Ormai mi sono auto-condannata ai titoli in greco… (capirai che condanna
^_-).
La voce narrante è di un paggio non meglio identificato o simili.
E’ un po’ “triste”, ma verso la fine ho cercato di recuperare, diciamo così.
Sta’ a voi.
p.s.: verso la metà faccio riferimento ad un anello che Alessandro porta al
collo; non si tratta dell’anello del film, ma di uno che apparteneva ad
Efestione (e di cui spero avrò l’opportunità di riparlare in qualche
universo parallelo…)
aletheia verità
La verità è che non sarebbe potuta andare altrimenti.
Quando il primo masso della frana è caduto e frantumato, non si può
fermare ciò che sta per seguire. Si può solo aspettare – e, aspettando,
cercare riparo.
La verità è che c’è sempre stato qualcosa di sbagliato.
Lo amavano, tutti. Lo adoravano tutti, lo veneravano. Cosa amavano?,
questa stella luminosa scesa fra loro? Cosa adoravano, cosa veneravano?,
questo dio onnipotente venuto a regalare vittorie?
Stupidi.
Non hanno mai capito, non ci hanno mai neppure provato. Non era una
stella, né era un dio.
La verità è che sarebbe dovuto accadere già da molto tempo.
Parlava dell’Arabia con degli occhi di vetro che non gli avevo mai visto,
con delle labbra tirate che mi facevano paura – sembrava aspettasse di poter
azzannare qualcuno per portarlo con sé negli inferi – “perché voi siete
ancora vivi?”
Se uno di quegli *altri* mi sentisse parlare in questo modo, non so cosa
potrebbe esserne di me.
Ma *loro* non sanno. Forse non è neppure colpa loro, ma non sanno.
Ero io che restavo con lui quando tutti se ne andavano, ero io che cercavo
di farlo riposare, io che ascoltavo le sue parole di ubriaco stanco.
Tutto il suo impero, tutti i suoi poteri, tutti i suoi doveri – ormai se
li portava addosso come Atlante si porta addosso il mondo. Come un Titano, e
un condannato.
Dovessi dire quando tutto è cominciato – direi dal suo primo passo di
corsa.
Quello che nessuno di noi notò veramente, che colse tutti di sorpresa, che
lasciò tutti indietro quando ormai eravamo già nel palazzo. Io ero in fondo
al gruppo, guardavo a terra; poi ho alzato gli occhi, e non l’ho visto più.
Tutti gli altri avevano appena cominciato a seguirlo.
L’ho sentito prima di svoltare nel corridoio che portava alla camera.
Ho sentito il fragore di una porta aperta – ho sentito il silenzio – e
allora ho avuto paura.
Poi ha urlato.
Ha urlato qualcosa che non ho capito, e che non ho mai più avuto il
coraggio di chiedere. Credevo volesse uccidere qualcuno. Ho sentito dei
passi allontanarsi incerti come se camminassero all’indietro, poi farsi più
veloci finché due guardie mi sono passate davanti correndo.
E ha ricominciato a urlare.
Continuavo a non capire cosa diceva – non capivo neppure se stesse dicendo
qualcosa. E dopo poco mi sono premuto le mani sulle orecchie, come un
bambino; non me lo perdonerò mai. Ma era così insostenibile – così
insopportabile.
Ho strisciato lungo il muro fino all’angolo del corridoio. Lui era lì, in
fondo, nel rettangolo di luce della porta aperta.
Stava lì, con le braccia spalancate, e le mani premute contro gli stipiti.
Si sorreggeva in quel modo, perché le gambe gli si erano piegate. Uno di
*loro* gli si avvicinò per sostenerlo – lo sfiorò soltanto, ma lui riprese a
urlare, e si slanciò dentro la camera. Non potevo più vedere cosa stava
succedendo. Qualcuno di quelli rimasti sulla porta si voltò verso di me, mi
vide con le mani ancora sulle orecchie, ma non disse nulla. Sembrava più
terrorizzato di me.
E sono scivolato via, nell’angolo più lontano.
Non so come riuscirono a trovarmi, quella sera. Venne da me uno di *loro*
– non dirò mai chi – e mi disse che dovevo riuscire ad entrare e far
circolare dell’aria fresca nella camera – fare qualcosa. “Anche il corpo di
un chiliarca comincia a puzzare”, disse.
In quel momento, io ho odiato tutti *loro*.
In quel momento ho capito che Alexandros era rimasto da solo.
Semplicemente, da solo.
Non sono mai entrato in quella camera.
Ho socchiuso la porta, senza fare rumore, e ho guardato dentro. Solo
questo. Sono felice di non essere entrato – di non averlo tradito.
Lui era inginocchiato sul letto; non smetteva di muovere le labbra, come
se stesse parlando, ma si sentiva solamente un lamento continuo, basso – non
ero neppure sicuro che fosse suo. Oscillava il busto senza fermarsi mai.
Teneva la testa di Hephaistion sulle gambe – lo circondava con le braccia,
accarezzava le guance, spostava ciocche di capelli dalla fronte. Lo
guardava, e continuava ad ondeggiare. Sempre; continuamente.
Ho visto uomini morire in ogni modo sotto i miei occhi – ho visto mutilati
trascinarsi nel loro stesso sangue e con la mano sana stringere con tutte le
forze il braccio strappato – ho visto qualsiasi cosa.
Ma mai nulla di così atroce.
Piansi con lui.
Non piangevo solo per Hephaistion, perché la sua morte per me era ancora
così – impossibile. Così assolutamente, semplicemente, fuori posto.
Piangevo per Alexandros. Piangevo la sua gloria che se ne andava, la sua
divinità che lo lasciava, il suo equilibrio che si spezzava. Piangevo la sua
anima che cominciava ad abbandonarci.
E piangevo per me – per tutti noi – perché, anche se nessuno ancora lo
sapeva, era tutto finito.
Poi lo vidi rovesciare la testa all’indietro, e pensai che stesse per
urlare di nuovo. Ma quando spalancò la bocca non ne uscì alcun suono.
Io richiusi la porta e me ne andai.
Erano sempre stati soli, e ora avevano il diritto di esserlo.
Non potevo restare lì.
Agli *altri* dissi semplicemente che non ero stato capace di far nulla.
Non se la presero.
I loro sforzi per cercare di non vedere rubavano tutte le loro energie. Le
hanno rubate per mesi.
A volte sentivo le loro parole, ascoltavo i loro discorsi su come erano
certi si stesse riprendendo – su come ormai si fosse ripreso – e ricordavo i
suoi occhi spalancati mentre urlava al nulla, e il suo corpo che oscillava.
*Loro* sono stati degli stupidi. Non era rimasto più nulla in lui che
potesse riprendersi.
La verità è che si stava allontanando. Poco alla volta, sempre di più.
Nelle settimane di quell’inverno cacciava le genti delle montagne –
cacciava – massacrava.
Tornava rosso di sangue rappreso.
Un folle posseduto dagli dei.
Lo riconoscevo perché riconoscevo i suoi occhi – e perché nessuno era
insanguinato quanto lui. Altri schiavi correvano via quando lo vedevano
passare. Ma lui non se ne accorgeva. Lui non aspettava – non si lavava – non
beveva, né mangiava. Andava senza fermarsi verso le stanze che sarebbero
state di Hephaistion. Permetteva che io lo seguissi, e che chiudessi le
porte man mano che avanzava, perché nessuno avrebbe dovuto sapere.
Si lasciava cadere in ginocchio nella camera centrale, spalancava le
braccia guardando il cielo gonfio di nubi fuori delle finestre, e dalla sua
bocca usciva la litania dei nomi sconosciuti dei villaggi cancellati. “Per
te”. Hephaistion non avrebbe mai voluto tutto quello, ma io non ho mai
trovato il coraggio di dirglielo.
Poi incrociava le braccia sul petto e aspettava, come se ascoltasse le
risposte di un dio. O forse le sentiva veramente.
Da sotto le palpebre dei suoi occhi chiusi scivolavano le lacrime che
ammorbidivano il sangue seccato sul suo viso e cominciavano a lavarlo via.
C’erano momenti in cui agli *altri* sembrava tranquillo. Ma io sapevo –
non era tranquillità. Sarebbe stato qualcosa di simile alla rassegnazione,
se Alexandros avesse mai potuto rassegnarsi. Lavorava ancora – ma le sue
mani tremavano sulle mappe, stringevano convulsamente i fogli quando era
solo, e i suoi occhi vagavano sempre più spesso per il cielo. A volte
inclinava di nuovo la testa sulla spalla, e restava in silenzio, con una
mano al collo, dove portava l’anello che era stato di Hephaistion. Sembrava
ascoltare qualcosa, o aspettare qualche segno. E intanto rifletteva.
Poi, si faceva versare altro vino. Sempre, anche se non ne era mai
contento – “non puro, devo lavorare” – “c’è troppa acqua, non sono più un
uomo, ora?”
Nessuno di quelli che erano rimasti aveva il coraggio necessario per
frenarlo.
Nessuno voleva pronunciare le parole che in tutta la loro vita solo uno
aveva pronunciato. Non avevano l’audacia né la capacità di prendere quel
ruolo, né di dividerselo.
La verità è che *quel* posto è rimasto vuoto. E quel vuoto ha continuato
ad allargarsi come i lembi di una ferita squarciata – da vuoto è diventato
voragine, e ha risucchiato ogni cosa.
Ricordo una sera – ricordo il banchetto, le voci degli *altri* che si
allontanavano ridendo, lui che rimaneva da solo.
Ricordo la sua mano che mi chiamava vicino, ricordo come cercasse di
sorreggersi da solo anche se barcollava. Ricordo le sue parole sussurrate
senza riflettere mentre guardava annebbiato le porte ormai chiuse – “perché
voi siete ancora vivi? – e lui è morto”. Non l’avrebbe mai detto se fosse
stato in sé. Se ne stava disteso sul suo letto, mi guardava e parlava troppo
piano perché potessi sentire tutto quello che diceva. Allora mi sono
inginocchiato accanto a lui, e ho ascoltato tutto quello che aveva da dire.
Ricordi, e cose immaginate; cose fatte, e altre che avrebbe dovuto
completare, ma che non avrebbe mai portato a termine. “Perché?” Gli misi una
mano sulla fronte; non sapevo cosa stavo facendo. In quel momento avevo
visto il viso di un ragazzo stanco che portava ancora i capelli tagliati.
‘Achille ha perso il suo Patroclo’ gli ho detto senza pensare. E subito dopo
ho avuto paura che si infuriasse. Ma lui mi ha guardato ancora per qualche
momento, e poi ha cominciato a ridere piano. Rideva, con una mano sugli
occhi. “E sai cosa?”, mi ha risposto ad un tratto, “non c’è neppure un
Ettore da uccidere”.
Finì le parole con un soffio, e nella luce delle torce vidi i fili delle
lacrime che avevano cominciato a rigargli il viso. Continuò a piangere in
silenzio finché non rimise quel poco che aveva mangiato, e si addormentò a
terra mentre cercavo di sostenerlo.
La verità è che lui sapeva. Sapeva quello che gli *altri* facevano finta
di non vedere, e cercavano di nascondere.
Lo aveva capito, come l’avevo capito io.
Hephaistion si era portato via tutto quanto – il suo amore, la sua
pazienza, la sua dolcezza – il suo sogno, il suo equilibrio, la sua volontà.
Niente sarebbe più stato come prima.
Niente più sogni di giovani, più nessun futuro di vittoria; niente più
canti di imprese gloriose, più nessuna illusione da riportare in vita.
Finito.
Ah, sì. C’era l’Arabia da programmare. Forse avrebbe potuto farcela se
avesse voluto. Ma non voleva più.
Ciò che aveva amato era finito.
Hephaistion, e il suo mondo con lui.
Non c’era più nulla da volere veramente.
La verità è che si era svegliato dal suo sogno. E mentre si svegliava,
aveva cominciato a morire.
Io ho pregato perché accadesse presto – sì, ho pregato gli dei perché
morisse presto. In quelle notti ho pronunciato parole col cui peso dovrò
imparare a convivere, e che pure mi sembravano inevitabili. Così
inevitabili, mentre mi uscivano dalle labbra, così giuste; se lui le avesse
ascoltate non avrebbe potuto che darmi ragione. Non sopportavo la sua agonia
che tutti facevano finta di non vedere, non sopportavo che si consumasse
mentre tutti si tenevano a distanza.
Ora non voglio più piangere. Ho pianto molto – abbastanza. Ora dovrò
riaprire gli occhi, immagino. Sì, dovrò.
La verità è che viviamo sotto il sole, e moriamo sotto il sole.
Un uomo potrebbe frugare il mondo fino all’Oceano Estremo. Ma quell’angolo
d’ombra che cerca per mettersi al riparo continuerà a sfuggirgli.
E lui lo sapeva, meglio di tutti noi.
Lo avevano sempre saputo entrambi.
Non so cosa farò, ora. Non voglio restare qui ad aspettare che qualcuno di
*loro* mi uccida per qualche motivo che non potrei mai conoscere – né voglio
restare a guardare i cocci del suo sogno che si frantumano sotto i *loro*
stivali.
Probabilmente prenderò quello che mi spetta e me ne andrò, lontano.
Ad Occidente.
Mi lascio il sole che sorge alle spalle. Mi lascio tutto alle spalle,
perché alle mie spalle non restano che polvere e schegge luccicanti con cui
*loro* si divertiranno credendo di avere fra le mani chissà quale
meraviglia. Le uniche cose veramente sensate di tutto questo sogno accecante
le porterò con me – e nessuno potrà mai portarmele via.
Andrò in Trinacria, forse. E poi in Italìa. Dicono ci sia una grande
potenza lì. Lui ne parlava con rispetto.
Voglio prendere il mare, rivedere la luce sull’acqua aperta, vegliare la
notte per riconoscere le stelle e aspettare l’alba per distinguere le sagome
dei monti lungo le coste.
Voglio fare tutto ciò che posso; e forse li incontrerò di nuovo, nella
prossima vita.
I saggi indiani la pensano come Pythagoras e Platon, su queste cose.
Forse sono vere.
Forse rinasceremo, fra centinaia d’anni.
Saremo tutti di nuovo assieme, sconosciuti gli uni agli altri finché forse
le cose cambieranno.
E loro - vivranno senza conoscersi, nutrendo qualcosa nel cuore. Poi, si
incontreranno, e capiranno.
La verità sarà che tutto li avrà riportati accanto – nello stesso momento,
e nello stesso luogo.
La verità sarà che tutto avrà di nuovo senso, allora.
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