amico e di questo avrebbe potuto rendere testimonianza di
fronte agli dei.
“E’ giunto il momento di pensare a Efestione, Alessandro: abbiamo già mandato a
chiamare i sacerdoti egizi perché si occupino di lui. Vieni via, torna per
qualche ora nella tua stanza. Anche lui sarebbe d’accordo…”.
Tolomeo, nel parlare, non smise mai di seguire con la massima attenzione la
reazione di Alessandro, pronto a cogliere ogni possibile scatto o movimento
aggressivo; ma forse aveva saputo trovare l’argomento giusto, quello in grado di
convincerlo: bisognava pensare ad Efestione, prendersi cura di lui…
Il generale macedone vide il rancore attenuarsi negli occhi di Alessandro alle
sue parole, come se le stesse meditando; lo vide rilasciare il respiro in un
suono sofferente che rivelava quanto fosse esausto e provò una fitta al cuore,
lui, proprio lui, a doverli vedere ridotti così, i suoi due amici…
Alessandro tornò a fissare il viso di Efestione, in tralice, ma Tolomeo aveva
intuito che quello poteva essere il momento adatto per farlo uscire: si portò
accanto a lui e osò appoggiargli le mani sulle spalle per trarlo indietro, con
cautela.
Ci riuscì: le mani di Alessandro allentarono pian piano la loro morsa sulla
stoffa, fino a che questa non gli scivolò via dalle dita.
“Lascialo andare, Alessandro, adesso…” disse a bassa voce.
Alessandro si alzò, raddrizzandosi; un’ultima carezza su quel viso tanto amato e
poi…
“No, non lo lascerò andare, mai”.
Gli occhi di Tolomeo si spalancarono a questa risposta non attesa: il tono del
re era stato fermo, sicuro, determinato e gli occhi che voltò verso di lui erano
infiammati da una follia consapevole che nessuno avrebbe potuto mai
fronteggiare.
Tolomeo si accigliò mentre accompagnava Alessandro alla porta, dove gli altri
generali attendevano preoccupati, i volti gravi. Non avevano udito nulla di
quanto era stato detto, le voci erano state troppo basse.
Il tragitto fino alla porta era brevissimo, ma Alessandro non seppe trattenersi
dal voltarsi ancora una volta verso Efestione, per coglierne ancora un’immagine…
Istintivamente, Tolomeo lo imitò, restando sulla soglia per qualche istante,
immobile.
Mi mancherai, amico mio…
Alessandro non aveva voluto la compagnia e il conforto di nessuno e, anzi, aveva
cacciato via gli amici generali che lo avevano accompagnato nella sua stanza.
Ormai era notte, ma Tolomeo non riusciva a dormire come del resto, sospettava,
nessuno di loro; si sentiva inquieto per il re e per una sensazione indefinibile
di un cattivo presagio e decise di non poter rimanere oltre in camera: aveva
bisogno di assicurarsi che nient’altro fosse accaduto.
I suoi passi si fermarono davanti alla porta di Alessandro; sulle prime la sua
mente stanca notò solo l’espressione triste e sconvolta del giovane scudiero di
guardia, ma poi udì di nuovo quel suono.
Straziante, angosciato, disperato. Alessandro stava piangendo.
Se lo era aspettato, ma questo non gli fu di nessun aiuto: Tolomeo, di colpo, si
sentì invecchiato di dieci anni…
Se quella giornata era stata terribile, le successive non sarebbero state da
meno, pensò l’uomo, mentre tornava stancamente sui suoi passi, verso la propria
stanza.
Alessandro avrebbe dovuto organizzare i funerali di Efestione e solo gli dei
sapevano che effetto avrebbe avuto questa ennesima prova sulla sua mente!
Gli dei…deve essere davvero divertente per loro stravolgere nel tempo di un
respiro la vita umana! E pensare che, fino a stamattina, tutto ciò che c’era da
organizzare era la spedizione in Arabia! - rifletté Tolomeo con amarezza- Glielo
rammenteremo fra qualche giorno, gli farà bene potersi concentrare su
qualcos’altro…
Aveva appena finito di pensarlo, che Tolomeo si fermò di colpo, nel bel mezzo
del corridoio, incurante degli sguardi stupiti dei soldati di guardia che lo
presidiavano: si era ricordato di quella frase di Alessandro.
Non lo lascerò andare, mai.
Una nuova campagna militare a cui pensare, sì…
Purché, pregò Tolomeo, d’ora in poi, per Alessandro, ogni nuova campagna non si
trasformasse, anche inconsapevolmente, in un ulteriore passo nella marcia che lo
avrebbe ricondotto ad Efestione….
Telos
Nota: Alessandro ed Efestione non appartengono a nessuno, ma solo a loro stessi
e alla Storia; lo stesso vale per tutti gli altri personaggi storici presenti in
questo racconto.
Questa è la mia interpretazione delle loro vicende, con tutte le limitazioni che
ne seguono: ad esempio ho tratteggiato Tolomeo non nel modo in cui penso si sia
comportato, ma nel modo in cui a me piace pensare si sia comportato. E, ancora,
Arriano afferma che varie fonti sostenessero che Alessandro dovette essere
trascinato via a forza dal corpo di Efestione e probabilmente andò così, ma io
ho preferito pensare che uomini che conoscevano da tanti anni sia Alessandro che
Efestione abbiano agito con un po’ più di tatto. Forse l’idea me l’ha fornita
anche Mary Renault, perché ne “Il ragazzo persiano” aveva scritto che Alessandro
“era tranquillo quando lo portarono dentro; nessuno lo costringeva” ed io ho
pensato che probabilmente sarebbe stato meno tranquillo se fosse stato
trascinato via con modi molto bruschi. Ma, come dicevo, è solo la mia
interpretazione…
Per alcuni particolari ho avuto come riferimento Mary Renault e il suo
bellissimo “Il ragazzo persiano”. Per motivi di mia serenità personale ho deciso
di non nominare mai tale ragazzo! ^_^
Dedicata a Calypso, Greta e Ria, come sempre indispensabili per incoraggiamenti,
consigli e revisioni. E, prima di ogni cosa, per la loro amicizia.
|