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out on the water
sfida #2
"Non era Ares.
Non ho mai pensato che potesse esserlo – strano, non trovi?
Ma io lo conoscevo – lo vedevo. A volte pensavo persino di poterlo capire –
osservavo i suoi occhi muoversi veloci sul terreno, e cercavo di precedere i
suoi pensieri, di seguirne le ombre che gli scorrevano sul viso concetrato.
Forse osavo troppo – per questo gli
dei mi hanno accecato.
Gli dei sono gelosi dei loro segreti, ragazzo – ricordalo.
E lui era – era Apollon e Dionysos. Insieme.
I suoi occhi – era come se illuminassero il campo. Li ricordo – posso rivederli
in ogni istante. Loro capivano – sapevano.
Tagliavano l'ombra che copriva il terreno, rubavano i segreti ai persiani – o a
chiunque fosse. Lucidi – brucianti.
Scarnificavano i contorni di quello che noi altri vedevamo solamente –
scoprivano il meccanismo nudo. Come un sole troppo forte.
E quando aveva capito – quando aveva deciso – non c'era più nulla che potesse
dividere il reale dalla sua volontà.
Era il fulmine di suo padre – Zeus lo mandava prima del tuono.
Rotolava dal cielo e colpiva la terra. Veloce. Incontrollabile.
Non so a cosa pensasse in quei momenti.
Quei momenti – la maggior parte di noi li sopporta – molti li reggono bene;
altri fanno semplicemente il loro dovere – alcuni cercano di farlo bene.
Lui no.
Lui li amava – quei momenti.
Credo che amasse l'odore del ferro – e il vento accecante che può soffiare solo
in una carica.
Lo avevano cresciuto così – era sempre stato così – da quando il leone aveva
assaggiato il sangue per la prima volta.
E io ricordo – che lui cantava.
(Lontano, sulle acque)
Il sangue gli macchiava il viso – e cantava.
(l'isola di coloro che furono e sono ancora)
Il sole bruciava sulla spada – e cantava.
(lì hanno dimorato)
Alcuni parlavano di quelle parole – dopo le vittorie. Parlavano di
quell'abitudine. Ed erano confusi – posso risentirli discutere intorno ai
fuochi, mentre mangiavano, e cambiavano discorso poco dopo.
La verità è che lui era così tante cose, in un corpo solo.
L'immortalità – in un corpo solo.
Cosa credi che sia, l'immortalità?
(finché non lasciarono il mondo)
Il soffio di un nome ripetuto nel tempo, trasportato dal vento nelle sue tante
lingue – ovunque. Un'orma impressa nella terra – indelebile. Una serie infinita
di vite che rotolano via una dopo l'altra, con memorie confuse – come i grani di
una collana.
Non ho ancora capito veramente – non sono ancora sicuro.
L'immortalità è – l'unica immagine rimasta nei miei occhi vuoti – il suono che
mi è scivolato sotto la pelle.
L'immagine dei suoi occhi – il suono della sua voce che cantava.
(lì le gesta ancora vivono nei canti)
Forse è in ognuno di noi – forse riusciamo a intravederla, a volte – ma è opaca,
e non sappiamo cosa sia.
In lui – brillava. La sentivamo scorrere nelle sue vene – la riconoscevamo
riflessa nei suoi occhi."
Il vecchio si incurva lentamente con la mano stretta intorno alla coppa
svuotata. Percorre con le dita il tavolo umido di vino fino a trovare il braccio
del ragazzo, e lo stringe appena prima di continuare a bassa voce.
"Forse era per questo che lo seguivamo, in fondo. Senza saperlo.
Speravamo nella sua immortalità. Speravamo di guadagnarne qualche scheggia."
(per ogni tempo a venire)
Stringe le labbra e resta in silenzio. Poi si riscuote e batte qualche colpo
leggero sul braccio del ragazzo.
"Vaneggiamenti di un cieco. Vecchio e cieco. Versa altro vino."
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